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4 ottobre 2006

Dopo tanto, tanto, tanto, tanto tempo è tornato a trovarci Pardo Fornaciari.
Qualcuno di voi ci ha chiesto il materiale che si trova nelle nostre vecchie pagine ancora (per poco) on line su questo stesso sito.
Purtroppo Pardo non è riuscito a ritrovarlo, nella sua Babele personale.
Per sdebitarci delle promesse fatte, quindi, pubblichiamo qui di seguito alcuni suoi antichi appunti sul Bagitto, la lingua popolaresca sviluppatasi nella Livorno vecchia.
Infine non dimenticatevi della sua ultima pubblicazione proprio dedicata a questa lingua e ai suoi gustosi aneddoti storici e di costume Fate onore al bel Purim.



Il bagitto, gergo vernacolare ebraico livornese
Il bagitto, gergo vernacolare ebraico livornese: questo il titolo della conversazione che dovrei tenervi.
La mia presenza qui è dovuta alla stima che han di me gli organizzatori di questo ciclo di incontri di studio, stima derivante da certi miei studi lontani su questa espressione vernacolare, e devo dire poco meritata, poiché credo a Livorno ci sian molte persone che ne sanno più di me sull'argomento.

Il giudeolivornese - come è definito negli ambienti accademici che l'hanno studiato anche se in modo approssimativo - non è un dialetto, né soltanto un gergo. E' un'espressione vernacolare ormai scomparsa in quanto tale, anche se rimane nel ricordo di alcuni, pochi nostri concittadini ebrei di età abbastanza avanzata, che rammentano di averlo parlato, il bagitto, nelle scuole israelitiche degli inizi del secolo e fino agli anni venti e forse anche trenta, come vezzo quasi di opposizione adolescenziale al mondo degli adulti che invece tendeva a far di tutto per fare scomparire questo vestigio di un passato, che attestava di una relativa separatezza tra la nazione ebrea e le altre nazioni conviventi a Livorno.

Il bagitto insomma non si parla più; solo pochi lo ricordano; e per di più la letteratura in quello speciale vernacolo giudeolivornese è scarsissima; addirittura, vedremo meglio in seguito, ha dato luogo più a strumentalizzazioni di giudeofobi non ebrei, che a vera e propria letteratura.
Esso dunque era composto di varie caratteristiche convergenti. Provo ad enumerarle.
Una speciale cantilena, l'accento tipico degli ebrei livornesi era ricco di nasalizzazioni (ma questa sembra sia una caratteristica di tutti i giudeoparlari, incluso per esempio lo yiddi ed il giudeoarabo), di scambi di consonanti e cambi di vocali, di italianizzazione di parole ebraiche e spagnole, spesso flesse all'italiana, di adozione di speciali modi di dire mutuati in genere dalla sapienza scritturale.

Avrete notato che ho accennato a parole ebraiche ed a parole spagnole confluite nel bagitto. Bene, meriterà allora spender due parole sul come c'entrino gli spagnoli.
Uno dei più grandi popolamenti ebraici al di fuori della Palestina ed ancor prima dell'avvento dell'Era volgare fu quello delle coste ispaniche dapprima, e dell'intera penisola iberica poi. Tale popolamento fu talmente importante che persino la fondazione della lingua castigliana, o se si vuol essere meno netti ma più precisi, i primi monumenti del neolatino castigliano si devono a poeti ebrei (Baal em Tov de Carriòn). Tale popolamento ebbe nome di sefardita, da Sefarad, il nome biblico della Spagna (Obadia 20), e si prolungò sino al 1492, quando il 2 agosto non meno di 165 mila giudeospagnuoli dovettero lasciare la madrepatria, mentre un numero non identificato rimase, convertendosi in forma più o meno autentica. Gli esuli, generalmente membri delle classi medio\alte produttive, si recarono prevalentemente in Marocco (circa 20.000) ed ad Istanbul (circa 93.000), ma anche in Algeria (10.000), in Olanda (21.000), in Italia (9.000), in Portogallo...). La Spagna delle tre religioni era finita, e con essa la capacità produttiva ispanica, che venne soppiantata per secoli dalla capacità di rapina.

Gli esuli portarono con sé - oltre al Libro - un bene particolare: il castigliano del tardo medioevo, che hanno continuato a parlare sino al XX secolo, quando la combinazione di assimilazione francofonica-sterminio-assimilazione anglofonica ha inferto un colpo definitivo a questa lingua fossile, assai più simile al castillano di Isabella dello spagnolo del caudillo. E questa lingua era parlata, nel nostro secolo, dalla madre di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura.

