Un ospedale all`interno del Colosseo. Colosseo. Un`icona. Quinta parte

Nella quinta puntata della mini-serie dedicata da RAI ARTE alla storia del Colosseo (nell’ambito della mostra Colosseo. Un’icona) la direttrice del monumento Rossella Rea ci racconta la sorprendente notizia di quando, all’interno del Colosseo, ci fu un vero e proprio ospedale che fu costruito inglobando una parte di quella che, per oltre due secoli, fu la Fortezza della famiglia Frangipane.

I documenti d’archivio mostrano come, a partire almeno dall’XI secolo, il Colosseo fosse proprietà di grandi enti ecclesiastici, in particolare della vicina chiesa di Santa Maria Nova (attuale Santa Francesca Romana), che ne affittava le cryptae per diverse attività.

Una delle prime grandi famiglie baronali romane, i Frangipane, che aveva già edificato una serie di fortificazioni e complessi residenziali lungo la Via Sacra e nei pressi dell’Arco di Tito, si insediò nel monumento nel 1130, fabbricandovi una fortezza, ricostruita in modello in occasione della mostra Colosseo. Un’icona.

La fortezza inglobava parte del monumento, di cui furono tamponate alcune arcate dei primi due ordini. Le tracce emerse dai recenti lavori di pulitura hanno portato alla luce, lungo l’intero prospetto meridionale del Colosseo fronte Celio, le tracce della presenza di un camminamento difensivo di legno. È questa una straordinaria scoperta che conferma l’avvenuta scomparsa delle gallerie perimetrali. Il ballatoio si affacciava sia all’esterno, sia all’interno del monumento. Con il terribile terremoto del 1349 la fortezza crollò e fu abbandonata.

Attorno al 1360, la Confraternita del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum costruisce la chiesa di San Giacomo, addossata esternamente al lato est del Colosseo; successivamente la Confraternita – forte del supporto economico delle 3 grandi famiglie romane dei Paparoni, Paoloni e Della Vecchia – trasforma una parte della Fortezza Frangipane in una struttura ospedaliera femminile con stanze di degenza all’interno del Colosseo, risanando così la zona da anni infestata da ladri, prostitute e briganti. Alla costruzione dell’ospedale risalgono ulteriori chiusure delle arcate. Grazie a quest’attività di bonifica e ripopolazione dell’area, la Confraternita strinse nel 1386 un patto con il Comune che le garantiva una serie imprecisata di privilegi fino ad ottenere nel 1418 sotto Martino V il diritto di proprietà sulla vendita di materiali estratti dal Colosseo su un terzo dell’estensione del monumento.

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In questa puntata della mini-serie che RAI ARTE dedica alla scoperta del Colosseo (nell’ambito della mostra Colosseo.Un’icona) la direttrice del monumento Rossella Rea racconta come nel corso del Medioevo e del Rinascimento il Colosseo subisce crolli e viene spogliato di una parte delle sue pietre. Il vento che soffia – impetuoso allora come oggi – ricopre di terra ogni ripiano e ogni arcata, ognuno con uno speciale microclima, e in questa specie di giardini pensili e selvaggi si depositano semi di ogni genere. Il Colosseo diventa  così una sorta di orto botanico dove crescono arbusti e sterpi, muschi e fiori; rami e liane pendono dalle arcate come in una giungla, la luce filtra attraverso le foglie. I botanici si accorgono presto di questa stranezza scientifica – il primo trattato sulla flora del Colosseo è del 1643, e altri seguono fino a tutto l’Ottocento – e con il prevalere della sensibilità romantica la metamorfosi vegetale dell’architettura affascina definitivamente i pittori. Specialmente i francesi dipingono le vedute cavernose e le arcate orlate di erba e fiori attraverso le quali si sbircia il cielo; lo ritraggono illuminato dalla luna, ombre e luci suggestive ne confondono i profili architettonici antichi e lo trasformano in un luogo dell’immaginazione.

Nel 1870 Pietro Rosa, direttore della Real Soprintendenza agli scavi ed alle antichità, eliminò dal Colosseo “il pittoresco ammanto di verdura”, stimato in circa 400 specie diverse.

Tutt’oggi gli artisti si lasciano ispirare dalla flora del monumento.

Qui vi proponiamo il Colosseo di Huang Yong Ping. L’opera è di proprietà del Astrup Fearnley Museet,(http://afmuseet.no/en/om-museet)  a Oslo in Norvegia, disegnato da Renzo Piano.

 

Huang Yong Ping, Colosseum, 2007
Ceramica, terra e piante
226 x 556 x 758 cm
Courtesy of Astrup Fearnley Museet

 

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Progetti per il Colosseo (per fortuna) mai realizzati Colosseo. Un`icona. Sesta parte

In questa sesta puntata della mini-serie che RAI ARTE dedica alla scoperta del Colosseo (nell’ambito della mostra Colosseo. Un’icona) Rossella Rea, direttrice del monumento, ripercorre i progetti speciali pensati per l’uso del monumento, spesso legati alla politica papale che ha permesso la sua conservazione sino ad oggi.

