23-12-2005
LA FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE E IL NUME ARBOREO
Antichi rituali pagani nelle tradizioni popolari del Sud Italia
Come i rami e le gemme crescono e sbocciano su ruvidi e secolari tronchi, così spesso
capita che aspetti di una nuova religione attecchiscano su vetusti legni di passate
credenze, assorbendone usi e tradizioni.
Nel Cristianesimo, religione fortemente intrisa
di elementi pagani, pur nel suo opporsi a tali pratiche, tale consuetudine e` fortemente
presente. Esempio potrebbe essere Sant'Antonio, l'abate anacoreta su cui si sono
accumulate e stratificate antiche credenze e remoti rituali in questo modo poi assorbiti
dalla mistica figura attraverso un'operazione di sincretismo religioso. Miste ad immagini
fortemente cristiane, però, ecco che e feste stagionali rimangono ancora oggi il più
evidente ricordo dell'ancestrale culto pagano delle campagne.
La Festa di Sant'Antonio e le Tradizioni Popolari nel Sud Italia
Non c'è un santo più fortemente radicato nella tradizione popolare e tra le genti
contadine come il Santo Anacoreta. La festività del santo si svolge normalmente in
occasione della data della sua morte tra il 16 e il 17 Gennaio, e presenta, in tutti i
luoghi, elementi comuni come i falò, le tradizioni alimentari, la benedizioni degli
animali e l'uccisione del porco rituale.
Il Tema della Questua e dell'Orgia Alimentare
Tipici elementi distintivi della tradizione delle feste del fuoco legate all'Anacoreta
sono, come già accennato prima, il tema del banchetto rituale, ed in particolare la
Questua, la Distribuzione Gratuita di Cereali e l'Orgia Alimentare, che oggi si manifesta
nei numerosi punti di ristoro presenti nei borghi ove avvengono i festeggiamenti.
In passato però la tradizione era molto più rigida, definendo ben precisi momenti di festa.
La fase iniziale coincideva con la Questua, in realtà il prologo dei festeggiamenti e dei
banchetti che si svolgevano e tutt'ora svolgono, in numerose regioni d'Italia. Il termine
deriverebbe dal latino questa, questuo, quaerere, cioè chiedere. Qualche giorno
prima del di di festa, gruppi di uomini del paese andavano in giro di porta in porta a
chieder cibarie che poi sarebbero servite ad allestire il banchetto in onore del Santo.
La questua è di solito organizzata dai giovani ragazzi del paese e normalmente si
presenta come più di una "richiesta". Infatti diviene una vera e propria manifestazione
folklorica, i questuanti vanno in giro di casa in casa cantando e suonando, in alcuni
casi anche mettendo in opera una pantomima teatrale che narra gli episodi di vita tra
Sant'Antonio e il Diavolo. Nella tradizione vi è l'obbligatorietà di donare qualcosa, in
realtà, il rifiuto, non è un'offesa alla comunità privata dell'"apporto" di un suo
membro, ma al santo stesso, in un alone di timore e riverenza che avvolge la figura
indifferentemente in grado, come vedremo successivamente esaminando i patronati, di
graziare o punire. Del resto il fatto che i doni fossero intesi non solo per il banchetto
ma proprio come offerta all'Anacoreta è testimoniato proprio dall'usanza tra i questuanti
di vestirsi da Sant'Antonio, "una persona vestita di camice, con barba di stoppa, mitra
di carta, bordone con campanello, accompagnata da cantori e suonatori..."(1), con tanto di
campanello nelle mani del santo sempre pronto a tintinnare, un modo quasi per riproporre
la vera presenza terrena del Santo. Ancora oggi il ricordo delle antiche questue
alimentari è vivido nei canti popolari regionali, come in quel dell'Abruzzo
"...Sant'Antonio de la rocca dammeé na piega de savicicce, e si ni mi li vo dà ti si
pozza fracicà..." o ancora "...e si nun ng' date niente ve pjjasse ia' n'
accidente..."(2).
Il Tema del Banchetto e l'Orgia Alimentare
Come accennato in precedenza, la questua è solo la prima fase dei preparativi della
festa, e cioé del banchetto alimentare. In moltissime piazze di tutta Italia si accendono
fuochi e si pongono calderoni nei quali vengono cotti ogni tipo di cereale. La tradizione
vuole che questi vengano distribuiti gratuitamente ad ogni viandante, ad ogni povero, ad
ogni sconosciuto che, nel sui ire, potrebbe essere lo stesso Sant'Antonio o, l'antico
Nume Tutelare del luogo. Ecco che però già traspare in questi comportamenti la
superstizione, e così il cibo acquista un valore magico–apotropaico, così sembrerebbe che
i pani e ci cibi di Sant'Antonio possano allontanare i mali e avere poteri di protezione, alleviare il peso della gestazione alle donne
partorienti come traspare dalle canzoni popolari "Sant'Antonio mio benigno, io ti prego e
non sò degno. Come nostro protettore, prego a Cristo salvatore. La mia vita è castigata.
Molte grazie Dio ci ha dato. La virtù degli stensorio [si tratta dell'ostensorio n.d.A.],
facci la grazia Sant'Antonio...quelle povere vedovelle, quelle povere 'rfanelle, quelle
povere partorienti, che gli passa l'ingrandimente..."(3)
La tradizione del banchetto, in realtà, in numerosi paesi, aveva, forse anche a causa del
rigido clima, un carattere domestico, tutta la famiglia infatti si riuniva attorno al
fuoco del caminetto sul quale apparivano innumerevoli immagini e santini dell'Anacoreta.
Però anche l'ambito domestico non era uno spazio chiuso, ma, proprio come capitava nel
caso dei banchetti comuni, gli usci aperti delle case, invitando i passanti e gli
abitanti dello stesso borgo a portare i saluti nelle singole case assaggiando deliziosi
piatti e bicchieri di vino. Spesso questi festeggiamenti si tramutavano in vere e proprie
orge alimentari, come testimoniato dalla tradizione in molti paesi di dar vita ad un
pasto che iniziava in serata e terminava all'alba del giorno 17. Era un modo di rompere
il tabù della dura frugalità del pasto contadino e finalmente festeggiare l'arrivo delle nuove messi.
(1) Di Nola A., Gli aspetti magico–religiosi di una cultura subalterna italiana; Bollati
Boringhieri, 2001 Torino
(2) Di Nola A., Op. Cit.
(3) Di Nola A., Op. Cit.
Sant'Antonio e il Patronato degli Animali
Altro interessante tema legato al santo è quello del patronato sugli animali. In realtà
questa caratteristica è data al Santo solo dalla tradizione popolare e non è presente
nella agiografia dell'Anacoreta, anzi, dalle fonti classiche sembrerebbe trasparire un
odio del Santo verso gli animali spesso confusi con il demonio. Un esempio potrebbe
essere il seguente passo, mentre era in eremitaggio in una grotta nel deserto, "...vi
irruppero demoni che avevano assunto diverse forme di bestie feroci e di rettili, e il
posto si riempì subito di fantasmi di leroni, di orsi, di leopardi, di tori, di
serpenti..."che cacciò imperterrito. Atanasio poi ripropone la "distanza" tra animali e
Anacoreta quando, narrando un'episodio della vita del santo, "...alcuni animali feroci,
avvicinandosi a bere, provocarono danno di frequente al seminato e al terreno coltivato.
Allora egli ne afferrò pian piano uno dei tre e disse...perché mi portate danno, mentre
io non ve ne faccio? Andatevene via e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più...".
