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Appunti tratti da un corso tenuto da Pardo Fornaciari sul
canto degli ebrei sefarditi di Livorno
30.05.2002
Il mio intendimento, un po' presuntuoso, è che l'incontro di
stasera risulti qualcosa di diverso da quanto abitualmente
offrano i corsi di questo tipo. Mi piacerebbe che dalle mie proposte
si concretizzasse una risposta ad un'esigenza che c'è
già:
quella di un'etnografia di urgenza sul territorio livornese.
Bisogna riuscire a fissare determinate musiche, determinate canzoni in
modo definitivo, prima che definitivamente scompaiano
con gli ultimi testimoni.
Oggi vi presenterò poche isolati esempi di espressione
popolari e\o popolaresche della creatività poetico musicale
bagitta. Si tratta infatti di momenti canori raccolti qua e là,
da anziane signore dalla memoria talvolta poco fresca, talvolta
oscurata da un senso di immotivato ritegno; o captate casualmente
per la strada, con l'ausilio di un provvidenziale registratore
portatile,
che supplisce validamente alla mia debole competenza nell'uso della
scrittura musicale.
Direi che un quadro, anzi un abbozzo di riferimento storico-teorico
merita di essere avanzato, prima di continuare.
Il canto popolare in sé e per sé, quello insomma
scritto, o meglio composto dal popolo per sé
stesso, è qualcosa di quasi inesistente.
Di solito i canti che riconosciamo come popolari sono sì scritti
per il popolo, ma non dal popolo, sibbene da cantori
dotti, che si elevano di almeno un gradino al di sopra della massa
degli ignoranti, degli analfabeti abbrutiti da un lavoro da schiavi.
Neanche i canti di lavoro sfuggono a questa realtà generale.
Altri poi sono testi canori, in genere musicali, che il popolo adotta e
magari rielabora, ma che all'origine non sono
scritti né da lui né per lui. Anzi quasi sempre sono
composti per un'esigenza estetico-artistica, e quindi per fini diversi
da quelli di sostegno ad un'attività ludica o lavorativa,
o di celebrazione di liturgie sociali. Di solito, il livello più
alto che la creatività autonoma popolare riesce ad attingere
è quello della tiritera, della filastrocca, che si raggiunge
talvolta esempi di grande dignità e di interesse
etnografico rilevante, soprattutto quando è riferita a fatti
che ho chiamato di liturgia sociale, che segnalano la rilevanza
sociale di avvenimenti storici della vita di ciascuno, (nel nostro
caso, quello della vita ebraica, il bar mizvah, o prima ancora la
circoncisione) o che scandiscono la sacralità della vita,
come la nascita e la morte.
Qui voglio entrare di più in tema, con alcune osservazioni.
Mentre nell'ebraismo il maschio è l'unico detentore possibile
della sacralità dell'intermediazione con il Signore - non
si danno rabbini femmine, insomma, salvo nell'eterodossia statunitense
- alla donna è riservata la conservazione della sacralità
della vita sociale ebraica.
E' difficile seguire tale modello di divisione dei ruoli, poco
pensabile da parte della cultura occidentale di matrice greco-romana,
con i sostanziosi portati delle culture celtiche
germaniche e slave, tutte indoeuropee. Ma alla donna nell'ambito
della famiglia spetta nella cultura ebraica un ruolo di conservatrice,
nel senso proprio di colei che preserva il rispetto delle tradizioni
e della coesione interna del gruppo (lo tiqqah isa bebbenot hakenàan
dice Rebecca a Giacobbe). La donna è colei che trasmette prima
di tutto col proprio latte il senso stesso
della cultura del popolo di Israele, che si sostanzia poi della
comunicazione verbale rafforzata dal canto.
In questo appaiono - in modo costante ma sempre meno, va confessato -
nelle varie isole di popolamento ebraiche del bacino
del Mediterraneo, quello di cultura più autenticamente
sefardita, appaiono dunque fenomeni culturali potenti, come quello
delle comadri, che estendono il loro ruolo dal momento del travaglio,
al parto, a quello della circoncisione: e tutto scandito da cantari.
In un certo senso anzi se la liturgia sacra, religiosa, cantata
è un fatto maschile, che si estrinseca periodicamente
in sinagoga, la sacralità della vita quotidiana è
scandita quotidianamente dal canto femminile.
Del resto, tutta la tradizione canora sefardita non liturgica
è pubblicata, oggi, da donne: Flory Yagoda, da Serajevo a
New York, le donne della famiglia Bibas (marocchine emigrate a Parigi),
a Istanbul Sara Yanarochak, in Italia Liliana Treves Alcalay...
Coplas de novia (della sposa), coplas de parida (strofe della
partoriente), ed altri momenti della vita di una donna si
alternano alle coplas de bar mizwah, o bat mizwah, al femminile,
e al nucleo più sostanzioso di testimonianze musicali laiche,
le coplas de Purim, tra l'altro le uniche che mi è stato
dato di recuperare, qui a Livorno.
Il Purim è il carnevale ebraico, in cui si celebra la
vittoria della regina Ester, la moglie di Ahasvero
(Assuero) su Aman; periodo di gioia e di doni per i bimbi (in genere,
dolci), detto anche Carnevale.
Ma riprendiamo il discorso. Io intendo escludere da questa
chiacchierata tutto ciò che si canta tuttora in sinagoga,
ossia tutta la musica liturgica: vorrei presentare infatti la musica,
anzi il canto profano. Comunque prima di resuscitare qualche canto
che dovrebbe essere cantato da una voce di donna, due parole per
inquadrare il bagitto.
Bagitto - è una deformazione della parola "bajito", diminutivo
dal castigliano tardomedievale bajo, basso, ma anche
"che sta sotto", col valore dunque di "cosa da poco, che è
inferiore ad un'altra". Sappiamo che la jota in castigliano all'epoca
della cacciata non era pronunziata alla maniera odierna, come una
gutturale aspirata, ma come una palatale fricativa: hijo (figlio)
insomma si pronunciava higio; e bajo, basso, bagio. Il termine bagitto
in questo senso risulta essere quindi una sopravvivenza
linguistica, testimonianza della pronunzia arcaica della jota nel
vetero castigliano.
Il bagitto era composto di varie caratteristiche convergenti:
fonologiche, lessicali, grammaticali. La sua speciale cantilena,
l'accento tipico degli ebrei livornesi, era ricca di
nasalizzazioni.
Le consonanti doppie venivano scempiate, e talvolta viceversa; la p
esplosiva si mutava in p aspirata; la b labiodentale si
scambiava con la v.
Erano poi tipici alcuni processi di italianizzazione di parole
ebraiche: aklare (mangiare, da akhal), inzekkenire (da
zaken, vecchio); a volte termini ebraici prima di essere flessi
all'italiana subivano un passaggio attraverso le lingue iberiche:
gannaveare (rubare, da ganav, ladro, giunge all'italiano attraverso
il castigliano ganavea; per estensione si ha ganavessa, ladra);
più interessante ancora dall'unione dell'articolo portoghese
lis con la parola ebraica màot (denari) deriva un bizzarro
smengói grazie alla particolare pronunzia della lettera
'ain, nasale gutturale... (continua)
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