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EnricoCaroti Ghelli

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28.02.2002

Le Multinazionali

Spesso mi sento dire che non ha senso criticare le multinazionali. Aziende di cui non conosciamo il reale funzionamento economico e che in fondo danno lavoro a milioni di persone.
Ovviamente noi utenti medi non conosciamo il panorama del mercato globale in maniera approfondita. Ma questo non inficia il nostro diritto a parlarne a parlarne (sia bene che male). Altrimenti cade anche un tassello fondamentale della democrazia, perchè non potremmo votare chi non conosciamo. Tu conosci il candidato che hai votato per rappresentarti? Dico, sai cosa pensa realmente? Ormai la nostra capacità critica è costretta a discettare di argomenti di cui non possiede gli strumenti cognitivi.
Ma se affermiamo la validità del voto elettivo non possiamo rifiutare un parere espresso su una multinazionale ...
A parte questo problema di logica il vero problema è la distruzione del ceto medio nelle civiltà occidentali. La diffusione delle multinazionali è vero che incrementa il numero di posti di lavoro ma bisogna valutare la qualità di questi.
Siamo schiavi dei sondaggi e questo ci appanna la visione.
Per non dare l'idea che io stia parlando di cose che non conosco farò riferimento ad un settore di mia competenza, quello farmaceutico.
Prima degli ultimi anni vigeva una legge che esprimeva il concetto di "un farmacista una farmacia" questo per far sì che una componente importante della distribuzione del farmaco alla popolazione non cadesse in mano a poteri economici forti che tramutassero la vendita del medicinale in un bene di consumo, e anche per frammentare il fronte economico al fine di una più forte capacità di pressione dell'ente statale.
Penso sia chiaro a tutti che per tutelare la salute di un popolo la dispensazione del farmaco debba essere controllata. Nel momento in cui il farmaco dovesse passare alla grande distribuzione nutro forti dubbi circa la persistenza di un'etica professionale a discapito dell'attivo di bilancio. Per tutelare un'indipendenza di giudizio nella dispensazione del farmaco alle farmacie veniva garantito un bacino di utenza minimo che permettesse una diffusione capillare sul territorio e nel frattempo garantisse un reddito all'attività tale da permettere .
Nell'ultimo anno la situazione è cambiata, i comuni, che hanno sempre avuto la gestione diretta delle farmacie comunali, stanno dismettendo le stesse (per i comuni le farmacie erano un passivo, questo la dice lunga sulla capacità amministrativa dei comuni) e hanno deciso di convertirle prima in s.p.a. a maggioranza comunale, quindi di vendere la propria quota azionaria.
Il problema è che invece di preferire la vendita ai singoli direttori di farmacie i comuni stanno preferendo al vendita a grossi gruppi con il risultato che la gestione di un numero rilevante di farmacie (a Milano sono circa 50) sta passando a un gruppo tedesco, la Gehe (tanto per fare nomi, altrimenti mi tacciano di parlare a vanvera). Il risultato è quindi che i singoli farmacisti si trovano ora con un vicino ingombrante che può vantare una catena di farmacie dalla sicilia al veneto, quindi con quote di mercato sproporzionate. Senza contare i pericoli per la salute pubblica (che sono relativi a questo singolo mercato e non traslabili ad altri) ci sono sì nuovi posti di lavoro (che in realtà erano preesistenti) ma la cosa inquietante è il cambiamento di tipologia di lavoro. Si passa dal lavoro indipendente a quello dipendente. E, se mi permettete, a me sembra un peggioramento notevole. Una cosa è lavorare in un contesto creato da te, altra essere dipendente di una multinazionale.
Voi scambiereste il lavoro in una bottega artigiana con quello di commesso all'ipercoop? Io personalmente no.