Ecco che però la tradizione popolare fa
trasformare il santo in protettore degli animali in un ricordo legato, come vedremo, ad
antichi culti pagani autoctoni. Solo successivamente, a causa del forte radicamento nella
tradizione popolare di tali usi e credenze, il tema sarà assorbito anche dalla religione
ufficiale, come testimonierebbe la Benedictio equorum aliorumve animalium del rito
Romano. In realtà, come già accennato, le tracce di questa credenza sono molto antiche,
le troviamo già nel Boccaccio quando, nel suo Decamerone, fa dire a Frà Cipolla "Acciò
che il beato santo Antonio vi si guardia dè buoi e degli asini e dè porci e delle
pecore vostre...". Ma ancora una volta sono gli stornelli e i canti popolari a riproporci
l'antico tema del Santo protettore delle bestie domestiche "...e se hai una gallina
l'anno prossimo ne avrai una sessantina, e se hai un porcellino per l'anno prossimo un
mucchietto, e se tieni 'na pecorella, per l'anno prossimo un mucchio..."(4).
Non si può dimenticare poi l'usanza di affiggere, sull'ingresso delle stalle o dei
dormitori degli animali, immagini e santini raffiguranti il santo circondato
da animali e con il fuoco in mano. A queste forme fortemente "cristiane" si associano poi
le formule magico apotropaiche per guarire gli animali, come nel caso di un antico
rituale che parla di collocare su un piatto due chiavi incrociate, una maschio e una
femmina, e di ripetere per tre volte "sante crismale medichè lu cape, sante Siste mèdiche
Gesù Criste, Sant'Antuone mèdiche buone, mèdiche quella vena, che tanta guerre mena".
(4) Di Nola A., Op. Cit.
Il Maialino animale totemico del Santo
Se Antonio è protettore degli animali ed è spesso raffigurato circondato da essi, particolare importanza assume, nell'iconografia, il maialino, tanto da dare addirittura un epiteto all'Anacoreta conosciuto anche come Sant'Antuono "de lu purcelle".
"Sant'Andone de gennare era frate era purcare, che nu tocche di campanelle, ritirève le
su' purcelle"
Da sempre il maiale è legato al mondo del numinoso e al diavolo, in alcune tradizioni
popolari era proprio il demonio poi convertito dal Santo. In realtà però, nel mondo
contadino rurale, il maiale era un animale preziosissimo nell'economia popolare.
Egli era spesso ingrassato proprio lasciandolo libero di circolare e nutrirsi delle ghiande dei
boschi, forse da qui il ricordo del maialino comprato proprio in onore del santo.
Sicuramente il rito doveva comunque avere una valenza sacrale notevole se addirittura
scomoda il noto inquisitore Martin del Rio che dice coloro che castrano i porci li
affidano a S.Antonio, e se i porci donati a S.Antonio sono offesi da quavuno, costui non
resta impunito. E’ nella Antonianae Historiae del 1534 che troviamo per la prima volta un riferimento al porco.
L'episodio narra che mentre il santo si trova a Barcellona viene
raggiunto da una scrofa che aveva tra le fauci un piccolo porcellino zoppo e malato.
Deposto davanti al santo in atto di preghiera, quasi a chieder la grazia per
l'animaletto, l'animale viene guarito dal Santo con un segno della croce che, grazie a
questo prodigio, converte tutta la città.
Da allora egli viene raffigurato con ai piedi un maialino.
Questo episodio è ancora ricordato nella tradizione popolare che vuole nel giorno di festa del Santo siano uccisi dei maiali ed offerti ai questuanti in molti comuni usano comprare un porcello a cui appendono un campanellino. La bestiola vaga liberamente nel paese, dorme dove gli pare e piace, senza pericolo che alcuno faccia neanche in pensiero il peccato di rubarlo; e tutti di buon grado danno da mangiare al porco di Sant'Antonio. Il giorno di festa poi, il porcello veniva venduto all'asta e il
ricavato poi serviva per finanziare la festa e in parte per acquistare il porco dell'anno
seguente.
Il maialino dell'Anacoreta però, come nel caso dei pani ha, nella tradizione popolare,
una valenza terapeutico–sacrale. Così le carni del porcellino di Sant'Antonio erano
distribuite tra i fedeli e si credeva fossero medicamentose, un esempio, dunque, di
cannibalizzazione del divino, un rituale da sempre presente nelle civiltà antiche e che
riporta agli atavici culti del dio vegetazionale che deve morire per poi risorgere, un
tema molto caro ad un altro periodo di festa, il Carnevale, che proprio con le festività di Sant'Antonio viene ufficialmente "aperto".
Rituali sicuramente molto antichi se a Creta, durante la celebrazione della morte della divinità, si sbranava a morsi un toro vivo, mentre in Grecia, durante i rituali dionisiaci si usava cibarsi di un capretto. Le ragioni di tali pasti sono semplicissime: il selvaggio mangiando la carne di un uomo o, in questo caso di un animale, crede di acquistarne le qualità caratteristiche, non soltanto fisiche ma anche morali. Se, come in questo caso, si tratta di un essere divino o direttamente a lui collegato, l'uomo antico pensa di assorbire, con la sostanza materiale, una parte di divinità. Pertanto il bere vino nei riti di una divinità della vite, come Dioniso, o il cibarsi di animali sacri al dio non è una gozzoviglia ma un sacramento solenne.
La Festa del Fuoco
La tradizione del 16 Gennaio vuole che, per festeggiare il santo anacoreta si debbano accendere sulle colline o nelle piazze dei paesi, enormi falò, i cosìddetti fuochi di
gioia. Così in diversi paesi del Sud Italia alla questua alimentare precedentemente
descritta si associa quella della legna di Sant'Antonio usata proprio per il falò
rituale. Anche questo aspetto della festa di Antonio affonda però le sue radici in un
atavico passato ed in particolare in quelle feste del fuoco tipiche del mondo pagano.
Le spiegazioni che può esser data a questo tipo di rituali sono essenzialmente due: da
una parte si è pensato che tali riti si basassero su una magia imitativa o "simpatica"
del ciclo solare, dall'altra che avessero solo una funzione purificatrice.
L'idea della rappresentazione in terra del ciclo solare deriverebbe da una serie di usanze come il far ruzzolare una ruota infuocata giù per una collina, e può esser ben applicata anche alle torce, in quest'ottica il correre per i campi con fiaccole accese è semplicemente un
modo per diffondere la luce nelle campagne. Nel momento in cui l'Inverno si fa più duro
ecco che l'uomo tenta di esorcizzarlo riportando la "luce" sulla terra. Secondo l'idea
primitiva di magia simpatica o imitativa, così come fuochi scaldano gli uomini, allo
stesso modo il Sole deve tornare a riscaldare la terra.
L'altra idea è quella della purificazione, forse sviluppatasi in un periodo posteriore, e legata all'aspetto distruttivo dell'elemento stesso, concetto facilmente espresso dal bruciare l'effigie un fantomatico fantoccio che rappresenterebbe proprio lo spirito arboreo. Questo deve morire tra le fiamme perchè la luce e il calore sono necessari ai vegetali per crescere: in
altre parole il dio dei boschi brucia nel sole assicurando così all'intera vegetazione
calore e luce.
Ancora una volta ecco così che con un'operazione sincretica, il Cristianesimo si appropria di antiche tradizioni pagane e così il Santo diventa anche colui che padroneggia il fuoco, come ben suggerito dalle comuni raffigurazioni iconografiche che vogliono il santo rappresentato sempre con la fiamma viva nel palmo del Santo. Nella tradizione popolare poi, il tema del fuoco è collegato a un'altra caratteristica del Santo: quella di poter guarire gli ammalati di ignis sacre o "fuoco di Sant'Antonio". Interessanti testimonianze in merito sono portate dal Pitrè che descrive numerose preghiere e scongiuri siciliani per ottenere la guarigione.