L’idea di consacrare l’Anfiteatro Flavio, presente sin dal Medioevo, matura a partire dalla seconda metà del XVI secolo, nel clima di affermazione della chiesa di Roma, promosso dalla Controriforma. Varie le iniziative e i progetti mai realizzati, come l’intenzione di Sisto V di trasformare il Colosseo in un lanificio, al cui interno collocare le abitazioni degli operai. Seguiranno per tutto il Seicento altre proposte, non ultima quella di Gian Lorenzo Bernini che prevedeva l’edificazione di una cappella situata al centro dell’arena. Nel 1696, Carlo Fontana, allievo di Bernini, elabora un progetto, non realizzato, per la costruzione di un Santuario dedicato ai Martiri Cristiani. Il monumentale edificio, a pianta centrale, era impostato sull’asse maggiore dell’ellisse ed era integrato da un portico perimetrale. In occasione della mostra Colosseo. Un’icona è stato realizzato uno straordinario plastico che dà finalmente una visione tridimensionale all’ambizioso progetto. In vista del Giubileo del 1750, Papa Benedetto XIV ordina la realizzazione, affidata all’architetto Paolo Posi, delle quattordici edicole della Via Crucis, disposte sul perimetro dell’arena. Durante l’occupazione napoleonica, nel corso degli sterri del piano dell’arena, le edicole furono rimosse. Nel 1814, su progetto di Camporese, furono costruite nuove edicole che, nel 1874, furono smontate da Pietro Rosa per riprendere lo scavo dei sotterranei. Rosa ne conservò la maggior parte degli elementi nel Colosseo, usati ora per ricostruire un’edicola.

 

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Pensare l`arte in rete

Tutto nasce da una piattoforma blog in rete dal febbraio 2011 aperta da Alexandro Ladaga e Silvia Manteiga, ovvero gli “Elastic group of artistic research”. Nel blog gli autori si interrogavano, e gli utenti rispondevano, su argomenti non solo strettamente connessi all’arte, ma anche di carattere più generale come quando venivano trattati temi come la creazione o l’idea. Certamente era un modo di riflettere su come fosse possibile far incontrare ed interagire l’arte e la rete, ma anche per stabilire un contatto con quanti avessero voglia e disponibilità al dialogo.
Si trattava infatti di dare concretezza alla massima di Duchamp che “l’arte la fa il pubblico”, che era dunque chiamato ad interagire per divenire lui stesso protagonista e non semplice e passivo fruitore.
Ora quell’esperienza si è tradotta in un libro dal titolo “127kBdiarte” pubblicato da un editore, Pensiero e Aurora, legato alle avanguardie storiche ed è un curioso e riuscito tentativo di tradurre il linguaggio e la grammatica della rete sulla carta stampata.
Il libro è diviso in 25 capitoli, tutti con un argomento legato all’arte anche se non mancano alcune interessanti digressioni su argomenti più filosofici. Spesso si parte da una domanda, seguita da una piccola introduzione cui non di rado segue un post di un frequentatore del blog. Ma l’aspetto forse più intrigante di questo libro è lo spazio lasciato in bianco che il lettore con nome data ed una sua personale opinione è chiamato a riempire.
Si passa dunque, con naturalezza, ad una sorta di scrittura collettiva in cui il lettore diventa anche autore. Chi lo legge potrebbe, anzi forse dovrebbe, munirsi di una penna per dare la sua personale risposta alle domande; ed è forse proprio questa idea di moderna maieutica socratica il modo migliore di “pensare l’arte in rete”.

Quello che vi proponiamo infine è un video realizzato proprio dagli Elastic group of artistic research. Continue reading

“Storie di una profumeria dell’800”, le etichette raccontano

Dal 23 giugno al 24 settembre il Palazzo Madama di Torino, Sala Grandi Mecenati e Saletta grafica, ospita la mostra “La carta racconta… Storie di una profumeria dell’800 a Torino”, organizzata dagli studenti della Summer School, esperienza di alternanza scuola lavoro rivolta ai ragazzi vincitori della seconda edizione del concorso “Porta, Castello, Residenza e Museo – Raccontami Palazzo Madama”, promosso dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino. Il percorso espositivo si articola in quattro piccole sezioni alla scoperta delle etichette e dei documenti relativi a prodotti – profumi, oli, saponi, creme per il corpo e per i capelli – destinati alla toletta nell’Ottocento. Tra le più particolari delle ottantaquattro etichette esposte, quelle che raffigurano personaggi famosi, come Napoleone Bonaparte, o quelle in serie, come le dodici sui segni zodiacali. I materiali provengono dalla profumeria torinese della famiglia Perrone, attiva dal 1804 in via San Massimo, e furono acquistate dal museo nel 1935, assieme ad altre cinquecento etichette, ricettari e documenti. Continue reading

Un affascinante popolo di statue in mostra a Firenze

 ll fiorentino  Museo Nazionale del Bargello ospita  la prima mostra realizzata in Italia sulle statue di porcellana prodotte a Doccia, e sulle sue fonti.

Fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori a Doccia, nei pressi di Firenze, la manifattura di porcellana di Sesto Fiorentino – divenuta nel 1896 Richard Ginori – è la più antica in Italia ed è  tuttora funzionante.

