Heartbreaker di Claudia Dey


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</span><i><span style="font-weight: 400;">he cos’è l’amore se non uno spazio dove l’orrore prolifera?<br />

L’amore fa male
L’amore è telepatia
L’amore è la peggiore delle umiliazioni
L’amore è idiota
L’amore è una forza
L’amore ti annulla
L’amore uccide
L’amore non è finito

Queste sentenze sull’amore sono pronunciate, pensate e riferite dalle tre voci narranti – due adolescenti e un cane – di Heartbreaker, il secondo romanzo della scrittrice canadese Claudia Dey, tradotto da Marina Calvaresi per Black Coffee. Un libro che si confronta con la ricerca dell’amore e del suo significato, facendo i conti con il fatto che, probabilmente, In amore non c’è un perché.

Dey esplora questi temi mettendo al centro della trama un personaggio assente, Billie Jean, che una sera d’ottobre apre la porta del suo bungalow e svanisce nel nulla. Intorno al suo ricordo e al vuoto che lascia si alternano le voci della figlia, del cane fedele e di un adolescente del luogo, costretti a fare i conti con la sua assenza. La prima è quella di Pony, la figlia, che si interroga sul gesto della madre e ripensando a lei ci offre i primi elementi del quadro.

Mia madre era arrivata in questo posto da forestiera. Ora temevo che stesse tornando da dov’era venuta. In un mondo di cui si era rifiutata di parlarmi. Billie Jean Fontaine. Billie Jean. Almeno era quello il suo vero nome? 

Ci troviamo in un luogo chiamato il distretto: “Quando il Capo e i suoi seguaci vi si insediarono per la prima volta qualcosa come cinquant’anni fa, lo chiamarono il Grande Distretto Superiore. Ora è soltanto il distretto. Gli aggettivi erano superflui”. Non ci vengono fornite molte informazioni su questo territorio di confine, ma attraverso il dialogo interiore di Pony – fatto di frasi brevi, associazioni, a volte elenchi – raccogliamo piccoli indizi che ci introducono in un contesto non familiare: spille con scritto SVENGO FACILE, bambine che fanno sesso con l’uomo delle consegne, l’appuntamento della Giornata Gratis, i soprannomi degli uomini, Tagliola, Piombo, Supernatural.

Lo stile di vita dei suoi abitanti non sembra rispondere a nessuna ideologia in particolare. Ci sono solo cani femmina, perchè? Gli uomini sono rasati a zero. Gli adolescenti subiscono continui prelievi di sangue. L’acqua equivale a morte certa. Perché? A capo della comunità non c’è più nessuno che fornisca una guida, da quando il leader – la seconda assenza su cui è costruito il romanzo – è scomparso.

La breve descrizione che lo riguarda ci offre il ritratto di un uomo privilegiato che, prima di svanire nel nulla, discettava di sistemi e gerarchie da abbattere e poteva contare su dosi di carisma sufficienti ad attrarre seguaci disposti a fondare una nuova civiltà, o almeno a erigere qualche bungalow in una landa desolata: “Ispezionava l’area subito sopra i seni delle donne e vi leggeva il futuro. Diceva loro che erano rivoluzionarie per natura. Il che era esattamente ciò che le donne volevano sentire, così si offrivano di ripararlo con il proprio corpo. Di dargli dei figli.” Niente di più banale, eppure i suoi seguaci restano fedeli alle semplici regole apparentemente senza senso che hanno ereditato e trovano modi ingenui, assurdi, a volte terrificanti, per continuare a sopravvivere in quella terra al margine.

Billie Jean è arrivata al distretto quando aveva diciassette anni, irrompendo nella routine della comunità in modo teatrale; gettandosi da una berlina in corsa. Non sappiamo se fosse diretta lì o altrove, se stesse scappando o cos’altro, ma capiamo ben presto che nonostante gli sforzi compiuti nei successivi quindici anni per farsi accettare, è sempre stata straniera:

C’erano sempre delle mutandine penzoloni, rosa poi nere poi rosa poi nere, e io sentivo forte e chiaro che le tue mutandine venivano da lontano. Al tempo del tuo arrivo da noi, Piombo aveva collezionato una sola amante, e lei portava mutande di tutt’altro stampo. Bianche. Modello del distretto. Senza futuro.

È con l’ingresso in scena del suo fedele cane – Gena Rowlands – che la tensione accumulata nella prima parte del libro viene soddisfatta con informazioni che permettono di completare il profilo di Billie e con l’aggiunta di un tono ironico, che rende quella del cane la voce più affascinante del romanzo: “Mi divertiva il fatto che i padri fondatori del distretto fossero fuggiti dalla periferia solo per ricrearne un’altra quaggiù.” Quando Billie abbandona la comunità, sua figlia è un’adolescente che – come capita a quell’età – si ispeziona e si trova deludente (“Non sono la star della telenovela in prima serata; sono la cugina in visita. Quella con la Ford Pinto che nessuno bacerà mai”). La incontriamo sulla soglia di quella fase di esplorazione e scoperta di sé, quando si è strapazzati dal saliscendi tra tristezza ed eccitamento, indotto dallo spaesamento per la violenta trasformazione in corso su tutti i fronti: “Arrotolo l’elastico del pigiama e roteo l’asse della mia malinconia. Davanti, di profilo, vista posteriore. Come si può non amarla? Si può.”

Pony, tuttavia, non è la sola ad attraversare una transizione, un estremo scollamento dall’io verso un nuovo modo di stare al mondo e di relazionarsi con esso. Quel che lentamente realizziamo e che diventa sempre più chiaro mentre procediamo attraverso i tre punti di vista, è che anche Billie Jean sta percorrendo un viaggio altrettanto profondo e rivoluzionario:

«Sono nel pieno di qualcosa» disse alla fine mia madre. «Finiscila di interrompermi».

Può autorizzarsi a attraversare questo qualcosa adesso che ha una figlia?

Dicevi di vivere per lei. Che lei era l’unica a tenerti qui. La prospettiva di morire non era più concepibile. Che carico tremendo la maternità. Trovava sempre un modo di mandare a puttane le tue possibilità. La vita prima di un figlio era fatta di questo e di quello, e tra questo e quello una donna era libera anche di farla finita. Ora invece la cosa era fuori discussione.

Nel personaggio di Billie sono racchiusi la conflittualità e il costo – anche in termini di sofferenza inflitta – che impone ogni percorso di autodeterminazione e che Claudia Dey non spiega, lasciando a noi il compito di ricostruire (e probabilmente fraintendere) cucendo tra di loro le voci di chi assiste alla trasformazione della protagonista.

Quando finalmente abbiamo l’impressione di aver penetrato il suo segreto, il romanzo ci sfugge di mano conducendoci in salita verso la conclusione. Giustamente Mattia Nesto, su Critica Letteraria, ha definito Heartbreaker una montagna russa; inizia lentamente, sale, arriva in alto e si precipita in discesa, poi ancora un rallentamento che prepara alla prossima montagna. È nel secondo e inaspettato rallentamento, tuttavia, che sono possibili le riflessioni più originali sui limiti dell’amore e l’intuizione che questo possa esprimere la sua forza solo se siamo disposti a riconoscerli e accettarli.

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