"Sant'Antoniu autu a putenti, Mmau aviti lu focu ardenti, comu jistivu pilivanti e
punenti, comu ammanzistivu li porci di Tubia, ccussi ammanzisti li cristiani a vogghia
mia"(5)
Se dunque una prima valenza dell'elemento igneo può essere quella terapeutico–sacrale
legata alla malattia, macrocosmicamente questa "guarigione umana" viene trasposta a
quella dei campi; la fiamma diventa così il fuoco rigeneratore della tradizione pagana e
dunque ciò che rimane del fuoco del santo, le ceneri, devono esser raccolte per poi
spargerle nei campi e assicurare loro fertilità in un rituale dunque che riporta
prepotentemente a quelle credenze pagane agro–pastorali.
(5) Pitré G., Medicina Popolare Siciliana, Barbera Editore, Firenze, 1949
Sant'Antonio e la cacciata del Nume Inverno: il Rito dei Campanacci di San Mauro Forte
Dopo questo excursus sulle tradizione legate alla festa di S. Antonio Abate merita
soffermarsi, per la particolarità e l'amenità dell'evento, su una festa folklorica del
tutto particolare e che dunque che si svolge a San Mauro Forte, bellissimo borgo della
Lucania.
Qui, tra il 15 e il 17 Gennaio un cupo, fragoroso e assordante rumore di
campanacci sconvolge la quieta esistenza del borgo. L'isolamento geografico dell'area,
racchiusa nell'abbraccio dei monti del cuore della Basilicata, ha poi contribuito ad un
prefetto stato di non mutamento che ha permesso il tramandare, attraverso la conoscenza
popolare, di antiche tradizioni cariche di arcaici ed unici sapori, non solo dunque un
ricordo, ma una vera e propria reviviscenza popolare.
Dunque ecco che persone di ogni età,
dal 15 gennaio fino all'alba del giorno 17, muniti di ogni tipo di sognaglio, campana o
del classico cupa cupa, una pignatta di terra chiusa con pelle di capra, alla quale viene
legata una cannula che, mossa, producono suoni assordati proprio con lo scopo di
allontanare il "buio".
La festa, oggi legata al Santo, altro non è che
ricordo di atavici rituali di propiziazione e fertilità campestre, espressione di quelle
festività apotropaiche del calendario agro–pastorale legate alla Grande Madre e al suo
compagno il Dio Vegetazionale.
Moltissimi così sono gli "indizi" che ci portano al
cospetto del Nume Inverno.
Già la scelta dei due strumenti musicali tipici dell'area
non sembra casuale, se il cupa cupa, realizzato proprio con la pelle di capretto, animale
totemico della divinità maschile, ricorda rituali dionisiaci come il ballo sul tamburo,
in maniera ancor più marcata la campana manifesta simbologie femminili e poteri
apotropaici del tutto evidenti.
Da sempre la campana, in generale, è elemento legato ai
culti femminili della Grande Madre, l'autoctona Meftis, raffigurando, nella sua forma,
l'unione sessuale dell'elemento maschile, il batacchio, con la vulva femminile
rappresentata dalla forma dello strumento stesso e dunque per questo simbolo di fertilità e
abbondanza. Così nella tradizione popolare la campana è dunque lo strumento che, proprio
per sua conformazione, stimolerebbe la fertilità della donna.
In Lucania si tramandava
l'usanza di far saltare sulle campane le donne che non potevano avere figli, come nel
borgo di Savoia ove ancora verso i primi del secolo scorso fanciulle saltavano sopra
queste mentre venivano fuse. Tale tradizione si ripresenta in un classico giuoco
fanciullesco, detto appunto "della campana". Bambini, quasi sempre di sesso femminile,
disegnavano sulla sabbia o sull'asfalto, con gesso o carbone, un disegno chiamato appunto
"campana" composto da varie linee orizzontali e ciascuna con un numero progressivo dal
basso verso l'alto, per poi saltarci sopra cercando di afferrare una pietra prima gettata
su di essa.
Ancora moltissime poi sono le Campane magiche o dotate di un qualche potere
rigenerativo.
Si narra che coppie sterili si recassero al Santuario di Monticchio
per suonare di propria mano la campana ed ottenere così fertilità. Non si può poi
dimenticare la campanella sempre presente negli amuleti popolari come il famoso
braccialetto noto come il "13".
Se la campana ha dunque un potere benefico, non fa
eccezione il suo suono, da tempo immemorabile, era considerato efficace protezione contro
tutte le negatività e difesa da esseri maligni come streghe e stregoni, fino ad avere il
potere di scacciare tempeste e temporali.
E’ proprio qui che risiede la spiegazione all'ancestrale rituale di San Mauro Forte.
In passato, quando minacciava una pioggia che poteva in qualche modo rovinare un raccolto,
si usava suonare le campane della chiesa, usanza ancora oggi non infrequente e che
ripropone, in qualche borgo di campagna, a temporale all'orizzonte, un breve scampanio.
L'antica tradizione è dunque rimasta e il suono della campana diviene strumento per
allontanare l'oramai già stanco inverno.
Ancora però un altro "indizio" che riporta la
festa di San Mauro al culto della Grande Madre è la tradizione che vuole i campanari
iniziare il loro cammino effettuando tre giri intorno alla chiesetta di San Rocco, dov'è
custodita l'effigie di Sant'Antonio Abate. Si tratta in realtà di un rituale
comune in numerose feste popolari della regione, e non solo, e che ripropone il tema del
culto delle sacre pietre.
L'altare, e la chiesa stessa, prendono il posto, con una
vera e propria di sovrapposizione di culti, dell'antico betile, l'elemento litico
espressione della fecondità del dio maschile e che nascondono nell'etimologia, Beth El,
letteralmente "casa di Dio", lo stesso significato cristiano della Chiesa attorno alla
quale si espleta lo strano rituale.
Ancora una volta ci troviamo così di fronte ad un
rito di fertilità, uomini e donne ruotano attorno ad un lingam primordiale per
assicurare, macrocosmicamente, la fertilità della Grande madre dei campi il cui ricordo è
la presenza della spiga sui cappelli dei suonatori.
Con l'avvento del Cristianesimo
dunque, non potendo cancellare un rituale così fortemente radicato nella tradizione
popolare da far assicurare a memoria d'uomo che non c'è mai stato un anno senza lo
svolgimento della festa delle campane, viene ad essa sovrapposto il culto di Sant'Antonio
Abate, spesso raffigurato, come già detto in precedenza, con la campanella. Da non
trascurare poi è la tradizione nel borgo dell'uccisione del "maiale rituale" che avviene
il giorno 17, sicuramente simbolo legato, come già descritto al santo anacoreta, ma che
nasconde gli antichi ricordi di rituali di smembramento pagani precedentemente
descritti.
Il vino e la carne del porcello così non sono una semplice gozzoviglia, ma un
rito solenne, un modo di rendersi partecipe di quella scintilla di divino che è insita
nella immanenza stessa della divinità e che permea magicamente l'intera festa.
Andrea Romanazzi
26-09-2005
ANTROPOLOGIA DEL LUTTO E MORTE RITUALE NELLE TRADIZIONI POPOLARI
Dal Mito di Sisifo alla Lamentazione delle Prefiche Lucane
Il culto dei morti è da sempre elemento principale di tutte le culture sacre subalterne popolari e presente in molti aspetti folcloristici tradizioni ancora attuali. Questa ricerca
sull’antropologia del lutto, ha lo scopo di individuare un archetipo comune
al rituale funebre del cordoglio e alle sue varie manifestazioni.