Il problema è anche questo che le multinazionali creano lavoro ma è un lavoro in cui sei privato di capacità decisionali reali.
Quando si parla di "modello del nord-est" si parla di quell'eccezione italiana che consiste in quel benessere diffuso dovuto alla proliferazione di piccole ditte che riescono in un modo o nell'altro a scavarsi una nicchia generando una ricchezza generalizzata che il mondo ci invidia. E' bene quindi imparare a non ragionare solo in termini di "posti di lavoro" ma di qualità degli stessi.
Quando apre un'ipermercato e i politici si fanno belli parlando di creazione di posti di lavoro pochi si chiedono quanti piccoli negozietti hanno dovuto chiudere. Quanti ex proprietari hanno dovuto spengere le insegne e chiedere lavoro come commessi? Voi preferite, arrivando in una città mai visitata, passeggiare tra i negozi delle vie del centro o chiudervi in uno di quei capannoni colorati? Eppure oggi c'è gente che si trova per fare le vasche all'ipercoop. Io lo trovo allucinante.

Vi siete mai chiesti chi davvero ci guadagna in questa trasformazione?
Non i lavoratori, costretti a inserirsi in macchine aziendali in cui sono solo un numero.
Non gli utenti, che dietro allo specchietto per le allodole del risparmio si trovano poi a costretti ad uniformarsi ai gusti della massa, perchè è solo la massa che conta per una multinazionale. Non provare ad aver bisogno di qualcosa di leggermente diverso perchè sei fregato.
Piccolo esempio: ho dovuto penare un'estate per trovare un grandangolo per la mia telecamera. Tutti i negozi avevano telecamere di tutti i prezzi, ma nessun accessorio. Questo perchè l'utente medio non ha bisogno degli accessori (utilizzando generalmente 1/10 delle prerogative di una macchina, ulteriore prova che di solito compriamo cose di cui non abbiamo bisogno) quindi che senso ha tenere in magazzino degli invenduti sicuri?

E cosi' per tutto il resto: provate a volere un vestito che non è di moda (a meno che non diventi moda il non essere di moda ...), un tè non troppo famoso, a votare una persona intelligente.

Enrico Caroti Ghelli

 

