L`arte enigmatica di Gustom a Venezia

Le Gallerie dell’ Accademia a Venezia presentano la prima esposizione veneziana dedicata a Philip Gustom. La mostra propone una riflessione sulle modalità con cui l’artista entrava in relazione con le fonti di ispirazione, prendendo in esame cinque poeti fondamentali del XX secolo, che fecero da catalizzatori per gli enigmatici dipinti di Guston. Cinquant’anni della carriera artistica di Guston vengono ripercorsi esponendo 50 dipinti considerati tra i suoi capolavori e 25 fondamentali disegni che datano dal 1930 fino al 1980, ultimo anno di vita dell’artista. Si tracciano quindi paralleli tra i temi umanistici, riflessi in queste opere, e il linguaggio di cinque poeti: D.H Lawrence (Gran Bretagna, 1885 – 1930), W.B. Yeats (Irlanda, 1865 – 1939), Wallace Stevens (Stati Uniti, 1879 – 1955), Eugenio Montale (Italia, 1896 – 1981) e T.S Eliot (Gran Bretagna, americano di nascita, 1888 – 1965).

La mostra “Philip Guston and The Poets”, aperta sino al 3 settembre, è curata da Kosme de Barañano ed è organizzata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia in collaborazione con l’Estate of Philip Guston. Gli allestimenti della mostra sono curati dallo studio Grisdainese di Padova.

La mostra è una “prima” di Philip Guston nella città che ha esercitato una profonda influenza sulla sua opera ed è al tempo stesso un omaggio alla relazione dell’artista con l’Italia. Sin da giovane, nel realizzare murales guardava agli affreschi rinascimentali come ispirazione e di fatto questo suo amore per la pittura italiana rimase come Leitmotiv di tutta la sua carriera.

“Philip Guston and The Poets” è organizzata per nuclei tematici di opere messe in relazione con una selezione di scritti e di poesie dei cinque poeti. Iniziando da D.H. Lawrence, con il suo saggio del 1929 “Making Pictures”, la pittura di Guston sarà presentata da un’esplorazione del suo mondo di immagini, che si muove dalla riflessione sull’atto creativo a quello sulle possibilità contenute nella pittura. Con opere che appartengono sia al suo lavoro giovanile che a quello più maturo, la mostra si addentra nel percorso intimo di Philip Guston verso una “consapevolezza visionaria”, cioè il rapporto, sempre in evoluzione, con forme, immagini, idee, e la loro manifestazione fisica. Continue reading

Castelli d`Europa – Estremadura su RAI 5

ESTREMADURA. Il Palazzo da Pena, il Palazzo Nazionale di Mafra e la sua biblioteca, il Palácio dos Marqueses de Fronteira e il Palazzo Nazionale di Queluz sono i protagonisti della puntata. Continue reading

I luoghi del Giubileo su Rai 5

I luoghi del Giubileo è un percorso attraverso i luoghi identitari del Giubileo e, insieme, attraverso i capolavori artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato immagine alle forme della spiritualità e della religione. Continue reading

Museo Italia. Piero della Francesca su RAI 5

Da Sansepolcro a Monterchi, a Urbino: un viaggio sulle orme di Piero della Francesca. Il professor Antonio Paolucci illustra alcuni capolavori del pittore, spiega il rapporto tra arte e paesaggio e come un grande artista del passato possa essere protagonista della storia, dell’identità di un luogo Continue reading

La sorprendente storia delle opere che Haring dipinse a Roma

Ormai considerato uno degli artisti di maggior rilievo ed originalità del secondo Novecento, non solo nel campo della street – art o più precisamente del graffitismo, la fama di Keith Haring non accenna a diminuire. Fortunate dunque quelle città che ne conservano i lavori. A  Pisa, per esempio,  è possibile ammirare una sua opera di grandi  dimensioni, “Tuttomndo”,  realizzata nel 1989 che decora una parete del convento di Sant’ Antonio, a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

Non tutti sanno però che il pittore americano fece tappa anche a Roma, dove dipinse due opere. Ma dove, quando, perchè  e soprattutto che fine hanno fatto ?

Ce lo racconta Alice Ghinolfi,  co – curatrice di “Cross the Streets”, importante esposizione dedicata la variegato mondo dell’ arte di strada che in una  apposita  sezione ha ricostruito  questa non molto conosciuta storia.

Per saperne di più sull’opera di Haring a Pisa vi suggeriamo di guardare questo video: http://www.arte.rai.it/articoli/keith-haring-i-graffiti-e-il-problema-del-restauro/2732/default.aspx

Per la mostra “Cross the streets” invece potete vedere il seguente video: http://www.arte.rai.it/articoli/tanti-artisti-famosi-e-un-haring-scomparso-la-mostra-che-fa-il-punto-sulla-street-art/38148/default.aspx  Continue reading

L`occhio di Cartier-Bresson a San Gimignano

I 140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano dall’16 giugno al 15 ottobre 2017, dedicati al grande maestro, sono un’ ottima occasione per  immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, lucido verso la realtà storica e sociologica che lo circondava.

Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a San Gimignano, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

Per parlare di Henri Cartier-Bresson  è bene tenere presente  la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire

Obiettivo della mostra  è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

Noi abbiamo intervistato il curatore Denis Curti.

“Henry Cartier- Bresson. Fotografo”

San Gimignano, Galleria d’ Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”

Fino al 15 Ottobre  2017 Continue reading

Tanti artisti famosi e un Haring “scomparso”: la mostra che fa il punto sulla street-art

Cross the Streets è una piattaforma culturale che getta le basi per una storicizzazione del fenomeno del Writing e della Street Art, tirando le fila del fenomeno artistico e mediatico fra i più influenti degli ultimi quarant’anni. Una controcultura, ormai diventata ampiamente mainstream, in mostra fino all’1 ottobre 2017 al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma. 

Unica avanguardia in grado di riunire gioventù, periferie e minoranze della globalizzazione, l’arte urbana, in tutte le sue forme – dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo alla Street Art – ha influenzato profondamente l’immaginario collettivo: partendo da fenomeno underground di protesta giovanile questa pratica artistica è arrivata a contaminare tutti i campi, dalla moda alla musica, dal cinema alla fotografia fino alla pubblicità e, più in generale, è diventata di dominio pubblico. Lo scopo di Cross the Streets è quello di indagare, a livello globale, la potenza e la fascinazione di questa multimedialità estrapolandone le linee guida, i pionieri mondiali, i fenomeni di costume da essa generati e, a livello locale, la storia del graffitismo romano.

La mostra ospita artisti di grande rilievo, sia internazinali che italiani e soprattutto permette di farsi un idea dellle tante forme che l’arte urbana ha assunto in almeno 4 decenni e che forse assumerà in futuro. Accanto infatti a nomi celebrati come Invader o Shepard Fairey, Ron English o Ray Caesar tra gli stranieri o Diamond, Lucamaleonte o JBRock,tra gli italiani,  si possono vedere anche le “nuove leve” come ad esempio il ventenne egiziano Musa One.  Partendo insomma dalla sezione dal titolo “Street Art Stories”, che ospita una selezione di artisti e opere che – riuniti sotto la stessa visione – permettono allo spettatore di avere una panoramica più chiara possibile della nascita e dell’evoluzione del fenomeno della Street Art. , si arriva fino ai nostri giorni con uno sgauardo proiettato sul futuro di questa forma d’ arte sempre più importante e popolare.

Per orientarci all’ interno dell’ esposizione  e per capire meglio le varie forme espressive che vanno sotto il nome, davvero generico, di Street – Art, noi ci siamo fatti guidare dalla co – curatrice Alice Ghinolfi che ci ha raccontato, tra le altre cose, una storia che non molti conoscono, su Keith Haring a Roma e sulle opere che aveva realizzato in quell’ occasione.

“Cross the Streets”

Roma, Macro

 Fino al 1 Ottobre 2017 Continue reading

L`eterna bellezza dell`arte italiana del primo Novecento

Dopo la devastazione del Primo Conflitto Mondiale, nel clima europeo del ritorno all’ordine, in Italia si affermano ricerche e movimenti, come la Metafisica, l’esperienza di “Valori Plastici”, il Novecento italiano e la poetica del Realismo magico, che recuperano temi e soluzioni formali della tradizione artistica. I soggetti allegorici, il ritratto, la figura, il paesaggio e la natura morta sono interpretati secondo un nuovo linguaggio che declina in chiave moderna i valori dell’arte antica e rinascimentale. In questo contesto si consolida l’importanza della conoscenza tecnica intesa come strumento di restituzione e trasfigurazione del reale, alla ricerca di una dimensione trasognata e senza tempo.

Attraverso molte opere, alcune autentici capolavori, del primo Novecento, la mostra Un’eterna bellezza, ospitata al Mart di Rovereto,  propone un percorso tra  i lavori  dei maestri dell’arte italiana che guardano al passato e al canone classico come fonti di ispirazione. Il percorso espositivo è articolato in sette sezioni: Metafisica del tempo e dello spazio; Evocazioni dell’antico; Paesaggi; Poesia degli oggetti; Ritorno alla figura. Il ritratto; Il nudo come modello; Le stagioni della vita. In mostra oltre cento opere di alcuni tra i più significativi protagonisti dell’arte italiana: Carrà, Casorati, de Chirico, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi ma anche Bucci, Cagnaccio, Donghi, Dudreville, Funi, Malerba, Martini, Marussig, Oppi e Wildt.
L’esposizione intreccia una fitta rete di rimandi visivi con le opere delle Collezioni del Mart presenti nel percorso permanente. Per farcela raccontare noi abbiamo ascoltato le due curatrici Daniela Ferrari  e Beatrice Avanzi

“Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’ arte italiana del primo Novecento”

Rovereto, Mart

Fino al 5 Novembre 2017
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L` eterna bellezza dell` arte italiana del primo Novecento

 

Dopo la devastazione del Primo Conflitto Mondiale, nel clima europeo del ritorno all’ordine, in Italia si affermano ricerche e movimenti, come la Metafisica, l’esperienza di “Valori Plastici”, il Novecento italiano e la poetica del Realismo magico, che recuperano temi e soluzioni formali della tradizione artistica. I soggetti allegorici, il ritratto, la figura, il paesaggio e la natura morta sono interpretati secondo un nuovo linguaggio che declina in chiave moderna i valori dell’arte antica e rinascimentale. In questo contesto si consolida l’importanza della conoscenza tecnica intesa come strumento di restituzione e trasfigurazione del reale, alla ricerca di una dimensione trasognata e senza tempo.

