Hong Kong brucia nel silenzio: racconto di un’isola che non c’è (più)

di 安 de Lo Spiegone

Meno di un anno fa, camminando per le strade di Hong Kong, era possibile scorgere poster che incitavano a manifestare contro la proposta di legge sull’estradizione del governo Lam. Non era difficile imbattersi in gruppi che discutevano di politica. Durante le occupazioni delle università nel novembre 2019, Hong Kong ha vissuto una meteora di solidarietà tra classi. Il passamano di pietre, mattoni e calcinacci da un colletto bianco a uno studente; le fasce di popolazione più anziane che hanno portato cibo e approvvigionamenti a chi era dentro le università; il rallentamento del traffico per ostruire pacificamente il passaggio della polizia. L’obiettivo era ravvivare costantemente la fiamma per “aggiungere olio”蜉, cercando di promuovere le rimostranze del popolo locale.
Sin dai tempi della colonizzazione britannica, Hong Kong non ha vissuto democrazia. Il potere politico è sempre stato sottomesso a quello economico che ha fatto diventare la città un centro finanziario mondiale. Nonostante ciò, la Basic Law rappresenta la costituzione corta e flessibile entrata in vigore il 1° luglio 1997, quando la bandiera del Regno Unito venne ammainata e quella della Repubblica Popolare Cinese issata sulla città. Questa costituzione garantisce quello che è stato definito “un Paese, due sistemi”, ovvero il riconoscimento delle libertà di espressione, parola, associazione e politica che differenziano Hong Kong dal resto del Paese. Comparando la recente storia politica di Hong Kong con quella della Cina continentale, i “due sistemi” hanno garantito la possibilità alla cittadinanza della prima di esprimere i propri risentimenti attraverso manifestazioni e proteste. Nel 2003, contro le leggi sulla sicurezza proposte dall’allora capo esecutivo Tung Chee-hwa. Nel 2014, contro la riforma dei programmi scolastici e la riforma del sistema elettorale, che hanno iniziato il processo di erosione dei “due sistemi”. Nel 2019, contro la legge sull’estradizione proposta dal capo esecutivo Carrie Lam e chiedendo di accogliere le “cinque domande”, tra cui il processo elettorale democratico. L’inquietudine di Hong Kong mostra come la città abbia sviluppato diverse anime politiche dal 1997, basate sull’utilizzo della società civile come mezzo principale per veicolare messaggi politici. La libertà di queste azioni è garantita dal concetto dei “due sistemi”.

Sin dai tempi della colonizzazione britannica, Hong Kong non ha vissuto democrazia

Oggi l’accento non è più sui “due sistemi”, ma sull’unità territoriale con la Cina continentale: un Paese. Subito dopo l’annuncio dell’introduzione della Legge sulla Sicurezza Nazionale emanata da Pechino, negli spazi pubblici è diventato impossibile non notare lo slogan “National Security Law: protect one contry two systems, restore stability”蜉. Su Twitter i messaggi di paura e smarrimento si susseguono a migliaia. Le università sono deserte a causa della pandemia Covid-19 e della fine del semestre, ma una crescente incertezza regna su come le libertà di insegnamento e parola saranno protette attraverso l’insegnamento online.
Dall’inizio del 2020 due passaggi fondamentali hanno portato a ribaltare l’anima della città. Il primo è stato a gennaio, quando il responsabile cinese per gli affari di Hong Kong Wang Zhimin è stato rimpiazzato da Luo Huining. Il nuovo incaricato ha un passato di gestione delle situazioni interne più fragili nel panorama cinese, tra cui quella delle province centrali e dell’Ovest del Paese. L’obiettivo di questo cambio è evidente: spezzare il ciclo di manifestazioni in città. Nei mesi successivi, si sono susseguite azioni severe da parte del governo, che ha aumentato fortemente la spesa per la polizia e dandogli più poteri repressivi. Il secondo passaggio, più evidente anche al pubblico internazionale, è stato l’incontro annuale del Congresso Nazionale del Popolo, la Camera legislativa cinese. Questo si è tenuto a maggio e ha fatto passare la Legge sulla Sicurezza Nazionale (LSN) che permette a Pechino di avere un pieno controllo giuridico su Hong Kong. Se le più forti critiche sono state fatte in base alla Dichiarazione tra Cina e Regno Unito nel 1984, in ambito di diritto internazionale, la dichiarazione non ha un potere giuridico forte come i trattati internazionali, lasciando spazio al governo cinese di cambiare la sua posizione.
La LSN è entrata in vigore il 1° luglio 2020, di fatto criminalizzando qualsiasi tipo di azione politica – dalla libertà d’espressione e quella di riunione e manifestazione – se considerata da Pechino come un tentativo di sovversione.
La strategia per arginare le proteste è stata estremamente violenta, andando a minare la sicurezza di chiunque transiti sul territorio di Hong Kong, ora passibile di estradizione verso la Cina continentale. Se Carrie Lam è stata forzata a una sospensione e poi a un ritiro della proposta di legge sull’estradizione, Pechino ha scoperto le carte con qualche mese di ritardo e mostrato il proprio gioco.

Cosa significa silenzio?

