|
Home
Arte e artigianato
Musica
Pubblicazioni
Teatro
Teatro di strada
Musei
La cultura del
cibo
Cinema e cortometraggi
Scuole
Associati
Archivio
Calendario
Links
|
|
28.02.2002
Le Multinazionali
Spesso mi sento dire che non ha senso criticare
le multinazionali. Aziende di cui non conosciamo il reale funzionamento
economico e che in fondo danno lavoro a milioni di persone.
Ovviamente noi utenti medi non conosciamo il panorama del
mercato globale in maniera approfondita. Ma questo non inficia
il nostro diritto a parlarne a parlarne (sia bene che male). Altrimenti
cade anche un tassello fondamentale della democrazia, perchè
non potremmo votare chi non conosciamo. Tu conosci il candidato
che hai votato per rappresentarti? Dico, sai cosa pensa realmente?
Ormai la nostra capacità critica è costretta a
discettare di argomenti di cui non possiede gli strumenti
cognitivi.
Ma se affermiamo la validità del voto elettivo non
possiamo rifiutare un parere espresso su una multinazionale
...
A parte questo problema di logica il vero problema è
la distruzione del ceto medio nelle civiltà occidentali.
La diffusione delle multinazionali è vero che incrementa
il numero di posti di lavoro ma bisogna valutare la qualità
di questi.
Siamo schiavi dei sondaggi e questo ci appanna la visione.
Per non dare l'idea che io stia parlando di cose che non
conosco farò riferimento ad un settore di mia competenza,
quello farmaceutico.
Prima degli ultimi anni vigeva una legge che esprimeva il
concetto di "un farmacista una farmacia" questo per far sì
che una componente importante della distribuzione del farmaco alla
popolazione non cadesse in mano a poteri economici forti che tramutassero
la vendita del medicinale in un bene di consumo, e anche per frammentare
il fronte economico al fine di una più forte capacità
di pressione dell'ente statale.
Penso sia chiaro a tutti che per tutelare la salute di un
popolo la dispensazione del farmaco debba essere controllata.
Nel momento in cui il farmaco dovesse passare alla grande distribuzione
nutro forti dubbi circa la persistenza di un'etica professionale
a discapito dell'attivo di bilancio. Per tutelare un'indipendenza
di giudizio nella dispensazione del farmaco alle farmacie
veniva garantito un bacino di utenza minimo che permettesse una
diffusione capillare sul territorio e nel frattempo garantisse un
reddito all'attività tale da permettere .
Nell'ultimo anno la situazione è cambiata, i comuni,
che hanno sempre avuto la gestione diretta delle farmacie
comunali, stanno dismettendo le stesse (per i comuni le farmacie
erano un passivo, questo la dice lunga sulla capacità amministrativa
dei comuni) e hanno deciso di convertirle prima in s.p.a. a maggioranza
comunale, quindi di vendere la propria quota azionaria.
Il problema è che invece di preferire la vendita ai
singoli direttori di farmacie i comuni stanno preferendo al
vendita a grossi gruppi con il risultato che la gestione di un
numero rilevante di farmacie (a Milano sono circa 50) sta passando
a un gruppo tedesco, la Gehe (tanto per fare nomi, altrimenti mi
tacciano di parlare a vanvera). Il risultato è quindi che
i singoli farmacisti si trovano ora con un vicino ingombrante che
può vantare una catena di farmacie dalla sicilia al veneto,
quindi con quote di mercato sproporzionate. Senza contare i pericoli
per la salute pubblica (che sono relativi a questo singolo mercato
e non traslabili ad altri) ci sono sì nuovi posti di
lavoro (che in realtà erano preesistenti) ma la cosa
inquietante è il cambiamento di tipologia di lavoro. Si
passa dal lavoro indipendente a quello dipendente. E, se mi permettete,
a me sembra un peggioramento notevole. Una cosa è lavorare
in un contesto creato da te, altra essere dipendente di una multinazionale.
Voi scambiereste il lavoro in una bottega artigiana con
quello di commesso all'ipercoop? Io personalmente no.
Il problema è anche questo che le multinazionali
creano lavoro ma è un lavoro in cui sei privato di capacità
decisionali reali.