Il marchese Ginori raccolse sistematicamente le forme presenti nelle botteghe appartenute agli scultori attivi dal tardo Rinascimento al Barocco, servendosene per creare i modelli della sua grande scultura in porcellana. Contemporaneamente egli acquistava modelli dagli ateliers degli scultori fiorentini del tempo, o commissionava riduzioni dalle più celebri statue antiche.

La collezione di modelli per le porcellane che ne scaturì, venne ampliata dagli eredi di Carlo, ed oggi è divisa tra la manifattura Richard Ginori e il Museo adiacente alla fabbrica, purtroppo chiuso dal maggio 2014. Questo  eccezionale insieme di opere, di fondamentale importanza per la storia della scultura, non ha sicuramente ancora conquistato il posto che le spetta presso il grande pubblico.

 

Nel percorso espositivo al Bargello, le più importanti sculture prodotte nel primo periodo della Manifattura sono messe in dialogo con opere della collezione permanente del museo e presentate in confronti inediti con cere, terrecotte o bronzi che servirono come modello totale o parziale delle porcellane. Divisa in sei nuclei tematici, la mostra racconterà quindi la storia della trasformazione di un’invenzione scultorea in una porcellana: e questo processo sarà analizzato attraverso ricerche originali incentrate su singoli casi .

Dal Museo Ginori  provengono  le due opere più importanti dell’intera collezione: la Venere dei Medici, che riproduce la celeberrima statua della Tribuna, e il monumentale Camino, coronato dalle riduzioni delle Ore del Giorno e della Notte delle tombe medicee di Michelangelo, restaurato in occasione della mostra.

Grazie alla collaborazione con l’Accademia Etrusca di Cortona, verrà esposto in mostra lo straordinario Tempietto della gloria della Toscana donato da Carlo Ginori all’Accademia, anch’esso restaurato per la mostra. Il Tempietto riassume e concentra non solo le ambizioni artistiche, ma anche quelle politiche del fondatore della Manifattura.

Altre selezionatissime sculture sono state concesse in prestito da istituzioni italiane e straniere e da privati – alcune esposte in Italia per la prima volta – per dimostrare l’unicità della collezione conservata a Doccia, che costituisce l’eccezionale memoria materiale di una delle storie artistiche più gloriose d’Italia.

Oltre che per raccontare al grande pubblico un capitolo straordinario della produzione scultorea fiorentina, la mostra nasce per ridestare l’attenzione dei fiorentini e dell’opinione pubblica internazionale sulla sorte del Museo di Doccia. Noi ci siamo fatti raccontare l’ esposizone da Paola D’Agostino che dirige il Museo del Bargello

 

La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue

Firenze, Museo del Bargello

18 Maggio – 1 Ottobre

 

 

 

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Nicola Verlato, l`enfant prodige

Nicola Verlato, artista italiano che vive a Los Angeles,  scopre la sua vena artistica fin da bambino quando, nella casa paterna vicino a Verona, plasma continuamente la terra argillosa del suo giardino, suona il liuto e sfoglia avidamente i numerosi libri di storia dell’arte della biblioteca familiare. È così che avviene il suo incontro con le opere di Caravaggio, la cui fascinazione lo porta a tralasciare gli altri mezzi espressivi per dedicarsi esclusivamente alla pittura ad olio.

Verlato inizia a dipingere a 7 anni e a seguire gli insegnamenti di Fra’ Terenzio, frate francescano appassionato d’arte e pittore anch’egli, che lo educa ad uno stile accademico e lo avvicina a soggetti religiosi. Già questi primissimi lavori giovanili sono influenzati dall’uso sapientemente drammatico di luce e ombra del Caravaggio che inciderà profondamente nella sua produzione artistica matura. Altri punti di riferimento per Verlato sono i grandi artisti del Rinascimento e del Barocco italiano.

Spesso l’artista realizza opere collegate tra loro da un’affinità tematica, come la serie Zero Gravity incentrata sugli scontri automobilistici o Pagan Pop, in cui riferimenti a iconografie e soggetti di stampo classico e mitologico si combinano a elementi provenienti dal mondo della fantascienza e della tecnologia moderna.

Le contaminazioni tecnologiche rivestono infatti un ruolo importante nella sua ricerca artista: Verlato lavora molto con animazioni 3D o con tecnologie che permettono una fruizione virtuale e interattiva delle sue opere. Nel suo lavoro “Hostia”, un ulteriore omaggio a Pier Paolo Pasolini dopo il murales creato nel 2015 a Tor Pignatara a Roma, ha plasmato un incontro in 3 D tra Pier Paolo Pasolini e il poeta Ezra Pound.