Attraverso molte opere, alcune autentici capolavori, del primo Novecento, la mostra Un’eterna bellezza, ospitata al Mart di Rovereto,  propone un percorso tra  i lavori  dei maestri dell’arte italiana che guardano al passato e al canone classico come fonti di ispirazione. Il percorso espositivo è articolato in sette sezioni: Metafisica del tempo e dello spazio; Evocazioni dell’antico; Paesaggi; Poesia degli oggetti; Ritorno alla figura. Il ritratto; Il nudo come modello; Le stagioni della vita. In mostra oltre cento opere di alcuni tra i più significativi protagonisti dell’arte italiana: Carrà, Casorati, de Chirico, de Pisis, Savinio, Severini, Sironi ma anche Bucci, Cagnaccio, Donghi, Dudreville, Funi, Malerba, Martini, Marussig, Oppi e Wildt.
L’esposizione intreccia una fitta rete di rimandi visivi con le opere delle Collezioni del Mart presenti nel percorso permanente. Per farcela raccontare noi abbiamo ascoltato le due curatrici Daniela Ferrari  e Beatrice Avanzi

“Un eterna bellezza. Il canone classico nell’ arte italiana del primo Novecentp”

Rovereto, Mart

2 Luglio – 5 Novembre
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Le riletture di Glenn Brown e un museo fiorentino tutto da scoprire

Prendendo spunto dalla storia dell’arte e dalla cultura popolare, Glenn Brown ha dato vita a un linguaggio artistico che sfida e trascende il tempo e le convenzioni pittoriche. Le sue pulsioni manieriste nascono dal desiderio di infondere nuova vita alla forma oltre i limiti storici. Richiamandosi a opere altrui, facendole proprie e studiandole, Brown presenta una rilettura in chiave contemporanea di immagini appena riscoperte o conclamate. Personaggi e paesaggi presi in prestito da altre opere vengono sottoposti a un lungo ed attento processo di rielaborazione attraverso il quale ognuno di essi è trasformato in una nuova immagine esuberante e ammaliante. Con le sue sofisticate composizioni, in cui diversi periodi storici e diverse correnti artistiche — quali il Rinascimento, l’Impressionismo, il Surrealismo — si vanno a fondere l’uno con l’altro, Brown crea uno spazio dove astratto e viscerale, razionale e irrazionale, bello e grottesco si confondono dando vita ad un vertiginoso amalgama di forme e riferimenti.

Nato ad Hexham, Inghilterra, Glenn Brown ha partecipato a numerose mostre collettive e personali. Tra le più recenti, ricordiamo la mostra Glenn Brown, Tate Liverpool, Inghilterra (2009, ospitata, in seguito, anche dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Italia e dal Museo Ludwig di Budapest fino al tutto il 2010); la mostra Conversation Piece V, Frans Hals Museum, Paesi Bassi (2013–14); la mostra Glenn Brown, Des Moines Art Center, Iowa (2016, ospitata, poi, dal Contemporary Arts Center di Cincinnati per il resto del 2017); la mostra Glenn Brown/Vincent Van Gogh, Fondation Vincent Van Gogh Arles, Francia (2016) e, più recentemente, la mostra Glenn Brown – Rembrandt; Afterlife, Rembrandt House Museum, Amsterdam (2017).

La presenza delle opere di Glenn Brown a Firenze va a testimoniare e confermare il ruolo di primissimo piano che la città riveste nell’ambito della promozione dell’arte contemporanea. Esponendo le opere di Brown accanto a quelle appartenenti alla famosissima collezione di Stefano Bardini, celeberrimo antiquario e collezionista d’arte del XIX e primo XX secolo, si offre al pubblico l’opportunità di ammirare importanti lavori d’arte visiva prodotti da uno dei protagonisti del panorama artistico contemporaneo presentati fianco a fianco a opere del passato, andando così a creare un’affascinante giustapposizione per aprire un rinnovato discorso artistico. Il Museo Bardini ospita nelle sue sale numerosi capolavori dell’arte medievale e rinascimentale tra cui la Carità di Tino da Camaino e la Madonna dei Cordai di Donatello, il Crocifisso di Bernardo Daddi, il San Michele Arcangelo del Pollaiolo e l’Atlante del Guercino oltre a straordinari disegni del Tiepolo e del Piazzetta. La mostra di Glenn Brown si compone  di oltre una trentina di opere, tra cui dipinti, disegni e sculture, alcune delle quali realizzate appositamente in occasione di questa mostra ed esposte al pubblico per la prima volta.