Uno tra i
più significativi rituali del cordoglio è quello della lamentazione funebre
le cui tracce si perdono nella notte dei tempi. Per poter introdurci nel viaggio verso i
sacri lynos dobbiamo però partire dalle tradizioni lucane, forse la regione
che più di tutte ha conservato il ricordo di questo antico rituale.
Il lamento
funebre lucano ed in particolare la lamentazione professionale, è una
pratica in via di dissolvimento o praticamente già dissolta della quale rimane
solo il vago racconto delle anziane donne rivisitato in un’ottica di malcostume o
vergogna.
Ancora oggi accade che al dolore delle famiglie luttuate si unisca il
cordoglio di altre persone, soprattutto quelle che da poco son state colpite a loro volta
da un lutto, ma non si può parlare di vere lamentatici con l’accezione
arcaica del termine, è solo un modo per rivivere e riproporre il proprio dolore
personale o esprimere cordoglio a persone che, anche se non strettamente legate da
parentela, erano comunque conosciute nel piccolo paese ove vivevano. Del resto non
possiamo dimenticarci il contesto geografico dal quale parte questa ricerca: i paesi
più interni della Basilicata ove isolamento e arretramento fanno ancora avvertire
al contadino la sua stretta dipendenza dalle indomabili forze naturali (A. di Nola,
1976). E’ proprio questo status vivendi che ha permesso il perdurare di questi
antichissimi ricordi, poi in parte trasformati dall’influenza cristiano–cattolica
in una forma sincretica che è tipica del Cristianesimo locale ed autoctono e che
si esprime in quel cattolicesimo popolare intessuto di influenze ed elementi
pagani.
Le stesse formule verbali mettono in evidenza una morte
più simile a quella pagana che a quella idilliaca e priva di corpo cristiana.
Così il defunto anche nell’aldilà continuerà a
condurre una vita non molto dissimile da quella terrestre "ora ti debbo dire cosa ti ho
messo nella cassa: una camicia nuova, una rattoppata, la tovaglia per pulirti la faccia
all’altro mondo, due paia di mutande una nuova e una con la toppa nel sedere, poi
ti ho messo la pipa tanto che eri appassionato al fumo"
La lamentazione funebre poi
sembrerebbe un rituale legato al mondo agreste
"... noi contadini e le persone per
bene andiamo al cimitero e piangiamo sulle nostre tombe... le persone per bene vengono al
cimitero ma non piangono... le persone ricche piangono sì, ma non come noi
pacchiani, noi che siamo villani e contadini piangiamo di più..."
Un
particolare che ci ritornerà utile nel proseguo dello studio.
Tutto il rituale
segue delle ben precise regole che fanno della tradizione una vera e propria tecnica
del pianto. La lamentazione si presenta con un testo di cui si sa già
cosa dire, secondo modelli stereotipati. Normalmente non appaiono elementi cristiani,
invocazioni a Gesù, alla Vergine, ai Santi, anzi... vi è quasi una forma di
protesta nei loro confronti "...oh che tradimento ci hai fatto Gesù"
La prima fase è quella del ricordo del defunto "... o marito mio buono
e bello, come ti penso" poi il suo lavoro la lamentatrice fa sempre riferimento al tema
delle mani del morto
"... sei morto con la fatica alle mani, poi il ricordo di tempi
belli "... quanne scimme a" per poi inserire frasi sarcastiche del tipo "... oh il
vecchio che eri" per persone giovani o "... oh che male cristiane" per indicare uomo
d’abbene. Poi viene la descrizione della condizione in cui viene a trovarsi la
famiglia, così per la neo sposa il lamento delle nozze non ancora consumate, per
la vedova il duro lavoro che l’aspetterà, per i figli la mancanza del padre
per poi avere quasi un piccolo rimprovero per la morte prematura "... come mi lasci in
mezzo alla via con tre figli".
Si passa poi al modulo "ora vien tal dei tali"
che a sua volta risponde "chi è morto?" per infine ricordare le vicende tra
il defunto e questa persona "...non ti verrà più a chiamare alle 3 del
mattino..."
Particolare importanza acquista quella che potremmo definire la mimica
del cordoglio, l’oscillazione corporea, perfettamente integrata al suono, come in
moltissime tradizioni sciamaniche afro–amerinde, con una funzione quasi ipnogena (
E. De Martino, 1959) molto simile anche a quella delle lamentatrici palestinesi o arabe.
Interessante è la mimica del fazzoletto agitato sul corpo del defunto per poi
essere portato al naso in una continua incessante ripetizione dell’elemento
gestuale. Anche questa gestualità avrebbe un atavico archetipo, così
infatti la ritroviamo tra le lamentatici egizie. Qui il gesto sembrerebbe
chiaramente destinato ad una forma di protezione dal defunto: Un solo braccio è
portato verso il capo mentre l’altro si distende avanti con la palma della mano
rovesciata. Gesto che poi ha assunto una valenza di saluto più che di difesa.
Tradizioni rituali di questo tipo sono presenti anche in altre parti di Italia, quasi ad
individuare un comune denominatore.
E’ così ad esempio simili tradizioni
le troviamo in Sardegna o più lontano in Brianza ove Il curato di
Casiglio scrive come l'uso della lamentazione funebre sia ancora ben presente nel suo
borgo, ancora nel XV secolo, benché proibito, e sarà lo stesso Carlo
Borromeo che, assistendo ad un funerale a Predama, in Val Varrone,
rimase fortemente sconcertato. Le prefiche le ritroviamo nel leccese ove sono chiamate
repite e nell’area abruzzese molisana.
Tradizioni simili sono presenti
anche in Valtellina ed in Sardegna. Antonio Bresciani così ci
descrive l’usanza tra le donne sarde"... sul primo entrare, al defunto, tengono il
capo chino, le mani composte, il viso ristretto, gli occhi bassi e procedono in
silenzio... oltrepassando il letto funebre... indi alzati gli occhi e visto il defunto
giacere, danno repente in un acutissimo strido, battono palma a palma e gittano le mani
dietro le spalle... inverochè altre si strappano i capelli, squarciano cò
denti le bianche pezzuole c’ha in mano ciascuna [altro particolare simile alla
lamentazione lucana N.d.A.] si graffiano e sterminano le guance, si provocano ad urli...
a singhiozzi... altre stramazzan a terra... e si spargon di polvere... poscia le dolenti
donne così sconfitte, livide ed arruffate qua e la per la stanza sedute in terra e
sulle calcagna si riducono ad un tratto in un profondo silenzio..." (A. De Gubernatis,
1869) .
Nel napoletano era praticato un riepito battuto, una lamentazione
accompagnata da un battersi rituale che terminava con l’avvicinarsi di alcune donne
alla vedova che, al suono di "ah misera te", le strappano una ciocca di capelli e la
gettano sul defunto.
E’ da quest’area che deriverebbe
l’antica filastrocca fanciullesco–popolare
Maramao, perché sei
morto?
Pane e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto
e una
casa avevi tu.
Come si può notare, in questa strofa sono elencate una
serie di buone ragioni materiali (di indubbio retaggio pagano) per cui il morto non
avrebbe dovuto morire, con l’intento di esorcizzare o quanto meno stemperare il
dolore e l’angoscia attraverso un modulo letterario di lamentazione. Non solo ma lo
stesso nome maramao potrebbe essere una successiva distorsione della frase "Amara
me perché sei morto" con appunto richiami ai discorsi protetti lucani.