31.01.2002

Riflessioni su una giornalista e i suoi scritti

Non mi vergogno a dire che mi sono commosso fino alle lacrime leggendo il famoso articolo della Fallaci scritto all'indomani dell'11 settembre. Non mi succede spesso. Direi raramente.
Eppure non è possibile rimanere indifferenti ad una simile arringa.
Io non amo la Fallaci, trovo che come scrittrice sia eccessivamente laconica, non condivido nemmeno tutto quello che ha scritto. Ma è il tono generale che commuove, l'accorata difesa di tutto ciò che siamo. Allora mi torna a mente la rabbia che ho provato nel vedere Roma sfregiata dalle scritte e dai vandali, una città ormai inguardabile, e il dolore che provo nel vedere un ragazzino scribacchiare sul duomo di Pisa.
Certo si potrà pensare che io sia poco coerente ad intonare peana per un articolo di strenua difesa americana. Non è così. Sono ancora più convinto delle cose che ho scritto precedentemente. Perchè l'unica sopravvivenza è nella cultura.
Il problema è che oggi questo non è più un valore; e, obiettivamente, in alcuni paesi non lo è mai stato.
Non è nell'odio per l'altro che troviamo soluzione. Qui sta l'errore della Fallaci, nel pensare di contrastare il nemico con le sue stesse armi. Dall'odio nasce odio. Perchè un fanatico musulmano dovrebbe abiurare se noi ci comportassimo esattamente come lui?
Ma quello che mi trovo a sottoscrivere in pieno è la difesa della nostra civiltà, non in quanto superiore ma in quanto nostra. La convinzione di essere il proseguio di una grande tradizione non deve mai mancare. Le nostre città, i nostri libri lo testimoniano. Rispetto dell'altro, ma mai e poi MAI reverenza.
Mi viene da pensare a tutti quei falsi musicisti che scimmiottano le musiche etniche, senza pensare che suonare tre accordi senza approfondire è una mancanza di rispetto per la musica stessa, per il popolo che l'ha pensata, sentita, vissuta e poi fatta tracimare dal proprio spirito.
L'esterofilia di noi italiani è un tumore maligno. Mia moglie mi prende in giro quando preferisco i prodotti nostrani, ma per me è un modo di segnalare un'appartenenza. La Fallaci ha ragione in pieno quando critica la sinistra storica che ha abbandonato il tricolore, lasciandolo patrimonio della destra. Ormai sventolare una bandiera sembra sinonimo di fascista. Non è retorica, non lo dovrebbe essere. Non abbiamo nulla da invidiare a nessun'altro paese del mondo. Perchè allora questa voglia di auto-svalutazione, quelle risate becere che sfigurano i nostri visi quando sentiamo in tv qualche starlette idiota storpiare la nostra lingua. Abbandonare la lingua è abbandonare se stessi. Noi siamo quello che diciamo. La sintassi modifica il nostro pensiero. L'abbandono del congiuntivo ha (guarda caso!) coinciso con l'incapacità dei ragazzi di pensare al futuro. Dove è situato il futuro se esiste solo il presente? Non ha senso dire "se io vado", se vai allora stai andando. E' sicuro. "se io andassi" è diverso. Presuppone un dubbio, un'incertezza. E nell'incertezza maturiamo il rispetto dell'altro, del pensiero diverso. Altrimenti il futuro diventa qualcosa di già scritto, se poi le cose non dovessero andare come ho detto (e quindi pensato) allora inizierebbero i guai. E le paure. Avete idea di quanti ragazzi vanno in farmacia a chiedere antidepressivi? Il futuro non è certo, pensare che lo sia è una menzogna.
Solo sapendo chi siamo, consapevoli della nostra storia possiamo trovare il nostro posto nel mondo e relazionarci alle altre culture senza umiliarci ne' prevaricare.
Il fatto che in Italia non si riesca ad andare oltre alle evidenze è un problema culturale!
Ma non è certo colpa delle persone, è colpa di chi ci governa.
Il vero problema è lo scadimento della nostra classe politica. Che ormai è diventata un ricettacolo di ladri, furbi, arrampicatori e chi più ne ha più ne metta.
E come tutte le caste chiuse accetta al suo interno solo i propri simili, con il risultato che risulta impossibile una rigenerazione.
Ma vi rendete conto che oggi siamo costretti a scegliere tra una destra che si sciacqua la bocca a forza di slogan (internet, impresa, inglese! come se internet potesse essere considerata una materia di studio ... invece che una mera successione di tasti, e in pieno recupero delle culture noi dovremmo abdicare alla nostra in nome dell'inglese? Ma andate tutti a @#?^§§!!!) e una sinistra erede diretta del movimento che pretese il sei politico. Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi: una classe di cinquantenni semi analfabeti che non sanno bene cosa fare e cosa pensare non avendo gli strumenti per farlo. Una sistema politico che ha distribuito cattedre con sistemi clientelari con il risultato che oggi abbiamo una marea di insegnanti senza alcuna capacità ma con in mano il futuro della nazione.
L'unione della scarsa cultura con le leggi di mercato è poi stata fatale. Una democrazia può funzionare solo se è formata da cittadini, non da sudditi. E un cittadino si differenzia dal suddito per la sua capacità critica. Quando questa viene annullata la democrazia salta, resta solo l'impalcatura ma di fatto la sua validità è annullata. Ci troviamo di fatto in una oligarchia, dove chi ha più potere di convinzione governa. Il mercato per sua natura insegue la maggioranza, se la maggioranza non sa scegliere (perchè nessuno gli ha mai insegnato a scegliere) il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi: una corsa disperata al peggio, dove il mercato cerca di anticipare i gusti degli acquirenti, cercando il consenso, i gusti più comuni sono quelli istintuali e così via.

Enrico Caroti Ghelli

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