“Glenn Brown. Piaceri sconosciuti”

Firenze, Museo Bardini

Fino al 23 Ottobre 2017

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Antico e moderno vanno a braccetto nella Brescia di Mimmo Paladino

 A Brescia parte un interessante progetto che vuole unire antico e contemporaneo. Ogni anno un artista internazionale sarà chiamato a svelare un nuovo punto di vista sullo spazio urbano del centro storico bresciano, grazie al dialogo tra le opere selezionate per l’occasione e i luoghi che le accoglieranno. Il risultato sarà un percorso d’artista, che dal cuore istituzionale della città conduca al Parco Archeologico e al Museo di Santa Giulia. Un viaggio a ritroso da Brescia a Brixia, attraverso la mediazione e la sensibilità di un grande artista del presente.

L’artista selezionato per il 2017 è Mimmo Paladino. Una scelta assolutamente non casuale,  per la sua capacità di alimentare la storia, trasformando i simboli della cultura figurativa del mediterraneo, dagli archetipi al Novecento.
Paladino inoltre è personalmente legato a Brescia. Qui, ben quarant’anni fa, tenne la sua prima personale importante, momento fondamentale per la sua carriera di artista oggi di fama mondiale. Tante dunque le opere dell’ artista campano esposte nei luoghi della citta; per farcele raccontare abbiamo lasciato la parola al curatore  Luigi Di Corato e allo stesso Mimmo Paladino.

“Mimmo Palladino. Ouverture”

Brescia, vari luoghi

Fino al  30 Settembre 2017

 

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Il Colosseo come simbolo di potere Colosseo. Un`icona. Settima parte

In questa settima e ultima puntata della mini-serie dedicata da RAI ARTE alla storia del Colosseo (nell’ambito della mostra Colosseo. Un’icona) la direttrice del monumento Rossella Rea spiega l’uso del monumento durante il ventennio fascista.

Con l’avvento del fascismo in Italia, il Colosseo torna ad acquisire il ruolo di simbolo di potere che era stato alla base della sua edificazione per mano della dinastia dei Flavi e che era perdurato fino al tardo Medioevo, nel periodo della lotta delle investiture. Sul volgere del Cinquecento, il Colosseo va incontro ad un processo di cristianizzazione il cui culmine si ha con la costruzione delle edicole della via Crucis nel 1675. Dal Settecento si impone come meta privilegiata del Gran Tour di poeti, scrittori e vedutisti. Infine nell’Ottocento diventa luogo ideale per i raduni, per cui vengono realizzati degli interventi, tuttora visibili, per adeguarlo a questa destinazione d’uso.

Durante il Fascismo, la maestà del Colosseo si impone sullo sfondo di eventi da immortalare o da impiegare in fotomontaggi a uso propagandistico del simbolo più potente dell’impero, fra gli altri di cui il Fascismo andava appropriandosi nella costruzione di una nuova grande Roma. Si apriva infatti l’era del “piccone risanatore”, il paesaggio urbano della Capitale stava cambiando, come rivelano roboanti aeropitture, e la superba Via dell’Impero riallacciava l’anfiteatro al cuore di Roma, con un fuoco prospettico ideale per le parate militari.

Curiosa la circostanza per cui, l’unico episodio di un uso culturale del Colosseo, fu la rappresentazione notturna dell’Aida di Verdi alla presenza del Duce nel 1938.

In mostra per la prima volta l’epigrafe che Mussolini posò nel 1926 su uno dei lati alla base della Croce che ancora oggi sorge sul margine settentrionale dell’arena. Mussolini aveva sanato l’antico vulnus della rimozione della Croce fatta erigere da Benedetto XIV al centro dell’arena nel 1750, quando aveva consacrato il monumento ai Martiri, per poter procedere tra il 1874 e il 1875 allo sterro degli ipogei: forse proprio per smorzare le possibili ansie della Chiesa, giustapponendo nel suo basamento un’iscrizione politica accanto a quella religiosa che ricordava la benemerenza del pontificato di Pio XI.

Mussolini assegnava inoltre al “Colosseo Quadrato”, il Palazzo della Civiltà Italiana, un ruolo eminente nel cantiere dell’Esposizione Universale di Roma: quella glaciale, metafisica pietrificazione – messa a fuoco dal cielo in uno scatto di Olivo Barbieri – voleva incarnare e tramandare i valori fascisti, modellando il carattere delle generazioni a venire e l’identità nazionale di un popolo di guerrieri e costruttori. Ma l’ambizioso progetto non viene completato da Mussolini a causa dello scoppio della guerra. Nel giugno del ‘44 il Colosseo viene di nuovo usato come simbolo di potere immortalato nelle riprese della liberazione di Roma dove i mezzi corazzati americani sfileranno accanto al Colosseo tra la folla esultante.

Guarda anche

Colosseo. Un’icona. Prima parte.

Il Colosseo di Carlo Lucangeli. Colosseo. Un`icona. Seconda parte

Allestire una mostra. La sfida del Colosseo Colosseo. Un`icona.Terza parte

La flora del Colosseo. Colosseo. Un’icona. Quarta parte

Un`ospedale all`interno del Colosseo. Colosseo. Un`icona. Quinta parte

Progetti per il Colosseo (per fortuna) mai realizzati. Colosseo. Un`icona. Sesta parte

 

Colosseo. Un’icona

Roma, Colosseo

Fino al 7 gennaio 2018 Continue reading

L`archeologia visionaria di Giovanni Battista Piranesi

“Quando mi accorsi che a Roma la maggior parte dei monumenti antichi giacevano abbandonati nei campi o nei giardini, oppure servivano da cava per nuove costruzioni, decisi di preservarne il ricordo con le mie incisioni. Ho dunque cercato di mettervi la più grande esattezza possibile.”