Quando si parla di "modello del nord-est" si parla di
quell'eccezione italiana che consiste in quel benessere diffuso
dovuto alla proliferazione di piccole ditte che riescono in un modo
o nell'altro a scavarsi una nicchia generando una ricchezza generalizzata
che il mondo ci invidia. E' bene quindi imparare a non ragionare
solo in termini di "posti di lavoro" ma di qualità degli
stessi.
Quando apre un'ipermercato e i politici si fanno belli
parlando di creazione di posti di lavoro pochi si chiedono quanti
piccoli negozietti hanno dovuto chiudere. Quanti ex proprietari
hanno dovuto spengere le insegne e chiedere lavoro come commessi?
Voi preferite, arrivando in una città mai visitata, passeggiare
tra i negozi delle vie del centro o chiudervi in uno di quei capannoni
colorati? Eppure oggi c'è gente che si trova per fare
le vasche all'ipercoop. Io lo trovo allucinante.
Vi siete mai chiesti chi davvero ci guadagna
in questa trasformazione?
Non i lavoratori, costretti a inserirsi in macchine aziendali
in cui sono solo un numero.
Non gli utenti, che dietro allo specchietto per le allodole
del risparmio si trovano poi a costretti ad uniformarsi ai
gusti della massa, perchè è solo la massa che conta
per una multinazionale. Non provare ad aver bisogno di qualcosa
di leggermente diverso perchè sei fregato.
Piccolo esempio: ho dovuto penare un'estate per trovare un
grandangolo per la mia telecamera. Tutti i negozi avevano telecamere
di tutti i prezzi, ma nessun accessorio. Questo perchè l'utente
medio non ha bisogno degli accessori (utilizzando generalmente 1/10
delle prerogative di una macchina, ulteriore prova che di solito
compriamo cose di cui non abbiamo bisogno) quindi che senso ha tenere
in magazzino degli invenduti sicuri?
E cosi' per tutto il resto: provate a volere un vestito
che non è di moda (a meno che non diventi moda il non essere
di moda ...), un tè non troppo famoso, a votare una persona intelligente.
Enrico Caroti Ghelli
31.01.2002
Riflessioni su una giornalista e i suoi
scritti
Non mi vergogno a dire che mi sono commosso
fino alle lacrime leggendo il famoso articolo della Fallaci
scritto all'indomani dell'11 settembre. Non mi succede spesso. Direi
raramente.
Eppure non è possibile rimanere indifferenti ad una
simile arringa.
Io non amo la Fallaci, trovo che come scrittrice sia eccessivamente
laconica, non condivido nemmeno tutto quello che ha scritto. Ma
è il tono generale che commuove, l'accorata difesa di tutto
ciò che siamo. Allora mi torna a mente la rabbia che ho provato
nel vedere Roma sfregiata dalle scritte e dai vandali, una città
ormai inguardabile, e il dolore che provo nel vedere un ragazzino
scribacchiare sul duomo di Pisa.
Certo si potrà pensare che io sia poco coerente ad intonare
peana per un articolo di strenua difesa americana. Non è
così. Sono ancora più convinto delle cose che ho scritto
precedentemente. Perchè l'unica sopravvivenza è
nella cultura.
Il problema è che oggi questo non è più
un valore; e, obiettivamente, in alcuni paesi non lo è
mai stato.
Non è nell'odio per l'altro che troviamo soluzione.
Qui sta l'errore della Fallaci, nel pensare di contrastare
il nemico con le sue stesse armi. Dall'odio nasce odio. Perchè
un fanatico musulmano dovrebbe abiurare se noi ci comportassimo
esattamente come lui?
Ma quello che mi trovo a sottoscrivere in pieno è la
difesa della nostra civiltà, non in quanto superiore
ma in quanto nostra. La convinzione di essere il proseguio di
una grande tradizione non deve mai mancare. Le nostre città,
i nostri libri lo testimoniano. Rispetto dell'altro, ma mai e poi
MAI reverenza.