Chi governa “attraverso la legge” emana leggi ampiamente interpretabili, facilmente controvertibili a seconda dello scopo, difficili da digerire per chi ama il dettaglio inappellabile della legge

Il silenzio può assumere forme molto differenti. Come succede spesso nei regimi autoritari, il silenzio è auto-imposto per evitare di incorrere in sanzioni da parte delle autorità. Parlare in pubblico di politica, economia, società potrebbe essere illegale. Potrebbe, perché i regimi autoritari si basano frequentemente su quello che viene definito “governare attraverso la legge” (rule by law), distinto dal “governare secondo la legge” (rule of law). Sebbene possa sembrare una distinzione accademica, un dibattito tra giuristi, nella sostanza reale questa leggera modifica totalmente le relazioni socio-politiche.
Un passaggio di Antonio Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri” ci rivela la pericolosità dell’incertezza. Chi governa “attraverso la legge” emana leggi ampiamente interpretabili, facilmente controvertibili a seconda dello scopo, difficili da digerire per chi ama il dettaglio inappellabile della legge. La nuova Legge sulla Sicurezza Nazionale rientra nella categoria della difficoltà interpretativa, al punto che nelle presentazioni della stessa alcuni ufficiali del governo non hanno escluso né confermato alcune interpretazioni sollevate dai giornalisti. Vivere nel chiaroscuro brucia la candela in due direzioni. Dal basso, perché la popolazione vede il cambiamento – lento o veloce – nel tempo come perenne e inevitabile. Così come il 1997, il 2047 (anno in cui la Dichiarazione del 1984 terminerà) arriverà inesorabilmente alle porte di Hong Kong. Se il tempo è inafferrabile, l’ago che tesse congiuntamente le tele dei “due sistemi” è estremamente presente e palpabile con mano. Dall’alto, perché se una vittoria del 2019 concessa dal governo locale alla popolazione ha fatto brevemente gioire i cittadini di Hong Kong, la LSN è arrivata con un carico emotivo estremamente forte. Per gli studenti arrestati, per i lacrimogeni respirati, per le ferite dei proiettili di gomma sul corpo di chi ha scelto l’azione.

La fine del 2019 ha sancito la fine del quasi-movimento di Hong Kong, che ha provato a protrarsi anche nei mesi successivi. Il sistema dell’economia gialla蜉 continua ad andare avanti, basato sulla solidarietà economica per cui i sostenitori del movimento potevano far circolare denaro nei canali di chi tra i manifestanti aveva mercati, supermercati, ristoranti, negozi. Qualche mese fa il responsabile economico e finanziario del governo locale di Hong Kong aveva dichiarato come illegittimo l’utilizzo politico dell’economia. Sabato 11 luglio si sono tenute le prime primarie dei partiti pro-democrazia nella storia di Hong Kong. Da sempre all’opposizione, le forze progressiste hanno coinvolto oltre 600,000 aventi diritto, i quali hanno votato in seggi urne informali sparse per tutta la città. Da negozi di reggiseno ad autobus d’epoca, da ristoranti a seggi per strada, la popolazione ha risposto chiaramente con riluttanza al forzato silenzio imposto. A poco più di 10 mesi dalle elezioni municipali tenutesi nel novembre 2019, che hanno sancito l’immensa e storica vittoria dei “fiocchi gialli” sui candidati pro-establishment, in vista delle elezioni dell’Assemblea Legislativa di settembre 2020 i cittadini non si arrendono al silenzio. A due giorni dalle primarie, alcuni esponenti del campo pro-establishment hanno annunciato come le azioni dell’opposizione potevano essere al limite della legge perché potenzialmente “sovversive”. In più, Xinhua News – emittente cinese – ha fatto circolare dei video in cui si demonizzavano le azioni che il campo pro-democratico sta mettendo in campo per non far approvare il bilancio di fine anno.

Queste azioni popolari manifestano come il silenzio imposto sia ancora contrastato nei modi legalmente possibili, fino a prova contraria. Infatti, dove inizia il perimetro di legale, accettato e legittimo, spesso potrebbe essere sovrapposto e interpretato come illegittimo, da condannare e criminalizzare. Questo alza il costo di ogni azione, che potrebbe risultare in sentenze e condanne per sovversione, sollecitazione alla violenza e all’indipendenza. Non più tardi di domenica 12 luglio 2020, una sentenza ha condannato a 11 anni gli organizzatori della veglia del 4 giugno 2020 in ricordo del Massacro di Tienanmen nel 1989. Questo evento è stato celebrato nella città di Hong Kong dal 1990 al 2019, mentre nel 2020, per la prima volta nella storia cittadina, la manifestazione è stata vietata dalle autorità. In un susseguirsi di dinieghi, anche la marcia di protesta per il ricongiungimento di Hong Kong con la Repubblica Popolare, che si è sempre tenuta simbolicamente il 1° luglio, è stata vietata per la prima volta dal 2003. Ogni protesta è stata bollata dalla polizia come “illegale”. I canti delle manifestazioni del 2019 sono illegali, tra i quali l’inno creato dalla popolazione e il popolare “Liberate Hong Kong, revolution of our times” (光復香港 時代革命). Il 3 luglio 2020 è iniziato un processo di revisione e censura di materiali che potrebbero essere categorizzati come “sovversivi”. Tra questi, i libri di Joshua Wong, Antony Dapiran e Jeffry Wasserstrom. Attivisti, accademici, avvocati, giornalisti iniziano ad essere sistematicamente forzati al silenzio. Alcune di queste azioni sono state emanate sotto la LSN, altre no. Il risultato però rimane lo stesso, dando delle sfumature più scure al “chiaroscuro” gramsciano.
In breve tempo molti attivisti sono fuggiti dalla città, forse per sempre. Probabilmente le strade non torneranno ad essere piene per lungo tempo. Nel silenzio dell’ombra e nel privato, dietro le porte di casa, le discussioni politiche continuano ad essere al centro delle cene. Il bruciore della consapevolezza di non poter parlare, di dover evitare di twittare nonostante i “due sistemi”, la paura di togliersi la mascherina (quando sarà) e ritrovarsi con la museruola.

L’articolo Hong Kong brucia nel silenzio: racconto di un’isola che non c’è (più) proviene da Gli Asini – Rivista.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

I commenti sono chiusi.