Giovanni Battista Piranesi si reca a Roma, per la prima volta, nel 1740 partecipando in qualità di disegnatore al seguito della spedizione diplomatica del nuovo ambasciatore veneziano Francesco Venier. Con le “parlanti ruine” della civiltà romana, egli instaura da subito, e per sempre, un dialogo personalissimo. Il risultato è uno sterminato deposito di immagini della Città Eterna caratterizzate da un magico intreccio di scienza e invenzione, precisione e “capriccio” della ragione.

E’ lo sguardo di un architetto, di uno scenografo, di un conoscitore della storia romana, di un artista educato al rigore prospettico del vedutismo veneziano e, infine, è lo sguardo di un visionario: un fabbricatore di utopie che recuperando le forme antiche attraverso l’eccellenza della tecnica incisoria, si fa portavoce eloquente della romanità e della sua resurrezione in un mondo nuovo.

Il Museo di Palazzo Braschi, depositario di un vasto nucleo dell’opera di Piranesi presenta una rassegna delle principali serie di acqueforti: Vedute di Roma e Antichità di Roma, integrata con una selezione da Carceri d’invenzione, provenienti dalla Fondazione Cini di Venezia. Prospettive geometricamente ineccepibili eppure sfuggenti, dall’effetto straniante, che anticipano l’immaginario escheriano e sono ancora vive nella cultura figurativa contemporanea.

Museo di Roma Palazzo Braschi, Piranesi. La fabbrica dell’utopia

Fino al 15 ottobre 2017 Continue reading

L` occhio di Cartier- Bresson a San Gimignano

  I 140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano dall’16 giugno al 15 ottobre 2017, dedicati al grande maestro, sono un’ ottima occasione per  immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, lucido verso la realtà storica e sociologica che lo circondava.

 

Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a San Gimignano, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

 

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

 

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

 

 

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

 

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

 

Per parlare di Henri Cartier-Bresson  è bene tenere presente  la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire

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Obiettivo della mostra  è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

Noi abbiamo intervistato il curatore Denis Curti.

“Henry Cartier- Bresson. Fotografo”

San Gimignanao, Galleria d’ Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”

16 giugno – 15 Ottobre Continue reading

Il mito greco e gli amori divini a Napoli

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è possibile visitare la mostra Amori Divini, un’esposizione di 80 opere sul tema amore ed eros e sul mito greco: dai vasi attici agli affreschi pompeiani fino ai quadri rinascimentali e moderni. Un unico filo conduttore, la metamorfosi,  di questa molto interessante esposizione che propone un percorso “nel mito greco e nella sua fortuna”  attraverso la seduzione e la trasformazione. http://www.museoarcheologiconapoli.it/it/2017/06/amori-divini-dal-7-giugno-al-16-ottobre/ Continue reading

Tanti artisti famosi e un Haring “scomparso”: la mostra che fa il punto sulla street- art

Cross the Streets è una piattaforma culturale che getta le basi per una storicizzazione del fenomeno del Writing e della Street Art, tirando le fila del fenomeno artistico e mediatico fra i più influenti degli ultimi quarant’anni. Una controcultura, ormai diventata ampiamente mainstream, in mostra fino all’1 ottobre 2017 al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma. 

Unica avanguardia in grado di riunire gioventù, periferie e minoranze della globalizzazione, l’arte urbana, in tutte le sue forme – dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo alla Street Art – ha influenzato profondamente l’immaginario collettivo: partendo da fenomeno underground di protesta giovanile questa pratica artistica è arrivata a contaminare tutti i campi, dalla moda alla musica, dal cinema alla fotografia fino alla pubblicità e, più in generale, è diventata di dominio pubblico. Lo scopo di Cross the Streets è quello di indagare, a livello globale, la potenza e la fascinazione di questa multimedialità estrapolandone le linee guida, i pionieri mondiali, i fenomeni di costume da essa generati e, a livello locale, la storia del graffitismo romano.

La mostra ospita artisti di grande rilievo, sia internazinali che italiani e soprattutto permette di farsi un idea dellle tante forme che l’arte urbana ha assunto in almeno 4 decenni e che forse assumerà in futuro. Accanto infatti a nomi celebrati come Invader o Shepard Fairey, Ron English o Ray Caesar tra gli stranieri o Diamond, Lucamaleonte o JBRock,tra gli italiani,  si possono vedere anche le “nuove leve” come ad esempio il ventenne egiziano Musa One.  Partendo insomma dalla sezione dal titolo “Street Art Stories”, che  ospita una selezione di artisti e opere che – riuniti sotto la stessa visione – permettono allo spettatore di avere una panoramica più chiara possibile della nascita e dell’evoluzione del fenomeno della Street Art. , si arriva fino ai nostri giorni con uno sgauardo proiettato sul futuro di questa forma d’ arte sempre più importante e popolare.