Mi viene da pensare a tutti quei falsi musicisti che scimmiottano
le musiche etniche, senza pensare che suonare tre accordi senza
approfondire è una mancanza di rispetto per la musica stessa,
per il popolo che l'ha pensata, sentita, vissuta e poi fatta tracimare
dal proprio spirito.
L'esterofilia di noi italiani è un tumore maligno.
Mia moglie mi prende in giro quando preferisco i prodotti nostrani,
ma per me è un modo di segnalare un'appartenenza. La Fallaci
ha ragione in pieno quando critica la sinistra storica che ha abbandonato
il tricolore, lasciandolo patrimonio della destra. Ormai sventolare
una bandiera sembra sinonimo di fascista. Non è retorica,
non lo dovrebbe essere. Non abbiamo nulla da invidiare a
nessun'altro paese del mondo. Perchè allora questa voglia
di auto-svalutazione, quelle risate becere che sfigurano i nostri
visi quando sentiamo in tv qualche starlette idiota storpiare la
nostra lingua. Abbandonare la lingua è abbandonare se stessi.
Noi siamo quello che diciamo. La sintassi modifica il nostro pensiero.
L'abbandono del congiuntivo ha (guarda caso!) coinciso con
l'incapacità dei ragazzi di pensare al futuro. Dove è
situato il futuro se esiste solo il presente? Non ha senso dire
"se io vado", se vai allora stai andando. E' sicuro. "se io andassi"
è diverso. Presuppone un dubbio, un'incertezza. E nell'incertezza
maturiamo il rispetto dell'altro, del pensiero diverso. Altrimenti
il futuro diventa qualcosa di già scritto, se poi le
cose non dovessero andare come ho detto (e quindi pensato)
allora inizierebbero i guai. E le paure. Avete idea di quanti ragazzi
vanno in farmacia a chiedere antidepressivi? Il futuro non è
certo, pensare che lo sia è una menzogna.
Solo sapendo chi siamo, consapevoli della nostra storia
possiamo trovare il nostro posto nel mondo e relazionarci alle
altre culture senza umiliarci ne' prevaricare.
Il fatto che in Italia non si riesca ad andare oltre alle
evidenze è un problema culturale!
Ma non è certo colpa delle persone, è colpa di
chi ci governa.
Il vero problema è lo scadimento della nostra classe
politica. Che ormai è diventata un ricettacolo di ladri,
furbi, arrampicatori e chi più ne ha più ne metta.
E come tutte le caste chiuse accetta al suo interno solo i
propri simili, con il risultato che risulta impossibile una
rigenerazione.
Ma vi rendete conto che oggi siamo costretti a scegliere tra
una destra che si sciacqua la bocca a forza di slogan (internet,
impresa, inglese! come se internet potesse essere considerata una
materia di studio ... invece che una mera successione di tasti,
e in pieno recupero delle culture noi dovremmo abdicare alla nostra
in nome dell'inglese? Ma andate tutti a @#?^§§!!!) e una
sinistra erede diretta del movimento che pretese il sei politico.
Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi: una classe di
cinquantenni semi analfabeti che non sanno bene cosa fare e
cosa pensare non avendo gli strumenti per farlo. Una sistema
politico che ha distribuito cattedre con sistemi clientelari con
il risultato che oggi abbiamo una marea di insegnanti senza alcuna
capacità ma con in mano il futuro della nazione.
L'unione della scarsa cultura con le leggi di mercato
è poi stata fatale. Una democrazia può funzionare
solo se è formata da cittadini, non da sudditi. E un cittadino
si differenzia dal suddito per la sua capacità critica. Quando
questa viene annullata la democrazia salta, resta solo l'impalcatura
ma di fatto la sua validità è annullata. Ci troviamo
di fatto in una oligarchia, dove chi ha più potere di
convinzione governa. Il mercato per sua natura insegue la
maggioranza, se la maggioranza non sa scegliere (perchè nessuno
gli ha mai insegnato a scegliere) il risultato è quello che
abbiamo davanti agli occhi: una corsa disperata al peggio, dove
il mercato cerca di anticipare i gusti degli acquirenti, cercando
il consenso, i gusti più comuni sono quelli istintuali e
così via.
Enrico
Caroti Ghelli
i commenti
dei mesi precedenti
|