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DIARIO DI UN MISCREDENTE

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10-12-2003
Gran cosa il teatro, uno dei pochi mezzi in grado di farci ricordare, immaginare, ridere, di farci ripensare la nostra vita e la nostra esistenza, di farci piangere.
E se non e' la vita, il teatro, che cos'e'?
Lisetta LuchiniIl debutto di ...e prima San Frediano gl'era un fiore, il nuovo recital di Lisetta Luchini (foto), tutto dedicato alla Firenze popolare e popolana, quando le persone si conoscevano tutte, quando c'era abbastanza silenzio da poter sentir cantare l'ortolano al mercato, e' stato un successo doppio.
Doppio prima di tutto per l'affluenza di pubblico, con due esauriti al Teatro Le Laudi di Firenze; e doppio per la conferma (o scoperta per molti) di un'artista che dagli stornelli ha saputo arrivare a Dante per la strada piu' ovvia, anche se impervia, semplicemente passando per due giganti come Odoardo Spadaro e Alfredo Bianchini, e nello stesso tempo operando una ricerca accurata e ispirata nel panorama degli autori piu' o meno noti della Firenze a cavallo tra ottocento e novecento.
La scelta dei testi, questa volta con l'aiuto di Francesco Tei, i musicisti di ottima stoffa,
Mauro Volpini alla fisarmonica e Francesco Calvino al mandolino, e la spontaneità con la quale Lisetta ha catturato il pubblico, hanno fatto il resto, regalandoci uno spettacolo ricco di simpatia, ma allo stesso tempo in grado di farci ripensare la nostra esistenza.
Il materiale usato da Lisetta, in fondo, non sono altro che canzonette, direbbe qualcuno, burle, modi di dire, battute, ma e' proprio questo materiale che offre uno spaccato di esistenza vissuta, uno squarcio di luce nel buio degli anni trascorsi, una luce accesa sulla nostra cultura popolare, ormai scomparsa.
Eppure di musica e di cultura popolare siamo quotidianamente invasi.
Perche' allora non la sentiamo, non ci dà le stesse sensazioni che Lisetta invece ha saputo comunicarci?
Semplice: perche' non e' la nostra cultura. E' la cultura africana (che agli africani non ha reso un centesimo) filtrata dagli anglosassoni e impostaci come bene di consumo americano, come la Coca Cola o gli hamburger. E che purtroppo ha catturato i ricordi di milioni di noi che da vecchi ricorderanno di aver conosciuto la donna della loro vita tra una schitarrata idiota di rock Heavy Metal e una manichea  partitina alla Play Station, derubati delle proprie radici culturali.
Oggi non possediamo piu' un passato nostro. Abbiamo un passato pubblicizzato e comprato; abbiamo pagato qualcuno perche' ci fornisse un passato e questo qualcuno ci ha fatto i soldi. Una condizione della quale non distinguiamo ne' contorni ne' prospettive; e che difficilmente potrà essere cambiata.
Non solo i toscani come Lisetta Luchini avrebbero apprezzato lo spettacolo.
Le situazioni, i sentimenti, i momenti e gli animi raccontati e cantati sono stati, in un certo periodo, sicuramente comuni a tutta l'Italia popolare e dunque lo spettacolo e' apprezzabile senza dubbio a Venezia, come a Torino, Roma o Palermo.
Ma cio che avvilisce di piu' e' forse il fatto che un recital del genere rimanga del tutto incomprensibile e noioso a un pubblico inferiore ai 25-30 anni, che di fronte a una chitarra e a una cantante verace come Lisetta, autentico animale da palcoscenico, non ne avrebbero saputo cogliere il senso ironico e soprattutto esistenziale, nel quale affiora la malinconia di un passato inestimabilmente perso.
Grande spettacolo, dunque, (certo con qualche difettuccio di gioventu' che sparirà col tempo) il cui merito va tutto agli autori, ai musicisti e a Lisetta, una Milly del Terzo Millennio, con la sua semplicità di ragazza campigiana (di Campi Bisenzio paese attaccato a Firenze), perfettamente dentro alle cose che porta in palcoscenico, mai oltre le sue capacità, discreta, quasi confidenziale eppure scoppiettante e piena di vita.