Per orientarci all’ interno dell’ esposizione  e per capire meglio le varie forme espressive che vanno sotto il nome, davvero generico, di Street – Art, noi ci siamo fatti guidare dalla co – curatrice Alice Ghinolfi che ci ha raccontato, tra le altre cose, una storia, che non molti conoscono, su Keth Haring a Roma e sulle opere che aveva realizzato in quell’ occasione.

“Cross the Streets”

Roma, Macro

7 Maggio  – 1 Ottobre    Continue reading

Tutto il mondo di Ostkreuz, la “Magnum” della fotografia tedesca

Nella primavera del 1990 sette fotografi di Berlino est sono seduti a un tavolo del Café du Marché a Parigi, il Muro è caduto da poco e, nella Germania ancora divisa, nessuno sa ancora immaginare l’evolversi degli eventi. I fotografi si trovano in città su invito di Mitterrand per partecipare a una mostra che riunisce i maggiori artisti della DDR; tra loro Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler e Werner Mahler. In mente hanno l’esempio della Magnum Photos, di cui conoscono alcuni membri, e ora, tutti riuniti a Parigi, decidono di fondare una propria agenzia. La chiamano Ostkreuz, usando il nome di una stazione della ferrovia metropolitana che collega la parte est di Berlino con l’intera città, un modo per connotare la loro attività che, partendo da est, possono finalmente svolgere in tutte le direzioni. Gli spazi espositivi del Museo di Roma in Trastevere ospitano, OSTKREUZ., una mostra dedicata all’ agenzia fotografica tedesca, che espone oltre 250 fotografie di 22 fotografi, dai lavori immediatamente successivi il crollo del Muro fino ai giorni nostri.

Una sezione dell’esposizione sarà invece nel Foyer dell’Auditorium del Goethe-Institut in via Savoia e la mostra fa parte del circuito del festival FotoLeggendo

Nel complesso, le foto in mostra riproducono un variopinto mosaico di stili e approcci differenti, spesso caratteristici del periodo in cui sono nate, e per questo sono rappresentative dello sviluppo della fotografia nell’ultimo quarto di secolo a Berlino e in Germania, ma anche oltre questi confini geografici. In mostra infatti  anche lo sguardo dei fotografi sul mondo: dal reportage sulla cultura heavy metal al ritratto della Corte internazionale di giustizia, passando per eventi storici come la Primavera di Praga o la rivoluzione in Egitto.

Un esposizione insomma davvero bella e piena di spunti, che racconta il passato prossimo, come nel caso delle bellissime immagini dei luoghi in cui operava la Stasi nell’ allora Germania Est, ma anche il presente di luoghi come Gaza o i delle repubbliche asiatiche ex sovietiche come il Kazakistan o l’ Azerbaijan. Da non perdere anche il reportage dedicato ad internet, solo in apparenza invisibile…

Noi ci siamo fatti guidare da Gabriele Kreutzer Lenz, direttrice generale del Goethe-Institut in Italia, che con passione e competenza ci ha raccontato la storia di quello che oggi è il più rinomato collettivo di fotografi tedesco e ci ha spiegato diverse tra le più belle ed importanti opere che si possono ammirare in mostra.

“Ostkreuz”

Roma, Museo di Roma in Trastevere e Goethe institut

24 Giugno – 17 Settembre

Per la foto

© Heinrich Volkel / OSTKREUZ

 

 

 

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Giorgio Andreotta Calò. L`elogio della lentezza

Invitato alla Biennale di Venezia nel 2011, Giorgio Andreotta Calò era giunto a piedi da Amsterdam alla città dove è nato nel 1979, per lasciare un poetico messaggio audio nel giardino di Carlo Scarpa. Poche parole sul tema dell’attesa, il ritorno, la circolarità del tempo. L’elogio della lentezza e dell’assenza, un invito a penetrare oltre le forme presenti e concrete dell’opera d’arte. Che è pensiero e richiede puro ascolto.Tempo. Parola chiave, insieme ad acqua, nella ricerca dell’artista veneziano, che nel 2010 aveva interamente sommerso il proprio studio olandese e ha poi continuato a prediligere questa materia dalle proprietà “palindrome” che ribalta le architetture svelandone la natura segreta, onirica.

Per la cinquantasettesima Biennale, invitato da Cecilia Alemani al Padiglione Italia, Giorgio Andreotta Calò ha elaborato ancora una volta un’installazione complessa: Senza titolo (La fine del mondo), un’opera che ben sintetizza le coordinate lungo le quali l’artista veneziano viaggia ormai da più di un decennio. Un’ultima architettura capovolta, potente e dalla lunga genesi, che si propone anche come una riflessione sull’etica della pratica artistica nel mondo contemporaneo.

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A spasso tra le rovine. Con Duchamp e gli artisti contemporanei

“L’arte contemporanea non è affatto in contrapposizione rispetto all’archeologia. Anzi è la compagna ideale all’interno di un percorso aperto, per molti versi precario e accidentato”. Prosegue il dialogo tra gli artisti del nostro tempo e le rovine antiche, proposto da alcuni anni in uno dei luoghi più densi di memorie classiche: il Palatino. Un percorso eclettico che si inoltra tra le Arcate Severiane, nella zona monumentale dello Stadio di Domiziano, l’edifico che costituisce una parte integrante del palazzo imperiale, tocca l’Acquedotto Claudio, la Domus Augustana, le Terrazze Severiane e si insinua nel contesto archeologico sviluppando una prospettiva del tutto inedita.