Il Tema dell’Offerta della Capigliatura
Nel corteo funebre era
dunque uso per le donne, una volta disciolte le chiome, accostarsi al morto percuotendosi
il petto con violenza e abbandonandosi in un primo tempo a disordinate grida di dolore
(E. De Martino, 1958). Il termine francese di lutto, deuil, sembrerebbe
mettere bene in evidenza questo aspetto discendendo direttamente dal latino dolium
che corrisponderebbe a dolere e quindi al battersi il petto. Era poi usanza
incidersi le carni, graffiarsi a sangue le gote e gli avambracci, percuotersi,
stracciarsi le vesti e i capelli.
Questi rituali altro non sono che l’atavico
ricordo di antiche usanze, così ad esempio in Grecia troviamo che "... le
donne con le chiome sciolte si accostano al morto e percuotendosi il petto con violenza
si abbandonano in un primo momento a disordinati gridi di dolore, cui poco dopo fanno
seguito i lamenti funebri cerimoniali..."
Ancora in Geremia "...
ogni testa sarà calvata, ogni barba rasa, su tutte le mani vi saranno
incisioni...", stessa tradizione che troviamo tra i Mirmidoni per la morte di
Patroclo, mentre nell’Alceste di Euripide il Dio della morte
è descritto mentre brandisce una spada nell’atto di tagliare una ciocca di
capelli al morto (Alceste Versi 75–78). Altre testimonianze le troviamo in Luciano
che narra di offerte di capelli da parte delle donne durante i festeggiamenti per la
morte di Adone.
L’intera operazione fin qui descritta, la
lamentazione, la gestualità, sembrerebbe nascondere, più che un vero e
proprio dolore verso il defunto, un’operazione apotropaica di allontanamento della
morte, una tecnica indirizzata a combattere il ritorno del defunto stesso, come
testimoniato da altre usanze come quella di bruciare i vestiti del trapassato o
l’apertura delle finestre dopo il decesso, per terminare alle interessanti frasi di
chiusura del lamento funebre "non ho più niente da dirti, non ho più niente
da farti, statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti
abbiamo fatto" ( E. De Martino, 1959).
De Masticatione Mortorum Tumulis
– Il Cibo del Morti
Altra interessante usanza era quella di deporre
del cibo nel sepolcro per evitare che il morto, affamato, tornasse tra i vivi per
procacciarselo.
In India era uso porre due pale di riso o di farina nella
tomba, mentre i Persiani ponevano una dose di cibo utile per tre giorni dopo i quali
l’anima era completamente lontana dal corpo (A. De Gubernatis 1969)
Spesso
sulle tombe era offerto del pane, sia come nutrimento che come simbolo di rinascita del
morto nella sua novella vita. Anche i greci e i latini commemoravano i propri morti con
offerte votive di cibo e vini sulle tombe (M. Caligiuri, 2001) proprio per placare le
anime, mentre i babilonesi e gli assiri seppellivano vasi di miele. Che il cibo reale
fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi testi come il De
Masticazione Mortuorum in Tumulis di Michel Raufft o la
Dissertatio Historico–Philosophica de Masticatione Mortorum di
Philip Rohr. Qui si descriveva come il morto, le cui scorte alimentari
erano insufficienti, iniziava a nutrirsi masticando il sudario e le sue stesse carni.
L’Abate Calmet Agustin, parlando proprio dell’opera del
Raufft scrive che: "E’ opinione comune in Alemagna che certi morti
mastichino nelle sue sepolture e divorino tutto ciò che hanno intorno...Egli [ il
Raufft N.d.A.] suppone che cosa provata e certa esservi alcuni morti che han mangiato gli
abiti ond’eran involti, e tutto ciò che avevano vicino e per fino divorare
le proprie carni. Egli osserva come in alcuni luoghi dell’Alemagna, per impedire ai
morti di mangiare loro, mettono sotto il manto una zolla di terra che in altri luoghi
mettono loro in bocca una piccola moneta d’argento e una pietra e in altri casi con
un fazzoletto loro stringono fortemente la gola".
Sant’Agostino invece
parla "del costume dei Cristiani di portar su per i sepolcri della carne e del vino con
cui si facevan i pranzi di devozione" giustificando, ma non assecondando, questa
tradizione pagana facendola basare sul libro di Tobia "mettete il vostro pane e il vostro
vino sulla sepoltura del giusto e guardativi di mangiarne e di bere in compagnia
dè peccatori".
Anche il cannibalismo diventa un modo per assicurare la
seconda morte al defunto, infatti lo stomaco diventa suo definitivo sepolcro e sarebbe da
questa interpretazione che deriverebbero diverse espressioni popolari Italiane come "bere
i morti" o "mangiare i morti"(E. De Martino, 1959) e l’usanza del banchetto
funebre. Nel giorno dei morti, quasi riproponendo il tema della necrofagia, in molti
paesi della Penisola vengono preparati strani dolcetti a forma di ossa chiamati appunto
"ossa dei morti"(A. Romanazzi, 2003) che vengono poi regalati ai fanciulli.
Varie
usanze popolari sono strettamente connesse alle offerte di pane al defunto. In Calabria e
in Lucania si usava preparare delle fette di pane per il morto. In particolare i
calabresi usavano preparare attorno al catafalco una tavola imbandita con pane, vino,
uova e legumi. Sempre in Calabria, a Celico, si usa porre accanto al morto un pezzo di
pane e dell’acqua (M. Caligiuri, 2001). Tradizioni simili le ritroviamo in molte
altre regioni italiane.
In Brianza, anche contro il volere del clero locale,fino al
secolo scorso si celebrava il cosìddetto pasto dei morti, una riunione conviviale che
radunava parenti e amici del morto.
Anche il pane pro anima tipico
dell’area campana avrebbe una funzione simile. L’alimento è
offerto spesso durante la veglia notturna, all’ingresso del cimitero o della casa
dei luttuati. In alcuni paesi della provincia di Bari veniva preparato
direttamente sulla bara o sulle tombe. E’ in questo sconcertante rituale di
preparazione che ritroviamo una forma mitigata di necrofagia. Cibarsi del pane preparato
sul morto o venuto a contatto con lo stesso altro non sarebbe che nutrirsi dello stesso
defunto, non solo, ma la cena serve anche un più atavico significato. Secondo la
legge della magia simpatica ben descritta dal Frazer, lo stomaco è sepolcro del
cibo, così come il cibo trova riposo in esso il morto lo troverà nella
terra.
Da qui le numerose tradizioni popolari legate alle espressioni popolari bere i
morti o mangiare i morti.
La scelta del pane come cibo rituale poi, oltre ad
ascriversi al tipico alimento del defunto, è legata anche ad una visione
rigenerativa dello stesso, in una stretta simbiosi con la morte e la rigenerazione del
frumento o in generale dei cereali di cui è costituito.
Il Sesso e il
Rapporto con il Defunto
Interessanti sono anche le tradizioni legate al
sesso.