Vedi anche ll Mausoleo dedicato a Pier Paolo Pasolini di Nicola Verlato  Continue reading

María Teresa Andruetto: le lettere della madre

Sui desaparecidos argentini e sul doloroso destino dei loro figli sono stati fatti molti film e scritti molti libri. María Teresa Andruetto nel suo Lingua madre (tradotto da Federica Niola per Bompiani) sceglie di occuparsi di Julieta, che nasce in Argentina nel 1975 da Julia, una militante costretta alla clandestinità. Continue reading

Baudelaire, il poeta de “I fiori del male”

Il 9 aprile 1821 nasce a Parigi Charles Baudelaire, poeta scrittore e critico d’arte e letterario. Perde il padre a sei anni. Durante gli anni del liceo, Baudelaire viene cacciato da scuola a causa del suo stile di vita dissoluto e delle cattive frequentazioni. Baudelaire si mantiene grazie all’eredità paterna che, però, intacca a causa della vita dispendiosa che conduce e per questo viene interdetto dalla madre. Trascorre la vita in ristrettezze economiche. Tenta per due volte il suicidio. La sua opera più famosa è I fiori del Male, pubblicata per la prima volta nel 1857 Continue reading

Dal local a global con Taus Makhacheva

L’eden artistico per Taus Makhacheva è il suo paese d’origine, il Daghestan.

Nel suo video Carpet del 2006, l’artista si avvolge nella sua cultura, avviluppandosi letteralmente dentro un tappeto kilim, tipico delle regioni del Caucaso.

I paesaggi del Daghestan diventano spunti geografici per molti altri video lavori, in cui affronta tematiche legate alla storia e alle tradizioni del territorio, che hanno allo stesso tempo un respiro universale.

Spesso alla base delle sue ricerche ci anche sono materiali e documenti storici che l’artista trova nell’’Archivio Russo di Stato del Documentario e della Fotografia, perché è molto interessata al modo di conservare e tramandare le tradizioni e la memoria storica e anche alla strumentalizzazione dell’informazione da parte dei media. Così, in un happening del 2015 serve una torta che rappresenta il Mar Caspio con intorno le repubbliche sovietiche, riferendosi a un filmato propagandistico dell’ex Unione Sovietica in cui sembra che Hitler, con avidità, si appropri della fetta di torta che comprende le riserve di petrolio.

Alla 57ma Biennale d’Arte di Venezia curata da Christine Macel, Taus affronta il tema della precarietà del mondo dell’arte nel suo video Tightrope, in cui un funambolo avanza con cautela sospeso nel vuoto. Alle estremità del suo bilanciere sono appesi dei quadri che rappresentano la storia dell’arte della regione, riproduzioni provenienti dalla collezione del Dagestan Museum of Fine Arts.

L’artista ha creato un suo alter ego che chiama Super Taus. È una donna forte, una supereroina capace di smuovere ostacoli che sembrano insuperabili da altri. Così, Super Taus in un video del 2014 interviene al posto degli operatori stradali inermi, sgomberando in poche mosse, una strada di campagna ostruita da un grande blocco di pietra, sottolineando il metodo innovativo del pensiero femminile.

 

RAI ARTE ha incontrato l’artista a Venezia per parlare del suo lavoro.

Vi propone anche dei ritratti di altri artisti in mostra alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2017:

Vadim Fishkin – Artista russo, vive a Lubiana

Tracey Moffatt – Artista australiana

Olafur Eliasson – Artista per metà danese, metà islandese, vive tra Berlino e Copenaghen

Rina Banerjee – Artista indiana, vive a New York

Edi Rama – Artista e Primo Ministro dell’Albania

Francis Upritchard – Artista neozelandese, vive a Londra Continue reading

Elsa Osorio: l`altra vita di Juana

Elsa Osorio torna ad occuparsi di desaparecidos e lo fa in un appassionante romanzo, Doppio fondo, che esce da Guanda nella traduzione di Roberta Bovaia e Marco Amerighi. La lettera di una madre al figlio: Juana racconta a Matías la sua vita e i motivi per cui lui è dovuto crescere senza di lei. Il cadavere di una dottoressa ritrovato a Turballe in Francia; una giovane giornalista, Muriel, che non crede alla teoria del suicidio e con l’aiuto di un’amica della donna e di un giovane indaga sull’identità della misteriosa Marie. Muovendosi tra la Francia del 2004 e l’Argentina del 1977, Osorio delinea una figura femminile piena di fascino e di contraddizioni. Per salvare il suo bambino di tre anni, catturato insieme a lei, Juana cede al suo torturatore Raúl, diventa la sua amante e si presta a collaborare con i suoi nemici in una missione parigina. In treno conosce Yves, un fotografo di cui s’innamora e con il quale, dopo infinite peripezie, riesce a ricostruirsi una vita in Francia sotto falso nome. Gli intrecci tra la dittatura argentina, la P2 di Licio Gelli e le alte sfere francesi; lo strazio di una madre che si separa dal figlio per garantirgli un futuro; un’attrazione malata e intessuta di violenza psicologica; un grande amore vissuto di nascosto; un finale da brivido: tutto questo è Doppio fondo, un romanzo in cui l’ombra del passato si proietta sul presente raccontandoci cosa ne è nel mondo di oggi degli aguzzini di ieri.

Abbiamo incontrato Elsa Osorio a Torino, in occasione del Salone del libro e Paola Avigdor ci ha fatto da interprete.