Il mistero della Storia si arricchisce di nuove suggestioni, provocazioni, corto-circuiti dello sguardo: altre immagini e altri luoghi visionari “appartenenti a un presente in transito”. Cento opere, parte della collezione di Tullio Leggeri, molte le installazioni site- specific. Non una citazione dell’antico ma dispositivi che liberano l’immaginazione e “hanno lo scopo di riattivare le energie del luogo”. Per riflettere sulla molteplicità dei linguaggi artistici e sul senso del Tempo e della permanenza, nel luogo che segna la nascita di Roma.

Roma, Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

fino al 29 ottobre 2017 Continue reading

Tutte le emozioni e le sfumature del colore in una mostra torinese

Grande ricchezza di colori e di straordinari artisti per la mostra L’emozione dei colori frutto della collaborazione tra GAM di Torino e il Castello di Rivoli sotto la direzione di Carolyn Christov Bakargiev. Una mostra caratterizzata dalla ricchissima varietà, con l’esposizione di 400 opere d’arte realizzate da oltre 130 artisti provenienti da tutto il mondo.   Viene ripercorsa la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte, dal Settecento ad oggi.  Attraverso racconti e presentazioni, si affronta l’uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico. http://www.gamtorino.it/it/eventi-e-mostre/lemozione-dei-colori-nellarte Continue reading

Oltre 100 opere di arte contemporanea italiana “invadono” Firenze

L’Italia è una repubblica fondata sull’arte e la bellezza; si potrebbe perfino affermare che è una repubblica fondata e rifondata dagli artisti. In Assisi, in una delle volte della Basilica Superiore, Cimabue ha scritto Ytalia a margine di una rappresentazione di città, sicuramente Roma, nella quale si riconoscono alcuni edifici: Castel Santangelo, forse San Pietro o San Giovanni in Laterano, il Pantheon, il Palazzo Senatorio e la torre dei Conti. La città eterna, vista dall’alto e racchiusa entro la cerchia di mura, rappresenta per quell’artista una primissima affermazione dell’esistenza della civiltà italiana, a cui guardare, di cui sentirsi parte e farsi promotore. Con quella segnaletica, Cimabue sancisce che i confini nazionali -siamo tra il 1280 e il 1290- sono prima artistici che politici, e che l’identità nazionale è fatta di cultura classica e umanistica, di bellezza pagana e spiritualità cristiana. In fondo poco è cambiato nel corso dei secoli. L’Italia è ancora  oggi il paese dell’arte e della bellezza.  Così è stato dal Trecento al Seicento, secoli di massimo splendore, e fino al Novecento. In tal senso, all’interno della comunità artistica internazionale, l’arte italiana – da Giotto a Piero della Francesca, 

da Michelangelo a Caravaggio, e da questi fino ai Futuristi e oltre – ha fatto scuola, è stata di modello per il mondo intero, perché nei nostri manufatti artistici si è potuto apprezzare il perfetto equilibrio di classicità e anticlassicità, di eclettismo e purismo, d’invenzione e citazione, d’immanenza e trascendenza. Una mostra, che offra al pubblico nazionale e internazionale, l’opportunità di confrontarsi con le opere di alcuni tra i maggiori artisti italiani del nostro tempo è sempre un fatto importante, anche per le discussioni che suscita, oltre che per le emozioni e le riflessioni che rigenera.

Partendo dalla citazione medievale di Cimabue, e in concomitanza con lo svolgimento della 57° Biennale di Venezia, periodo di massima attenzione intorno al contemporaneo nel nostro paese, la città di Firenze ospita – dal 2 giungo al 1 ottobre – Ytalia, una imponente mostra collettiva sull’arte italiana contemporanea ideata e curata da Sergio Risaliti che abbiamo intervistato.

“Ytalia. Energia, Pensiero, Bellezza. Tutto è connesso”

Firenze, Forte di Belvedere 

2 Giugno – 1 Ottobre  Continue reading

L` abbazia che utilizza la realtà virtuale per mostrare a tutti i luoghi della clausura

La bellissima Abbazia delle Tre Fontane è un monastero contemplativo nel cuore di Roma, frequentato da romani e turisti, italiani e non. La si visita perchè la tradizione vuole che qui sia stato decapitato San Paolo, la cui testa, cadendo a terra, avrebbe fatto tre rimbalzi, da ognuno dei quali sarebbe scaturita una fonte, ma anche per la sua importanza storico – artistica e per trovare ristoro in una vera e propria oasi di pace.

L’ Abbazia è tenuta dai padri trappisti che si mantengono producendo con le loro mani prodotti agricoli, olio, miele, cioccolata ed anche la birra. Siccome i monaci vivono in clausura, non tutte le parti del monastero sono accessibili al pubblico, ed ai visitatori poteva restare la curiosità di vedere non solo le tre chiese presenti ma anche luoghi come il chiostro o la parte non visitabile della chiesa abbaziale.

