03-02-2005
Con questo intervento inizia la collaborazione di Mirko Guerrini con il
nostro periodico on-line. Buona lettura.
Come conobbi Gaber
Mi capita sovente di soffermarmi a pensare e ricordare.
La cosa incredibile e' che il sapore di questi ricordi e' sempre buono.
Sono ricordi dai contorni offuscati, poco netti, quasi come se il
confine che il tempo ha segnato tra realtà e fantasia sia svanito e
abbia lasciato spazio a quel mondo parallelo dove a volte un po' si
finge e un po' si bara ma dove spesso la scintilla primaria che ha
generato il ricordo resta intatta.
Queste sensazioni, emozioni, sono esatte ogni qual volta ripenso a
quando ho conosciuto Gaber.
Era un pomeriggio dell'estate 1999. Avevo affrontato giorni prima un
provino musicale a distanza (dovevo arrangiare delle parti di fiati e
di archi sopra un nastro che mi aveva spedito con incisa una
registrazione molto domestica di due canzoni sue fatte chitarre e
voce). Dopo un'estenuante attesa, che duro' pochi giorni, ma che
allora sembro' durare un tempo infinito, arrivo' la risposta positiva
dalla produzione: "sei bravo, musicalmente vai bene, Giorgio pero'
prima ti vuole conoscere. Ti aspetta un giorno di questi a casa sua".
Ecco: il Conservatorio non mi aveva preparato a questo ennesimo esame.
Non credo che sia mai esistito un corso su Come prepararsi a incontrare Gaber,
e se anche ci fosse stato di sicuro avrei marinato le lezioni.
Gaber abitava in una bella villa signorile a Montemagno sopra Camaiore,
in Versilia.
Passo la mattina sulla spiaggia con la mia fidanzata (oggi mia moglie)
mentre in macchina mi attendeva un vestito da bravo ragazzo, uno di quelli che ti metti se devi
andare a incontrare Gaber.
Appena il tempo di un panino ed eccomi in macchina, infilato nel
trepidante abito, mentre mi dirigo verso la casa di Gaber. Lascio la
macchina al margine del cancello di ingresso e mi viene a prendere
Gianfranco (suo collaboratore da sempre col quale avevo solo parlato
per telefono durante il periodo del provino musicale), mi fa accomodare
su una panca sotto un gazebo al di fuori della casa.
Spesso penso che nulla di quell'incontro fu casuale. Almeno da parte
sua.
C'era questa atmosfera da incontro importante, dove tu sbirci
distrattamente all'interno della casa per cogliere qualcosa, un segno,
un pezzo d'arredo, un vaso o un tappeto, e cerchi di indovinare da
quale parte arriverà; e come sarà vestito. Quell'atmosfera dove la
persona illustre si fa attendere quel tempo esatto che solo le persone
illustri o gli innamorati conoscono. Ne' tanto ne' poco. Solo se ci
azzecchi puoi arrogarti il diritto di essere considerato illustre. O
innamorato.
Gaber lo era e azzecco' in pieno quel tempo.
Entra nell'esterno della casa
(perche' di un ingresso vero e proprio si tratto') con fare risoluto e
con quella voce profonda così perfettamente compromessa dal fumo
scandendo le parole sulla base del suo claudicare mi apostrofa: "Tu sei
Mirko. Ciao sono Giorgio. Ti ho fatto venire perche' partire per una
tournee e' un po' come lasciare la propria casa per un lungo e faticoso
viaggio (Gaber faceva tournee con una media di 120 concerti a stagione)
e mi piace sapere prima con chi affrontero' questo viaggio. Sai, quando
si vive a stretto contatto, dividendo lo stesso tavolo a cena, lo
stesso albergo e lo stesso palco devi essere estremamente sicuro di chi
ti porti appresso. Non puoi sbagliare. Avere nel gruppo un elemento che
non si inserisce o che crea tensioni e' un rischio che non posso
correre".
Rimango di sasso. Mi sembra che abbia parlato senza neanche prendere
fiato. Dopo una breve pausa il tono si fa piu' morbido meno risoluto,
addirittura respira! Pensa e si sofferma, domanda e ascolta le
risposte. Forse quel piccolo monologo iniziale se l'era anche preparato
chissà...
Dopo questa chiacchierata dove gli racconto chi sono e cosa faccio e'
lui che mi racconta la sua storia, i suoi trascorsi, il suo percorso di
studi. La sua passione infinita per il jazz "che pero' ai miei tempi
gli americani ci facevano un mazzo così, e noi allora ci
buttammo a imitare i cantautori francesi, piu' vicini al nostro mondo
espressivo. Così ho iniziato a scrivere canzoni. Perche' gli
americani suonavano il jazz troppo bene...".
Gli chiedo se ancora oggi pensa così e lui garbatamente risponde
che oggi i giovani hanno piu' possibilità di studiare, "esistono
moltissime scuole dove si insegna jazz; e ci sono tantissimi bravi
musicisti anche in italia da cui poter andare a prendere lezioni. Ai
miei tempi arrivava un disco al mese e lo potevi solo imparare a
memoria e cercare di rifare, ma nessuno ti spiegava cosa succedeva e
come si faceva a suonare così".
Poi mi descrive brevemente gli altri elementi che formavano la
compagnia: i musicisti, il suo tecnico folle, e la ragazza che si
occupava dell'organizzazione e dei camerini, che ogni tanto lo rimetteva in vita con dei buoni
massaggi alla schiena. "Sai e' una nipote di Benedetti Michelangeli -
il pianista - e allora penso che se mi massaggia lei un po' della
capacità del nonno magari me le trasferisce...".
Dopo una breve pausa di riflessione inizio' la pratica del mio congedo,
rientrando nei panni dell'uomo illustre,
e con fare di chi non puo' prolungare oltre la chiacchierata mi saluta
dicendo che ci saremo visti presto.
In seguito piu' volte mi e' capitato di vederlo entrare e uscire dal suo personaggio
anche in situazioni di estrema confidenza. Passava da un tono gioviale
al tono risoluto senza nessun preavviso. Ma sempre ad una condizione
per lui fondamentale: il rispetto per l'altro. Anche quando sembrava
calarsi nella parte del distaccato
personaggio famoso, che non sai mai cosa pensa potevi sentire
esattamente che nel suo atteggiamento non c'era traccia di rancore,
invidia o chissà cos'altro.
Mi viene sempre da dire come un uomo
d'altri tempi. Del resto chi e' che nel duemila se e' seduto a
un tavolo e si avvicina una ragazza o una donna si alza in piedi in
segno di rispetto?
Gliel'ho visto fare mille volte.
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