 

Elsa Osorio è nata a Buenos Aires nel 1953. Vive a Madrid dove insegna Lettere e scrive sceneggiature. Guanda ha pubblicato i suoi romanzi I vent’anni di Luz, Lezione di tango, Sette notti di insonnia, La miliziana. Ha scritto sceneggiature cinematografiche e televisive. Ha ottenuto in Argentina il Premio Nazionale di Letteratura, il premio per la miglior sceneggiatura, il premio Amnistía Internacional (per la sua attività in difesa dei diritti umani) Continue reading

“Più si dà, più si ottiene”, quattro modi per partecipare a Europeana

I fornitori di dati, in base alle specifiche esigenze, possono scegliere un diverso livello di condivisione delle loro collezioni con la biblioteca digitale europea: tutti i dettagli nella nuova guida alla pubblicazione Continue reading

Le doti artistiche del Primo Ministro albanese Edi Rama

RAI ARTE ha incontrato il Primo Ministro Albanese, Edi Rama, all’Hotel Danieli a Venezia in occasione dell’inaugurazione della 57ma Biennale d’Arte, dove partecipa come artista.

Edi Rama è noto anche per la sua passione estetica e la sua vena artistica. Diventa insegnante di Pittura presso l’Accademia delle Arti di Tirana e in seguito fa una residenza artistica alla Cité Internationale des Arts di Parigi, città in cui resterà in esilio politico, per sfuggire alla difficile situazione del Paese. Rientrato in Albania per assistere al funerale del padre, si ritrova presto incaricato come Ministro della Cultura, un impegno che svolge dal 1998 al 2000. Forte di quest’esperienza nel 2000 viene eletto sindaco di Tirana, e grazie a una serie di iniziative atte ad instillare un sentimento di orgoglio e appartenenza civica, mantiene questo ruolo per tre mandati consecutivi fino al 2011.

I suoi progetti di riqualificazione del tessuto urbano e degli spazi pubblici sanano la frattura tra i cittadini e l’autorità statale all’indomani della caduta del regime comunista albanese. Rama coinvolge alcuni artisti – tra cui Olafur Eliasson e Anri Sala – nella trasformazione dei grigi palazzi dell’era comunista, animando con colori l’intera capitale e le sue architetture, come per sottolineare l’apertura del nuovo governo verso nuovi orizzonti. Alla lotta contro l’abusivismo edilizio ha aggiunto poi l’interesse per l’ambiente, con il progetto Green, che ha portato alla creazione di 96.700 metri quadrati di terreno verde e la piantagione di circa 1.800 alberi a Tirana, ricevendo un premio da Kofi Annan alle Nazioni Unite in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà nel 2002.

Per anni Segretario del Partito Socialista, diventa Primo Ministro nel 2013. Dentro il palazzo governativo ha aperto il Center for Openness and Dialogue, un vero e proprio centro culturale pubblico che manifesta ancora una volta la sua visione democratica dell’arte, come libera espressione del pensiero.

L’arte del Premier emerge anche durante la sua attività politica: la sua scrivania nella sede del governo è colma di pennarelli e matite di tutti i colori che usa per disegnare i suoi Doodles, traduzione letterale per scarabocchi. Così, mentre svolge i suoi compiti di uomo politico, la sua agenda o a volte persino qualche documento ufficiale diventano tela per disegni automatici istintivi, quanto l’écriture automatique dei surrealisti.

La capacità di Rama di dar via libera alla creatività si accentua nei rari momenti in cui il Primo Ministro trova tempo di recarsi nell’atelier di un amico per realizzare delle sculture di ceramica, trasposizione tridimensionale degli scarabocchi, come l’artista stesso li definisce.

Christine Macel (vedi intervista), colpita dall’esuberante vocazione artistica del Primo Ministro, lo ha invitato a partecipare a VIVA ARTE VIVA, titolo da lei scelto per la sua edizione 2017 della Biennale d’Arte di Venezia, dove Edi Rama presenta sotto forma di wallpaper una selezione delle sue creazioni, in dialogo con il workshop artistico di Olafur Eliasson, per l’evidente affinità tra i due artisti in materia di ecologia e lotta alla povertà.

Le riprese di Edi Rama al lavoro nel suo studio provengono dal video Edi Rama realizzato per la Biennale d’Arte di Venezia 2017 di Blerta Kambo. Il video completo è visibile sul sito della biennale.

RAI ARTE vi propone dei ritratti di altri artisti in mostra alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2017:

Vadim Fishkin – Artista russo, vive a Lubiana

Tracey Moffatt – Artista Australiana

Olafur Eliasson – Artista per metà danese, metà islandese, vive tra Berlino e Copenaghen

 e per la Biennale ha realizzato Green Light – an artistic workshop

Rina Banerjee – Artista Indiana, vive a New York

Francis Upritchard – Artista neozelandese, vive a Londra  Continue reading

L`arte fenomenale di Olafur Eliasson

Olafur Eliasson è celebre per i suoi progetti artistici di larga scala, presentati in musei ma anche in spazi pubblici. Inoltre ha ideato numerose installazioni architettoniche in tutto il mondo. L’artista, per metà danese e per metà islandese, vive e lavora tra Copenhagen e Berlino, dove nel 1995 ha fondato lo Studio Olafur Eliasson, in cui un team – composto da un centinaio di artigiani, architetti, storici dell’arte, archivisti, programmatori, amministratori, tecnici scientifici e cuochi – lo assiste nella realizzazione dei suoi lavori altamente sperimentali.