La morte portava nella famiglia luttuata una forma di libido
deficients, quell’attanassamento (E. De Martino, 1959) con il quale
termine è conosciuto nell’area lucana, nella quale non poteva e non doveva
rimanere. L’idea di un incremento della pulsione libidica dopo la morte ha
così un duplice scopo: la riaffermazione della vita attraverso
l’accoppiamento ma anche un modo di sgomentare il morto in questo modo che fosse
avvertito della grande forza vitale che gli viene contrapposta. Del resto
l’esibizione oscena è un modo di manifestare l’energia del vivente;
Freud afferma che chi dice una oscenità sferra un attacco equivalente ad
una aggressione sessuale provocando nell’ascoltatore una reazione simile a quella
che si sarebbe generata da una vera e propria aggressione. Un atto aggressivo che in
questo caso è fatto contro il morto. Successivamente dall’atto sessuale e
dall’oscenità si passa al riso, una forma mitigata dello stesso. Da qui la
tradizione ancora oggi espletata di raccontare durante le veglie funebri narrazioni
oscene o a sfondo sessuale che generano ilarità come attestato dai numerosi detti
popolari del tipo: "il morto non può uscire senza il riso" o ancora: "non vi
è morto senza riso" (A. Di Nola, 2003). Nell’antichità si parla anche
di danze funebri e forme di ilarità e le danze che porteranno successivamente a
quella tradizione medievale definita danza Macabra raffigurata su moltissime
chiese e cimiteri. E’ il tema della morte che, suonando il flauto, porta via i
defunti, successivamente interpretata con l’idea della democraticità della
Nera signora. In realtà la morte prende il posto del flautista pagano che
apriva il corteggio funebre e che poi si tramuterà in danza birichina
attorno al feretro (A. De Gubernatis, 1869).
Una traccia che ci fa intuire
l’atavica origine della ricerca della libido la troviamo anche nel mito de ratto di
Proserpina quando Iambe, serva del re Celeo ove Demetra era
ospitata, per cercare di far ridere la sua dea, si abbandona ad una esibizione oscena.
Tema simile lo ritroviamo nel mito di Baubo che, per raggiungere lo scopo di far
bere il ciceone, tipica bevanda del cordoglio, a Demeter ostenta i suoi genitali
generando in lei ilarità e dunque sconfiggendo la sua inappetenza (A. Di Nola,
2003). Elementi osceni erano presenti in molti culti dei morti. In Egitto le
lamentatici spesso portavano i seni scoperti (E. De Martino, 1959) sia in una visione di
ostentazione che come nuovo simbolo di rinascita essendo la mammella associata al latte
mammario e dunque alla novella vita. Questo particolare è rimasto intatto fino al
secolo scorso troviamo, nel lamento lucano, l’ostentatio della madre al suo bambino
in ricordo del latte avuto e di quello perduto (E. De Martino, 1959). Moltissime poi
sarebbero le tradizioni di giochi erotico–sessuali durante la veglia funebre. In
Sardegna c’è addirittura una figura che ha lo specifico ruolo di
suscitare ilarità ed è chiamata la Buffona (F. De Rosa, 1899) mentre
giochi a sfondo sessuale, come quello della Pulce, sono segnalati dal De
Martino in molti paesi lucani.
Il Tema del Sangue e il Defunto
Il tema del sangue è da sempre collegato al morto. Il primitivo,
osservando che la perdita del misterioso fluido da una ferita comportava un progressivo
indebolimento e successivamente la morte, mise subito in relazione questo liquido con il
principio vitale umano. Ecco così che nel Deuteronomio troviamo il passo:
"non ti nutrirai del sangue perché il sangue e vita: e tu non devi mangiare
la vita insieme alla carne" e nella Genesi si dice: "soltanto non mangerete la
carne con la sua vita, cioè il suo sangue. Del sangue vostro, anzi, ossia della
vostra vita, io domanderò conto". Il sangue è strettamente legato al
morto anche perché simbolo della vita che deriva dal fuido mistico–mestruale
femminile, da qui l’usanza di cospargere il defunto totalmente o in parte di
ocra rossa come testimonierebbero molte sepolture neolitiche e paleolitiche o
ancora l’uso del rosso dei sarcofagi egizi. In India il rosso è il
colore con il quale sono dipinte le statue delle divinità della morte, e rossi
sono gli abiti del lutto e il colore dei fiori da offrire al morto, tradizione che
ritroviamo anche nell’antichità classica quando si doveva ricoprire le
lastre tombali con fiori freschi di questo colore o con delle violette che il mito vuole
sbocciate dal sangue di Attis evirato (A. Di Nola, 2003). Era questo un tentativo
di comunicare al defunto l’energia vitalizzante del sangue in modo che non la
richiedesse dai vivi. Anche l’ecatombe compiuta da Achille per la morte di
Patroclo, più che come vendetta, potrebbe essere interpretata come tributo
di sangue da versare al morto per poterlo placare e così far cessare la sua sete
(E. De Martino, 1959).
Rituali Apotropaici e Timore del Defunto: Il Primo
Archetipo
Una prima spiegazione al lamento sarebbe così quella di un
vero e proprio formulario magico atto ad allontanare definitivamente la presenza
del defunto. Del resto lo stesso termine lutto deriverebbe da lugere la cui
radice arcaica proverrebbe da rompere.
Il cordoglio dunque, e tutti i rituali
ad esso annessi, è una risposta ad una perdita, un tassello di quella vasta ed
intricata sfera religiosa che può essere definita il culto dei morti.
E’ con il passaggio dell’uomo dal nomadismo all’agricoltura e alle
attività stanziali, e dunque con il seppellimento del defunto nelle vicinanze
dell’abitato, che nasce la necrofobia [ necros=morto e phobos= paura] , e
quindi i rituali atti a sconfiggerla. Secondo il primitivo il morto, prima di raggiungere
la sua patria nell’aldilà, subisce una sorta di passaggio intermedio il cui
superamento e il successivo raggiungimento di quella pace definitiva dipende molto
anche dai rituali funebri a lui riservati dai vivi, come testimonierebbero anche le forme
verbali tipiche della lamentazione. E’ solo al termine del periodo di lutto che il
morto può essere considerato realmente tale. La lamentazione diventa
così un incantesimo per aiutarlo a raggiungere l’aldilà e così
liberare i vivi della sua enigmatica e ossessiva presenza. Ecco perché coloro che
non hanno avuto una degna sepoltura ed onoranze funebri ritornerebbero in vita.
Tutte le arcaiche pratiche fin qui descritte non sono mai del tutto scomparse anche se
osteggiate dalla Chiesa. Nel Sinodo di Londra (1342), venivano messe al bando le
forme di congiunzione sessuale che si tenevano durante le veglie funebri e nel Sinodo
di Praga del 1366 si fa accenno agli atti di deboscia che avrebbero auto luogo
nella medesima occasione (E. De Martino, 1959). Altre testimonianze le ritroviamo in
molti sinodi locali italiani, così in quello di Faenza del 1647 si
proibisce la palmarum tensiones, in quello di Trivento del 1686 il
facies erompere e capillos evellere, e in quello di Fermo (1775) il
pugnis ora percuotere e il capillum manu discindere.
Se dunque la
lamentazione funebre e l’intricato rituale del defunto potrebbero essere spiegate
attraverso la necrofobia, questa, a sua volta, è una successiva evoluzione
di un archetipo ancor più atavico: la morte e rinascita naturale.
I
Prolegomeni del Rituale: la passione della Vegetazione
In realtà la
spiegazione potrebbe essere ben differente e non risiedere nel timore verso il defunto,
idea solo successiva. Spirito arboreo e divinità vegetazionali, rituali di
fertilità e, sarebbero questi i prolegomeni di ataviche tradizioni ancora presenti
nel folklore e nelle tradizioni italiane, l’Atavico ricordo di un mondo che non
temeva la morte ma la considerava elemento necessario alla vita.
L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore, arare,
seminare, raccogliere, veder scomparire, erano questi i cicli che governavano la vita
dell’uomo antico, in un ciclo di forze la cui comprensione ben sfuggiva
all’uomo che la il timore che la rinascita natura possa non avvenire e che
dunque questa morte naturale si tramuti in morte della sua esistenza.