La lingua dei sefarditi era duplice: da un lato il ladino, o calco. Si trattava di una lingua liturgica, uno spagnolo risalente, forse, al XIII secolo. In questa lingua i rabbini avevano tradotto letteralmente parola per parola - realizzando in pratica un calco - l'intera Bibbia. Ciò era dovuto al fatto che la maggior parte dei fedeli ignorava l'ebraico. La tradizione del giudaismo insomma veniva comunicata - nella Spagna delle tre religioni - direttamente nella lingua parlata dal popolo. Per concludere questo aspetto, il ladino come lingua liturgica è un calco dell'ebraico - e per questo talvolta poco comprensibile - in castigliano del XIII secolo, scritto indifferentemente in caratteri ebraici o latini. Testimonianze di questa tradizione culturale si ritrovano alla biblioteca labronica, dove recentementegrazie al lavoro della dottoressa Marcella Previti è stato ritrovata una rarissima copia della Bibbia di Ferrara 1547 in Ladino.

Il giudeospagnolo iberico invece era, ed in parte è, una lingua parlata, un'espressione prevalentemente vernacolare, e si chiamava (e si chiama) giudezmo, giudìo, gidìo. Si arricchì nei secoli di imprestiti italici, greci, turchi, arabi (in Marocco dette luogo ad una lingua speciale, la haketya, divenuta una delle lingue veicolari del Mediterraneo; essa conobbe una specie di ricastiglianizzazione con la conquista spagnuola del Marocco, nel 1860, ed è tuttora usata da numerosi marocchini anche non ebrei). L'avanzata della cultura francofona nel bacino del Mediterraneo tra la fine del secolo passato e l'inizio del nostro ha francesizzato il giudezmo, specialmente delle zone greche e turche. Tutt'ora escono in Israele periodici in giudezmo, scritti sia in caratteri ebraici che in caratteri latini.

Veniamo dunque a noi, a Livorno. Come sappiamo, la comunità livornese è costituita sin dall'inizio prevalentemente da sefarditi, ossia da ebrei e marrani iberici di prima o seconda immigrazione, ossia provenienti tanto dalla penisola (sia dalla Spagna che, in maggior misura, dal Portogallo, per quanto riguarda i marrani) che dal Levante ottomano, discendenti degli esuli del 1492 accolti dalla Sublime Porta. Il granduca proprio a loro rivolge i liberalissimi inviti del 1593 e 97.
Gli ebrei ed i marrani (che a Livorno tornano a giudaizzare liberamente) vengono invitati da noi per tre motivi, tutti inerenti allo sviluppo di traffici in un'epoca di generale decadenza economica: sono vettori di relazioni commerciali ma anche diplomatiche con l'impero ottomano (che domina il Mediterraneo meridionale), portano con sé capitali, sono vettori di tecnologia.
Ora, i maggiorenti della comunità - i massari - nel Seicento parlano tra loro verosimilmente portoghese. Per un lungo periodo la comunità infatti è in mano a marrani provenienti dalla cacciata dal Portogallo del 1568. In quella lingua redigono gli atti ufficiali, ma verso la II metà del Settecento la lingua adottata negli atti diviene lo spagnuolo. Testimonianza di un mutamento della composizione etnica di origine dell'insieme della comunità, tale cambiamento va di pari passo con la lentissima ma crescente integrazione - linguistica, per quel che ci riguarda - con la prevalente nazione toscana di Livorno, con cui specialmente il popolo minuto si confronta e gradatamente si confonde, assumendo una forma espressiva propria, né dialetto né lingua, ma qualcosa di più di un semplice gergo.