Una sperimentazione ben evidente se si pensa, ad esempio, all’evocazione dei cambiamenti meteorologici ricostruiti nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra (The Weather Project, 2003), alle quattro cascate che scrosciavano in pieno East River a New York (New York City Waterfalls, 2008), o al viaggio cosmico proposto alla Fondation Louis Vuitton a Parigi (Contact, 2014-2015).

L’arte di Olafur è una ricerca sulla percezione e sul movimento, in relazione allo spazio che ci circonda, sia in termini puramente spaziali che ambientali. I fenomeni naturali sono al centro dei suoi interventi, indagati sia in se stessi, cioè nelle loro caratteristiche scientifiche, sia nella loro influenza sulla vita umana. L’artista parte proprio dal presupposto di rendere tangibili e comprensibili le leggi fisiche che governano l’Universo; attraverso un processo di materializzazione percettiva e visiva, Olafur ci fa riflettere sul modo in cui ci relazioniamo al mondo, proponendoci alcuni strumenti cognitivi e intellettuali per affinare il nostro comportamento nei confronti dell’ambiente.

Nel suo lavoro traspare la sua attenzione a tematiche etiche e sociali, come nel Green light. An artistic workshop attualmente in corso alla 57esima Biennale di Venezia. Altri progetti storici sottolineano altrettanto il perdurare di quest’interesse: la sua lampada solare Little Sun (2012), estremamente economica, o il suo progetto Ice Watch (2014) dove faceva arrivare direttamente dall’Islanda dodici enormi blocchi di ghiaccio per invadere la piazza del municipio a Copenaghen, ripetuto nel 2015 nella piazza antistante al Pantheon di Parigi, per nominare alcuni suoi progetti che hanno lo scopo di farci riflettere sui danni ambientali causati dall’uomo, dallo sfruttamento delle risorse naturali, dalle industrie e dall’inquinamento. L’arte diventa così un veicolo privilegiato, metafora visibile per sensibilizzarci verso una condotta più ecosostenibile per il pianeta.

Immergersi dentro un’installazione aggiunge una forte componente esperienziale individuale ai suoi lavori. In Riverbed del 2014-2015 al Louisiana Museum in Danimarca, il visitatore si è trovato di colpo immerso in un paesaggio naturale roccioso, attraversato da un corso d’acqua. Alla Reggia di Versailles nel 2016 Eliasson ha creato molte installazioni site-specific immersive, tra cui cascate e banchi di nebbia. Molte sue opere richiedono una partecipazione attiva del visitatore che con questa diventa parte integrante dell’esperienza artistica. Continue reading

Galileo Galilei: dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Immensità del cielo.

Il 21 febbraio 1632 Galileo Galilei (Pisa 1564 – Arcetri, Firenze 1642) pubblica Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Il Sant’Uffizio lo convoca e lo accusa di divulgare una teoria errata, che pone il sole e non la terra, come dice la Bibbia, al centro dell’universo.

Tre attori danno voce ai personaggi del Dialogo: Simplicio, ottuso seguace delle idee di Aristotele e sostenitore del sistema tolemaico, Salviati, gentiluomo toscano, discepolo di Galileo e sostenitore del sistema copernicano, e Sagredo, nobile veneziano di chiare simpatie galileiane.

L’astrofisico Franco Pacini commenta i passi salienti del Dialogo.
In questo filmato, il terzo di una serie di otto dedicate al Dialogo, il tema della discussione è “l’immensità dei cieli”. Continue reading

Ecco il Teatrino del Sole 2017

il pubblico a Marina di Pisa – 2015

Dunque ci siamo: il Teatrino del Sole è ai blocchi di partenza. Siamo a quota 17 anni per la rassegna a Marina di Pisa e a quota 15 anni per la provincia di Livorno. A Piombino la mostra non si farà, perché sono sorti problemi di apertura per il luogo dove sarebbe stata ospitata, il Castello Medievale della cittadina di fronte all’Isola d’Elba, di contro si […]

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Alberto Rollo: la mia Milano

La città che racconta Alberto Rollo nel suo romanzo Un’educazione milanese (Manni) è quella scoperta da ragazzino con il padre da piccolo, e il padre, insieme all’amico Marco, è figura centrale di questo libro asciutto e commovente. Il padre operaio, fedele alla Madre Russia, origini leccesi superate da un uso esclusivo del dialetto milanese, le fabbriche viste come monumento, il disprezzo per gli impiegati, il rigore educativo, le guide del Touring e un dizionario come unici libri di casa; la madre ex sarta che si dedica ai figli: così cresce Alberto negli anni cinquanta, aggiungendo agli insegnamenti paterni quelli del prete all’Oratorio. Questa l’infanzia. Come la prima parte si svolge sotto il segno del padre, la seconda è dominata da Marco, studente di architettura, sognatore ricco di fascino. È il momento dell’approdo alla Milano dei teatri, dei cinema, dell’università, della contestazione studentesca, dei centri sociali. I maestri (Enzo Paci, Franco Fortini, Goffredo Fofi), la musica (i Rolling Stones ma anche Mahler e l’Umbria jazz), le gite al lago nelle ville degli amici, il sogno di cambiare il mondo. Poi la cesura netta: l’incidente di macchina, la morte improvvisa di Marco, la fine di un’epoca. Spostandosi tra presente e passato Rollo ribadisce che la vera protagonista del suo libro è Milano, nuova, eppure fedele a se stessa.