In quasi tutte
le mitologie, in una stretta simbiosi con la scomparsa e la rinascita naturale, è
la divinità maschile a subire un ciclo di morte e di resurrezione che da sempre
è stato associato al sole. E’ l’idea della morte del Dema di
Jensen, l’essere mitico attraverso il quale i popoli agricoltori hanno avuto
il dono delle piante essenziali per la loro vita. Anche la fine sempre violenta del
Dema potrebbe così essere messa in relazione con la distruzione da
parte dell’uomo dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi ridotti in polvere.
La morte della pianta diventa così la morte della divinità con tutta una
serie di rituali che dovevano avere il compito di rigenerare lo stesso.
Pensiamo al
mito di Osiride o Dioniso, Tammuz o Adone, nelle cui
tradizioni funebri si usava piangere sugli orti senza ortaggi, sui campi senza spighe,
sui canneti senza canne, o a Lityerses che con il nome indica anche il canto dei
mietitori, per giungere ai Maneros, i lamenti funebri egizi prendono il nome da
maneros, simile od identificabile con il lino.
Ecco che ritroviamo in questi antichi
rituali i prolegomeni del rito del cordoglio. Ecco la spiegazione allo strano ed
indissolubile legame tra il mondo agricolo e quello dei morti in una tradizione che
ritroviamo ancora oggi nel folklore e nella cultura popolare.
Se così la
lamentazione funebre altro non è che i canti dei mietitori antichi, anche lo
strapparsi i capelli non è solo un atto autolesionistico ma una vera e propria
offerta al defunto come sembrerebbe trasparire dalle tradizioni e dal folklore.
L’offerta della capigliatura in realtà nasce dall’idea che essa era
messa in relazione con la vegetazione palustre.
Il taglio era così
simbolo di morte e rinascita proprio come accadeva nel mondo vegetale.
Stessa idea
è presente nelle offerte di grano, pane e cereali al defunto, non un modo di
assicurargli ciò che non doveva procurarsi da solo tra i vivi, ma un modo per
rappresentare ancora una volta il ciclo di morte e rinascita. Stessa idea nelle offerte
di sangue, un modo di garantire perpetua energia vitale al defunto.
Andrea Romanazzi
BENANDANTI TRA FRIULI E BASILICATA
Culti Agrari e Rituali di Fertilità
Analisi comparata di alcune tradizioni popolari friulane e del folklore lucano
In molte tradizioni contadine italiane, seppur geograficamente lontane tra loro, troviamo alcuni temi comuni che sembrerebbero legare indissolubilmente il mondo agrario ad antiche tradizioni pagane. Le forme estatiche, i rituali di fertilità, e in particolare l’incontro con i morti, sembrano essere filo conduttore di una cultura subalterna mai del tutto scomparsa.
La continua associazione tra mondo contadino e il tema della morte sembrerebbe preludere una stretta unione tra questi due aspetti, basti pensare ai rituali legati al pianto funebre e al cordoglio nelle tradizioni agricole. Per conoscere il legame che c’è tra le tradizioni legate alla morte e i rituali di fertilità dei campi dobbiamo addentrarci tra i ricordi friulani e la magia lucana, due regioni distanti e profondamente diverse tra loro che però nascondono il seme comune del paganesimo silvano. Non è un caso che queste tradizioni si siano conservate in zone favorite dall’isolamento e accomunate dalla paura del negativo nella vita
quotidiana e delle angustie della povertà agricola. Il sopravvivere di una cultura subalterna contadina ancora attaccata a queste credenze, attraverso ricordi, narrazioni, passaggi e sincretismi
ha permesso il tramandare delle stesse fino al secolo scorso.
Una tipica tradizione dell’area friulana è quella dei Benandanti.
Secondo i racconti contadini, i Benandanti
sarebbero delle persone particolari, portatori di un culto di
fertilità e difensori di campi e raccolti contro streghe e
stregoni, in un’immagine stereotipata della morte che accomuna l’area
nord italiana con quella tedesca e balcanica legata alla figura di Frau Holle (Cossar, 1933). Queste
persone sono caratterizzate dall’evento di essere nati con la camicia, in realtà un pezzo
di placenta che da sempre, nella tradizione popolare era considerata
come sede dell’anima. Forse è da questa credenza, che i Benandanti vengono considerati delle
persone del tutto speciali, le uniche a poter guarire le persone dai
malocchi e dalle fatture delle streghe, in grado di assicurare la
fertilità dei campi. Del resto l’espressione popolare nascere con la camicia, ad indicare
persone particolarmente fortunate, sembrerebbe proprio sottolineare
questo atavico legame. E’ dunque la camiciola a rendere una persona benandante, non solo, ma è il
suo stretto contatto a garantire la eccezionale condizione psichica del
soggetto. Perdere la placenta significava non avere più alcun
diritto di fascinazione e infatti molte sono le testimonianze in tal
senso: "...portava quella mia camiciola al collo sempre, ma la persi et
dipoi che la perdei non ci son più stato alli raduni..." ( C.
Ginzburg, 1996).
La tradizione vuole che in particolari periodi dell’anno questi magi si scontrerebbero contro streghe malefiche in una battaglia a
colpi di rami di finocchio e di sorbo per assicurare, nel caso di loro
vittoria, le fertilità dei campi.
"...Io sonno Benandante perché vò con li altri a
combattere
quattro volte l’anno, cioè nelle quattro tempora, di notte,
invisibilmente con lo spirito et resta il corpo...noi con le mazza di
finocchio et loro con le canne di sorgo..."( C. Ginzburg, 1996).
Ecco così trasparire lo stretto legame, di tipo sciamanico, tra
il masciaro e la fertilità campestre. Questi combattimenti erano
sicuramente il ricordo di antichi riti agrari, infatti la vittoria o la
sconfitta nello scontro poteva assicurare fertilità ai campi o,
in caso contrario, un periodo di ristrettezze. Si potrebbe così
rivedere, in questo scontro,
una riproposizione di rituali agrari ben più antichi e legati a
quello che il Frazer definirebbe spirito
arboreo, spesso identificato come l’aspetto maschile del culto
primigenio della Grande Madre
( A. Romanazzi 2003).
All’inizio la divinità è vista e concepita come
immanente, essa permea tutto ciò che circonda il selvaggio e
dunque essa è anche dendromorfa. Nell’evoluzione del pensiero
religioso-sciamanico primitivo la divinità, seppur nella sua
immanenza, si evolve; non è più la pianta stessa ma
quest’ultima è solo la sua dimora, passando così da una
fase animista ad una politeista. In questa fase si svilupperebbero
tutte le tradizioni popolari legate all’ultimo covone durante la
raccolta del grano e legate all’idea di magia simpatica di
rigenerazione dei campi ben descritte dal Frazer nel suo Ramo d’Oro( J. Frazer, 1965). Man
mano che l’uomo taglia la pianta lo spirito arboreo si rifugia via via
nelle rimanenti fino ad arrivare appunto all’ultimo covone. Nella
continua evoluzione del pensiero primitivo alla divinità viene
successivamente associato un’immagine antropomorfa, lo spirito silvano
viene personificato anche da bambole e pupazzi e, successivamente, con
i viandanti che per caso si trovavano a transitare in quei particolari
luoghi durante il raccolto. In quest’ottica l’ultimo covone prima,
l’animale, il fantoccio e lo straniero poi, dovevano perire di morte
violenta per poter assicurare la fertilità e la rinascita dei
campi. Da qui l’usanza di bruciare le effigie dello spirito fatte con
le ultime fascine o addirittura di picchiare o uccidere l’incauto
viandante che, solo con la sua morte avrebbe garantito la
fertilità.
