Elizabeth Siddal – Un anno e un giorno. Poesie e lettere


Elizabeth Siddal
Un anno e un giorno. Poesie e lettere
trad. dall’ing. a cura di Stefania Arcara
pp. 140, € 19,
VandA edizioni, Milano 2024

Passata alla storia come musa ispiratrice dei pittori e dei poeti preraffaelliti, trasfigurata da John Everett Millais nell’Ofelia shakespeariana e dal marito Dante Gabriel Rossetti nella Beatrice dantesca, Elizabeth Siddal fu in realtà anche una poetessa oltre che un’artista e una modella.‍ Questo volume, che raccoglie l’intero corpus letterario ed epistolare di Siddal e lo accompagna con dieci illustrazioni raffiguranti una pagina autografa e nove disegni e dipinti di sua mano, si afferma come prima edizione basata sui manoscritti originali conservati all’Ashmolean Museum di Oxford.

Nell’Introduzione, Arcara decostruisce l’immagine di Siddal come emblema preraffaelita della vulnerabilità femminile e propone una rilettura in chiave femminista della sua figura e opera. Nelle poesie, così come nel suo autoritratto, Siddal esprime una personalità complessa, sfidando l’“erotismo spiritualizzato” e angelicato rossettiano e rendendo percepibile “il dissidio […] tra le sue identità difficilmente conciliabili: creatura e creatrice”. Tra le lettere, spiccano per i toni fermi e arguti quelle del maggio 1854 a Barbara L. Smith e quella del dicembre 1855 al marito. Nella prima Siddal rifiuta l’associazione della sua persona all’immagine della fanciulla malata; nella seconda mostra un’abilità quasi dickensiana di caratterizzazione attraverso l’ironia e l’uso di uno stile descrittivo frammentario.

I versi di Siddal, pubblicati dopo la sua morte dal cognato William M. Rossetti nei suoi saggi e memoir, e solo nel tardo Novecento all’interno di antologie di poesia vittoriana, risalgono probabilmente al periodo compreso tra la metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento e il 1862, anno della sua morte. La critica coeva ignorò il carattere letterario e l’intenzione autoriale della sua scrittura, limitandosi a condannarne la vena malinconica e vittimistica. Solo la cognata Christina Rossetti e l’amico Algernon Swinburne, entrambi poeti, seppero cogliere l’ironia, il sarcasmo e l’arguzia che pervadevano quei versi, mentre agli inizi del Novecento furono le italiane Zaira Vitale e Alice Galimberti ad apprezzare l’eleganza, la melodiosità e l’ingegno.

Esplorando la scrittura di Siddal, Arcara scopre una voce poetica intensa, intrisa di disillusione e di sofferenza, ma allo stesso tempo nobile e fiera. Da un punto di vista stilistico, le poesie mostrano un uso originale della forma della ballata e un frequente ricorso all’intertestualità. L’io lirico, quasi sempre una voce femminile “potenzialmente sovversiva”, non narra semplicemente una storia, ma esprime in prima persona l’insofferenza della donna e dell’artista di fronte ai vincoli materiali, morali e affettivi stretti attorno a lei da una società androcentrica. Per Arcara il nucleo tematico che pervade i versi di Siddal è “una meditazione sui rapporti tra i sessi e sulle contraddizioni del desiderio amoroso vissute da una donna in una società patriarcale”. In Love and Hate, ad esempio, la poetessa sfida l’ideale della “lirica dei sentimenti appropriati” a cui, per convenzioni letterarie e morali, una poetessa vittoriana avrebbe dovuto aderire. In True Love le immagini di abbandono, sogno e morte che compaiono nell’ultima strofa esprimono una condizione di disillusione e di distacco dalla realtà che è anche resistenza della donna all’interpretazione della “pallida sposa”, un ruolo in cui si fondono le figure dell’angelo del focolare vittoriano e dell’eterea modella dei pittori preraffaeliti. Anche in The Lust of the Eyes Siddal rivolge una critica al rapporto di potere tra artista e musa ispiratrice. Tale potere, esercitato attraverso lo sguardo reificante dell’uomo, riduce la donna a una muta proiezione del desiderio maschile, e si rivela in tutta la sua crudeltà quando colui che parla afferma “Non mi curo dell’anima della mia Signora […] Non mi curo del destino della mia Signora”. Le correzioni e le cancellature visibili sui fogli sparsi che costituiscono i manoscritti autografi diventano quindi prova di un tormentato processo creativo, intrapreso in un mondo pervaso da forze ostili all’affermazione e all’espressione artistica di un’identità femminile autentica.

V. Tosi è assegnista di ricerca in Letteratura inglese presso l’Università di Pisa.
valerie.tosi@fileli.unipi.it

 

 

 

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