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Teresa Ciabatti: la scoperta di essere normali

Un padre terribilmente ingombrante, così ingombrante che a distanza di ventisei anni dalla sua morte, la figlia, che ne ha già adombrato la figura in altri romanzi, decide di prendere la questione di petto e di scrivere di lui, utilizzando nome e cognome e ricostruendo tutto il suo percorso biografico. Lorenzo Ciabatti è al centro de La più amata di Teresa Ciabatti, in uscita da Mondadori. Il Professore, come lo chiamano tutti al San Giovanni di Dio di Orbetello, ma anche fuori di lì, è una potenza: proprietario di case e terreni, primario a trentun anni, non ha che da schioccare le dita per veder accorrere una folla desiderosa di esaudire le sue richieste. C’è uno strano effetto ottico nel libro: la figura del padre che giganteggia nella prima parte, si riduce man mano che la narrazione procede e non solo a causa del suo tracollo economico e fisico, della separazione dalla moglie; è proprio lui che diventa meschino agli occhi della figlia che lo ha idolatrato. E il libro che sembrava nato dal desiderio di scavare nelle pieghe nascoste dell’uomo, di fornirne un ritratto completo, alla fine butta lì qualche ipotesi (è stato un massone? ha avuto relazioni con altre donne o forse con uomini?) senza arrivare fino in fondo (come ha fatto la madre di Teresa che per un po’ gli ha messo alle costole un investigatore e poi ha lasciato perdere). Il punto è un altro: passati i quarant’anni, avuta una figlia, Teresa, sempre pronta a definirsi “anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente” doveva fare i conti con il proprio passato, conciliare la bambina al centro delle attenzioni di tutti con la ragazza che fatica a farsi notare alle medie, “la più amata” dal padre con la figlia trascurata, la futura attrice-filosofa- ministra con la scrittrice che è diventata. La più amata si legge d’un fiato e disturba il lettore come solo i bei libri sanno fare.

Con Teresa Ciabatti abbiamo parlato di verità biografica e finzione letteraria, di ossessioni private e rispecchiamenti pubblici.

Teresa Ciabatti, nata e cresciuta a Orbetello, vive a Roma. I suoi romanzi sono: Adelmo, torna da me (Einaudi), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Collabora con “Il Corriere della Sera” e con “la Lettura”. Continue reading

Giuseppe Antonelli: come le parole hanno paralizzato la politica

“Oggi, in un’epoca che si propone come post-ideologica le emozioni si sostituiscono alle idee. Dappertutto si sente parlare di post-politica e post-verità. Perché qualcuno sta cercando di farci credere che parole come politica o verità (nel senso di realtà verificabile) siano ormai superate.” Partendo da questo sconsolato presupposto, Giuseppe Antonelli in Volgare eloquenza, Come le parole hanno paralizzato la politica, edito da Laterza, offre un excursus sulle distorsioni del linguaggio della politica oggi. Dal paradigma del rispecchiamento (votami perché parlo male come te) alla narrazione che prende il sopravvento sull’argomentazione, dalla perdita del DNA linguistico (i discorsi dei politici non lasciano più indovinare la loro appartenenza politica) alla deriva comica (la brillantezza di una battuta di spirito è più apprezzata di qualsiasi ragionamento). E come ci spiega Giuseppe Antonelli in questa intervista, il problema non è soltanto italiano, ma globale. Il populismo linguistico ha trovato in Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, un portavoce ufficiale.

 

 

 

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Paul Lynch: caccia oltre Oceano

Provocato dal padrone, che vuole metterlo in mezzo alla strada con la moglie e la figlia, Coll Coyle lo uccide. Siamo in Irlanda nel 1832 e da quel momento Coll non avrà più tregua. Parte una caccia all’uomo che non si arresta neppure dopo la sua fuga in America. In uno scenario fosco in cui la morte è sempre in agguato (sulla nave, tra i lavoratori immigrati della ferrovia) Paul Lynch in Cielo rosso al mattino, pubblicato in Italia da 66than2nd nella traduzione di Riccardo Michelucci, costruisce un romanzo visionario e potente su un’emigrazione forzata, in cui il paesaggio e le condizioni atmosferiche sono molto più di un semplice fondale.

Al Salone internazione del libro di Torino abbiamo incontrato Paul Lynch che ci ha illustrato lo spunto iniziale del romanzo, lo scontro tra il protagonista e il suo inseguitore, il senso di tragedia che domina la narrazione e l’importanza del paesaggio.