Potrebbe essere questa la chiave esplicativa della tradizione
successiva dei Benandanti che,
percuotendo con rami e fascine le streghe, antropizzazione dell’aspetto
silvestre, dovevano assicurare la loro morte
per assicurare la rinascita dei campi.
Importante particolare è la fase oniroide della tradizione.
Infatti questi sacerdoti agrari
compivano i loro scontri in somnis riportando però, anche sul
piano fisico i risultati di questo scontro.
Questo aspetto viene fuori da numerose testimonianze apprese dai
documenti dell’epoca che raccontano di come, riferendoci ad una donna:
"...suo marito più volte di notte la chiamava et con li rimedi
la
urtava, et lei era come morta, perché diceva che li spirito se
ne era andato al suo viaggio et il corpo restava come morto..." (C.
Ginzburg, 1996).
Tradizioni oniroidi simili la ritroviamo anche in Lucania ove coloro
che avevano fatto in qualche modo dei torti alle masciare venivano
visitati nella notte da quest’ultime che li legavano e picchiavano, in
una immagine che, in qualche modo ricorda i combattimenti dei
benandanti in somnis: "...era verso mezzanotte e mi sentii tirare i
capelli. Io dicevo, Madonna mia lasciami, lasciami stanotte..."(E. De
Martino, 1959)
Anche in questo caso gli incontri
avvengono nel sogno ma è come se fossero reali come reali sono
effettivamente i graffi, i lividi, le legature ed altre testimonianze
che al mattino dopo si ritrovano.
Non è facile dare delle interpretazioni a questi avvenimenti.
Per alcuni si tratterebbe di situazioni oniroidi ove il soggetto,
durante il sogno, si procura ferite o effettua atti autolesionistici
che fanno parte dell’intricato mondo della lotta contro gli spiriti
malvagi. In altri casi si tratterebbe di visioni oniroidi mimate a due (E. De Martino, 1959),
ove cioè, altri esponenti della famiglia sembrerebbero prendere
parte a questi oscuri rituali per impersonare da un lato le
fattucchiere che fascinano la vittima per poterla successivamente
liberare. Impulsi ostili repressi durante la veglia trovano
realizzazione parziale e simbolica durante la notte, in una vicenda,
solo in parte in somnis, che lascia tracce nella realtà (E. De
Martino, 1959).
"Una mattina al risveglio, mi trovai legato i piedi così... poco
tempo dopo, verso le quattro o le cinque del mattino, mi sono trovato
le mani legate alla spalliera del letto..." (E. De Martino, 1959).
Ovviamente nulla rimane nella memoria della vittima e della sua
famiglia se non il ricordo delle percosse e dell’aggressione notturna
della masciara. A questo stesso meccanismo potremmo imputare i segni
reali dei Benandanti dopo le
lotte durante le Tempora, in
una commistione di immagini tra la finzione rituale e la magia
simpatica.
Un’altra strana caratteristica che lega tradizioni friulane e lucane e
più in generale le culture subalterne contadine è quella
della processione dei morti.
Il Ginzburg ci fa notare che: "chi vede i morti, cioè va con
loro, è un Benandante". E sempre nel suo lavoro racconta
dell’avventura capitata ad un povero monaco nel 1091. Il racconto ci
apre nuove considerazioni.
Mentre infatti camminava lungo un sentiero di campagna il prete viene
attratto da strani lamenti e così scorge una processione tra la
quale riconosce alcuni uomini suoi conoscenti morti da poco tempo. La
strana fila tanto ricorda quelle raffigurazioni rinascimentali
successive, chiamate Danze Macabre
che iniziano ad apparire attorno al 1400, interpretate successivamente
con il motivo della morte livellatrice.
Sicuramente queste attingerebbero da ben più antichi ricordi,
come testimonierebbe la primitiva guida delle fila: l’uomo selvatico
armato di clava. Quest’ultimo non sarebbe difficile da interpretare
come figura antropizzata di quelle antiche divinità arboree e
silvane cui sopra accennato ( J. Frazer, 1965).
Sempre nella regione pullulano storie di donne che, mentre
raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino, scorgevano strane
processioni tra le quali individuavano alcuni loro defunti, tradizione
presente anche nel Sud Italia. Anche in questo caso le visioni sono accomunate da un
particolare. Queste avvengono solo in particolari momenti della vita
dell’individuo o in particolari periodi dell’anno, spesso coincidenti
con festività agrarie, come ad esempio la Festa di Onnissanti o la notte di San Giovanni. Ecco così che
nascono strane tradizioni ancora presenti come l’usanza nel caso di
recenti lutti in famiglia, di occupare tutti i posti a sedere durante
feste o banchetti, in modo che il morto non potesse trovare posto per
la sua presenza, o ancora le tradizioni che ritroviamo in molti paesi
del sud Italia e in particolare di Lucania, Puglia o Calabria ove si usa porre del cibo
sul davanzale delle case, nel giorno dei morti (Di Nola, 2003)
Tralasciando però ora il discorso legato alle
particolarità dei giorni, soffermiamoci sullo status delle
persone. Ecco così che soggetti più facilmente propensi a
questi incontri sono le fanciulle prossime alla prima mestruazione o al
matrimonio, e dunque ad un radicale shock di rituale di passaggio o
ancora le donne gravemente provate da sforzi fisici o in preda ai morsi
della fame per un lungo digiuno. Quello che caratterizza così
tali esperienze è una prostrazione fisica o un disagio
psicologico-morale.
Una particolare visione è quella della messa dei morti. Ecco così
che lungo le buie vie che conducono le contadine nei campi, capita
spesso di vedere una chiesa aperta e illuminata e all’interno anime
dannate che allontanano subito le viandante o le comunicano un
messaggio per il mondo dei vivi ( E. De Martino, 1959). Quello che
sembra accomunare più tradizioni popolari è che queste
apparizioni si manifestano in persone in qualche modo connesse
all’agricoltura, sembrerebbe esistere dunque un nesso tra le
processioni dei morti e il mondo agreste e la sua fertilità.
Torniamo così al concetto di morte e di resurrezione che
caratterizza il mondo naturale. Non sarebbe così neanche un caso
che le processioni siano visibili spesso riflesse attraverso l’acqua,
elemento vitale per eccellenza e da sempre legato alla fertilità
dei campi. Tra i fenomeni naturali non vi è uno come quello
della morte e della resurrezione vegetazionale che ha più
colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se
dunque lo spirito arboreo doveva morire per poi risorgere, è
nella buona morte che assicura
la rigenerazione, vista dunque in una visione arcaica completamente
differente da quella introdotta successivamente dal Cristianesimo, che si cela l’arcano
dell’apparitio, in un rituale che, da lutto naturale legato alla
divinità si trasforma in visione malefica e demoniaca.
Bibliografia
De Martino E. , Morte e Pianto Rituale, Universale Scientifica
Boringhieri, Torino 1977
De Martino E. , Sud e Magia, Feltrinelli Editore, Milano 1959
Di Nola A. M. , La Nera Signora, Antropologia della morte e del
lutto, Newton Compton, Roma 2003
Frazer J. , Il Ramo d’Oro, Studio sulla Magia e sulla Religione,
Bollati Boringhieri, Torino 1995
Ginzburg C. , I Benandanti, stregoneria e culti agrari tra Cinquecento
e Seicento, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1996
Romanazzi A. , La Dea Madre e il culto Betilico: Antiche tradizioni tra
mito e folklore", Levante Editore, Bari 2003
Andrea Romanazzi
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