Si tratta di un parlare che conosciamo - nella forma che ha assunto nel secolo passato, molto povera di presenze alloglotte - attraverso la memoria personale, oggimai sempre meno diffusa, attraverso l'assunzione che ne fecero letterati minori non ebrei (in genere con intenti giudeofobi) e finalmente attraverso la scarsissima letteratura ebraica vernacolare, opera al 90 % di Guido Bedarida, che del resto operò in un certo senso da fissatore di pronunzia, termini e modi di dire ormai per lo più desueti, compiendo in un certo senso un'operazione di archeologia linguistica.
Il bagitto che noi così abbiamo potuto conoscere è il vernacolo parlato dal popolo ebraico livornese, un parlare italiano con inserzione di numerose parole spagnole, ebraiche, portoghesi, arabe. Esso si chiama bagitto - ma non si conosce esattamente l'étimo della parola. L'opinione di Guido Bedarida, che mi pare la più convincente, è che potrebbe essere una deformazione della parola bajito, diminutivo dallo spagnuolo bajo, basso, sotto, col valore di cosuccia da poco, che sta al di sotto. Sappiamo che la jota (j lunga) all'epoca della cacciata non era pronunziata aspirata come oggi, ma pronunziata in modo simile ad una palatale dolce (hijo insomma si pronunciava higio; e basso si diceva in modo simile a come si pronunzia ancor oggi nel meridione: bascio). Il termine in questo senso potrebbe essere quindi un fossile vivente, testimonianza della pronunzia arcaica della jota nel vetero castigliano del rinascimento. Pronunzie del resto comune a tutti i dialetti giudeospagnoli, come ci rese noto Haim Vidal-Sephiha nel convegno del 1984. Il raddoppiamento della t sarebbe poi un raddoppiamento debole, tipico dei parlari ispanici (cfr. juntito, pr. khuntitto), che solo in italiano assume forma grafica; del resto, lo stesso Bedarida scrive bagitto ora con doppio t ora senza... Qualcuno l'ha voluta mettere in relazione con la parola italiana vagito, con riferimento al cantilenare nasalizzato, tipico del bagitto stesso. Ma mi pare improponibile: il castigliano ha vagido, da cui sembra difficile derivare bagitto.

Quello che si conosce bene invece sono le leggi fonetiche che lo sottendono: ed io provo a descriverle.
Nel bagitto dunque le consonanti doppie intervocaliche tendono a scempiarsi, e per conseguenza il raddoppiamento sintattico tipico del toscano scompare (a lei gira qualcosa, e non a me\a mme); le consonanti sorde divengono fricative: bagio; e più spesso sonore: amigo, fogo (ma ricordiamo il logo pio: non saprei se è imprestito dal bagitto, o viceversa); la p diviene aspirata, e quindi suona f; la b intervocalica suona indifferentemente v, e viceversa. Queste due particolarità sono in diretta connessione con la lingua ebraica, in cui e bet solo in certi casi perdono l'aspirazione, e per farlo hanno bisogno dell'inserzione del "dage". Nomi ed aggettivi femminili al plurale escono in -i (alli scuoli vogliamo li camfani). I pronomi personali declinati mi, ti, ci divengono me, te ce; gli articoli determinativi si riducono a tre (lo per il maschile singolare; la per il femminile singolare; li per il plurale dei due generi).

Queste regole sono state formalizzate nel 1942 dal linguista Angelo Beccani, che abbozzò anche un breve lessico del bagitto, molto più affidabile di quello uscito pochi anni fa ad opera di Vittorio Marchi, e riprese dalla Merzagora, ricercatrice pisana che in una sua pubblicazione Giudeoitaliano fa da un lato interessanti considerazioni sulla conservatività dei parlari giudaici e la loro relativa omogeneità, ma per quel che riguarda il bagitto commette clamorose sviste, confondendolo con il vernacolo dei popolani cristiani della Venezia, gli unici che a Livorno (1791) riuscirono a provocare moti antisemiti.

Il bagitto poi - si è già accennato, ma merita ripeterlo - era sopratutto un fatto gergale, quindi ricco di espressioni fatte, più ancora che di una sintassi ed una grammatica proprie. Sono espressioni che spesso si leggono nella letteratura bagitta - una letteratura molto povera, che consta di meno di una trentina di composizioni, di cui numerose di Guarducci, un popolano risorgimentale, versificatore fecondo, un goio che scrive senza dissimulare lo spirito giudeofobo che lo anima, e Bedarida, nel nostro secolo, che è stato l'unico autore ebreo che ha compreso l'importanza del lascito che stava smarrendosi, per fissarlo in qualche modo sulla carta (piccola eccezione, fu Cesarino Rossi, che scrisse un paio di composizioni pubblicate da un numero unico, Il sor Davar una quarantina d'anni fa). Così sia nell'uno che nell'altro si trovano locuzioni come che mi caschino l'occhi che ho davanti oppure per la su\tu vida, o ancora Sorda mi sia quell'ora (l'ora della morte, perché io non sentendola non me ne accorga) o pure e semplici imprecazioni badonai, caiadonai (perdio, vivaddio), testimonianza di una non perfetta adesione al dettame del I comandamento da parte del popolino...
C'è da dire che lo stesso Bedarida - che non era di famiglia bagitta, ma benestante ed anconetana - non riesce a spiegare l'etimo di qualche parola bagitta: come holayom (cfr. Vig. di sabato, atto III scena 1, forse da hom hayom, giorno caldo?) che vuol dire far le cose per tempo.

Pardo Fornaciari
19 marzo 1996



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