Da poco però c’e’ una splendida novità, davvero più unica che rara,  perchè l’ Abbazia è probabilmente il primo luogo sacro  al mondo ad offire ai suoi visitatori un ‘ installazione di realtà virtuale. Grazie ad una start up innovativa e tutta italiana, Sfera Productions (http://sferaproductions.com) è  stato infatti  realizzato un virtual tour.  Attraverso un’installazione HTC Vive permanente, allestita all’interno dell’area museale dell’Abbazia, gli utenti potranno visitare per la prima volta l’intera Chiesa Abbaziale, uno dei monumenti più interessanti dell’architettura medievale romana di transizione, che attualmente è accessibile solo fino a una certa altezza della navata centrale, e il Chiostro, il luogo in cui i monaci Cistercensi si riuniscono nella preghiera e nella meditazione fin dal XII secolo.
Tutti gli ambienti sono stati fedelmente riprodotti in computer grafica e successivamente implementati in un motore grafico per la fruizione in tempo reale. Nel corso delle due esperienze virtuali, le voci dei monaci e i loro canti, insieme ai rintocchi delle campane e ai rumori della natura del giardino del Chiostro, concorrono a simulare una sensazione di reale (com)presenza nel luogo.

Noi abbiamo intervistato l’ abate Jacques Brière che ci ha raccontato la secolare storia di questo luogo, la vita dei trappisti e soprattutto come mai abbia deciso di utilizzare questi metodi tecnologici davvero all’ avanguardia. Poi, naturalmente abbiamo anche noi fatto l’ affascinate esperienza della visita virtuale… Continue reading

L` arte enigmatica di Gustom a Venezia

Le Gallerie dell’ Accademia a Venezia presentano la prima esposizione veneziana dedicata a Philip Gustom. La mostra propone una riflessione sulle modalità con cui l’artista entrava in relazione con le fonti di ispirazione, prendendo in esame cinque poeti fondamentali del XX secolo, che fecero da catalizzatori per gli enigmatici dipinti di Guston. Cinquant’anni della carriera artistica di Guston vengono ripercorsi esponendo 50 dipinti considerati tra i suoi capolavori e 25 fondamentali disegni che datano dal 1930 fino al 1980, ultimo anno di vita dell’artista. Si tracciano quindi paralleli tra i temi umanistici, riflessi in queste opere, e il linguaggio di cinque poeti: D.H Lawrence (Gran Bretagna, 1885 – 1930), W.B. Yeats (Irlanda, 1865 – 1939), Wallace Stevens (Stati Uniti, 1879 – 1955), Eugenio Montale (Italia, 1896 – 1981) e T.S Eliot (Gran Bretagna, americano di nascita, 1888 – 1965).

La mostra “Philip Guston and The Poets”, aperta sino al 3 settembre, è curata da Kosme de Barañano ed è organizzata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia in collaborazione con l’Estate of Philip Guston. Gli allestimenti della mostra sono curati dallo studio Grisdainese di Padova.

La mostra è una “prima” di Philip Guston nella città che ha esercitato una profonda influenza sulla sua opera ed è al tempo stesso un omaggio alla relazione dell’artista con l’Italia. Sin da giovane, nel realizzare murales guardava agli affreschi rinascimentali come ispirazione e di fatto questo suo amore per la pittura italiana rimase come Leitmotiv di tutta la sua carriera.

“Philip Guston and The Poets” è organizzata per nuclei tematici di opere messe in relazione con una selezione di scritti e di poesie dei cinque poeti. Iniziando da D.H. Lawrence, con il suo saggio del 1929 “Making Pictures”, la pittura di Guston sarà presentata da un’esplorazione del suo mondo di immagini, che si muove dalla riflessione sull’atto creativo a quello sulle possibilità contenute nella pittura. Con opere che appartengono sia al suo lavoro giovanile che a quello più maturo, la mostra si addentra nel percorso intimo di Philip Guston verso una “consapevolezza visionaria”, cioè il rapporto, sempre in evoluzione, con forme, immagini, idee, e la loro manifestazione fisica. Continue reading

Gerald Fox: alla scoperta di Bill Viola

Il regista Gerald Fox – intervistato al Biografilm Festival 2017 – ci parla del suo documentario sull’artista Bill Viola e, tramite esso, del rapporto tra arte e sacro. Dal 2014, nella Cattedrale di St. Paul a Londra, troneggiano alcune grandi opere di Bill Viola, moderne pale d’altare che illustrano l’una la Madonna e l’altra quattro martiri, uno per ogni elemento: aria, acqua, terra e fuoco. Il racconto della loro concezione, costruzione, installazione, è un percorso più che decennale di introspezione e creazione compiuto da Bill insieme alla sua compagna di vita e di lavoro Kira. Il risultato sono immagini universali, che emozionano e fanno riflettere sulla nascita, la morte, l’amore, il sacrificio. Arte che ci interroga sul nostro ruolo nel mondo e sul destino a cui siamo chiamati.

Biografilm Festival – International Celebration of Lives

La mostra di Bill Viola “Rinascimento elettronico” Continue reading