 

Paul Lynch, nato a Limerick nel 1977, vive a Dublino. Ha diretto la sezione di critica cinematografica dell’«Ireland’s Sunday Tribune» e collabora da tempo con il «Sunday Times». Cielo rosso al mattino è stato il libro dell’anno per l’«Irish Times», il «Toronto Star» e l’«Irish Independent». Il suo secondo libro, Black snow, ha vinto in Francia il Prix Libr’à Nous per il miglior romanzo straniero e il Prix des Lecteurs Privat. Continue reading

Federica Manzon: l`amore ai tempi del virtuale

 

Una storia d’amore impossibile raccontata da un testimone che è amico della coppia e da sempre innamorato della ragazza: La nostalgia degli altri di Federica Manzon (Feltrinelli) prende un impianto classico e lo attualizza ambientando il tutto in un avveniristico ufficio milanese che si chiama Acquario, una fabbrica d’intrattenimento digitale. Lizzie inventa, il suo amico d’infanzia triestino fornisce le immagini alle invenzioni. Arriva Adrian, seducente, misterioso e tra lui e Lizzie si sviluppa un rapporto avvolgente che prescinde dal rapporto fisico, si basa su continui messaggi. Il narratore semina indizi sull’inafferrabilità di Adrian e apre flash back sull’infanzia infelice di lui e di lei. Lizzie, sempre carismatica e affascinante, comincia ad annullarsi per Adrien; lei entra nel suo computer, ha il dubbio che le abbia raccontato solo bugie; si affida a un tecnico di per spiarlo e scopre che forse è Adrian stesso a volere che lei insegua le sue molteplici identità virtuali. Manzon costruisce un labirinto in cui far perdere i suoi personaggi. Trieste e Milano, il passato e il futuro, sono i due poli di questa storia che forse non è una storia d’amore, ma come scrive Manzon stessa “una storia sul potere delle storie, e la manipolazione, sull’isolamento e la precarietà della salute mentale”.

Federica Manzon è nata a Pordenone nel 1981. Ha pubblicato, oltre al reportage narrativo Come si dice addio (2008) il romanzo Di fama e di sventura (Premio Rapallo Carige 2011 e Premio Selezione Campiello 2011). Collabora con l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge ed è redattrice di «Nuovi Argomenti». Nel 2015 ha curato il volume I mari di Trieste (Bompiani). Con Feltrinelli ha pubblicato La nostalgia degli altri (2017). Continue reading

Melania Mazzucco: l`altra vita di Brigitte

Io sono con te, Storia di Brigitte di Melania Mazzucco (Einaudi) ci restituisce il ritratto di una donna che riesce a reagire ai colpi della Storia e a riprendere in mano la sua vita dopo aver perso tutto.  Continue reading

L`arte e la terra inquieta in una mostra milanese

A  Milano , sta riscuotendo un notevole successo, la mostra  La Terra Inquieta, prodotta dalla Fondazione Trussardi e allestita al Palazzo della  Triennale. Migrazioni e rifugiati sono al centro della grande rassegna curata da Massimiliano Gioni. L’attenzione è focalizzata  su una serie di nuclei geografici e tematici: dal conflitto in Siria, allo stato di emergenza di Lampedusa, dalla vita nei campi profughi, alla figura del nomade e dell’apolide; tutto racchiuso nelle opere di 65 artisti contemporanei  provenienti da vari paesi del mondo. http://www.triennale.org/mostra/la-terra-inquieta/

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Via ai lavori di ELT, il telescopio che troverà vita nello spazio. Con l`Italia in prima linea

Sulla vetta del Cerro Armazones, sulle Ande cilene a una quota di 3000 metri, è stata posata la prima pietra di quello che è stato definito il telescopio del futuro: l’Extremely Large Telescope, un telescopio che parla italiano. La cerimonia si è svolta alla presenza della Presidente della Repubblica del Cile, Michelle Bachelet, del Direttore Generale dello European Southern Observatory (ESO) Tim de Zeeuw, del Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Nichi D’Amico, di Stefania Giannini, in rappresentanza della Commissione esteri del Senato, dell’Ambasciatore italiano Marco Ricci e del console italiano in Cile Nicoletta Gliubich.

L’Italia è protagonista in questa avventura che ha visto il “via” delle operazioni di costruzione del telescopio – la prima luce dello strumento è prevista per il 2024 – avendo vinto la più grande commessa mai assegnata per un progetto di Astronomia da Terra. Il contratto comprende la progettazione, la realizzazione, il trasporto, la costruzione, l’assemblaggio sul sito dove sarà collocato ELT e la verifica finale della cupola e della struttura meccanica del telescopio. La realizzazione di queste due strutture è una vera e propria sfida ingegneristica, che vedrà la costruzione di una cupola del diametro di 80 metri completamente rotante che avrà una massa complessiva di circa 5000 tonnellate, ma anche la montatura del telescopio e la struttura dove verranno alloggiate le sue ottiche, con una massa complessiva movimentabile di oltre 3000 tonnellate. Per dare un’idea delle dimensioni complessive di ELT, l’altezza della struttura, pari a circa 90 metri, è quella di un palazzo di 30 piani e la superficie della sua pianta è come quella di un campo da calcio.

Video: ESO Continue reading