altre foto dello spettacolo sono nella galleria fotografica


30-11-2003
la Tratta degli SchiaviImmaginatevi un paese del Terzo Mondo; uno dei piu' grandi e piu' ricchi del Sud America e, naturalmente, uno dei piu' sfruttati e maltrattati da noi europei (rinomati portatori di democrazia per mezzo della guerra) già con la Tratta degli Schiavi, iniziata quando gli europei, per sfruttare a fondo le risorse del Nuovo Mondo, si accorsero che i neri africani erano piu' volenterosi e remissivi degli indios; cio' accadde piu' o meno agli inizi del 1500, causando forse il piu' grande genocidio della storia occidentale, con oltre 50 milioni di morti in due secoli e mezzo, piu' o meno.
Un paese alle prese con la soluzione di problemi terribili, comuni piu' o meno a tutti quei paesi, come sfamare milioni di famiglie, rendergli la vita meno dura con una sanità decente, diminuire la loro povertà cronica e quella del paese intero, combattere la criminalità, la corruzione e altre cosette del genere.
E immaginatevi poi, in una situazione così disperata, come debba essere la condizione del patrimonio culturale di quel paese, quante risorse possano essere investite nel solo mantenimento (non certo sviluppo) dell'arte e delle tradizioni; immaginatevi anche come le multinazionali (occidentali) attraverso la pubblicità  facciano man bassa e della cultura e delle pur esigue risorse di quei cittadini con la fortuna di avere un reddito; e infine immaginatevi...
n paese alle prese con la soluzione di problemi terribili, comuni piu' o meno a tutti quei paesi, come sfamare milioni di famiglie, rendergli la vita meno dura con una sanità decente, diminuire la loro povertà cronica e quella del paese intero, combattere la criminalità, la corruzione e altre cosette del genere.
E immaginatevi poi, in una situazione così disperata, come debba essere la condizione del patrimonio culturale di quel paese, quante risorse possano essere investite nel solo mantenimento (non certo sviluppo) dell'arte e delle tradizioni; immaginatevi anche come le multinazionali (occidentali) attraverso la pubblicità  facciano man bassa e della cultura e delle pur esigue risorse di quei cittadini con la fortuna di avere un reddito; e infine immaginatevi quanto questo paese possa spendere per mantenere il proprio sistema informatico, la propria burocrazia.
Il Brasile questo il paese, spende in licenze software circa 34 milioni di dollari.
Sì, avete capito bene: 34 milioni di dollari (o Euro piu' o meno).
Con le favelas e tutto il resto; condizioni
, certo infamanti per una civilità come la nostra, quale retoricamente ci consideriamo, inequivocabilmente immortalate dalla televisione da anni; un paese attanagliato dalla miseria, pur essendo ricchissimo e da sempre dilaniato dai problemi che sempre si creano con un 90% di poveri e un 10% di ricchi, questi ultimi proprietari di oltre il 90% delle risorse fisiche e finanziarie (latifondi, fabbriche, beni mobili e immobili).
34 milioni di dollari in licenze software che in gran parte andavano nelle tasche di Microsoft, naturalmente. La multinazionale per eccellenza, la monopolizzatrice per antonomasia, inquisita in Usa e in Europa proprio per monopolio a scapito degli utenti, obbligati a utilizzare un solo sistema operativo e non certo dei migliori (un po' come essere obbligati ad usare solo Fiat e non poter acquistare altre automobili perche' non compatibili con i cartelli stradali),  e che detiene il 90% dei sistemi operativi nei computer installati in tutto il Mondo.
Andavano perche' il presidente del Brasile Lula ha deciso di passare a Linux, il software libero da licenze a pagamento, manipolabile purche' messo a disposizione di tutti, già adottato da paesi come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e città importanti come Monaco di Baviera; risparmiando in questo modo almeno il'95% di quei 34 milioni di dollari  per destinarli ad altri e piu' importanti scopi, che non quello di far arricchire Bill Gates.
Secondo noi questa e' una delle piu' belle notizie dell'anno.
Potete leggere l'intero comunicato su questa pagina dell'Unità on line.


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10-11-2003
Nella intelligente nonche' divertente trasmissione televisiva di Fabio Fazio in onda su Rai 3 Che tempo che  fa e' stata inserita una rubrica in cui le risposte non sempre sono scontate: Segni della fine del mondo.
Fabio FazioTitolo ironicamente indirizzato verso la ricerca di quei segni che in qualche modo confermino l'imminente collasso di una società umana come quella in cui viviamo (divenuta per certi versi giustamente "globale") che non e' in equilibrio ne' morale, ne' capitalistico, ne' politico, ne' ... (aggiungetene uno voi a piacere, tanto qualsiasi parola inseriate e' adatta) e, come qualsiasi altro sistema non in equilibrio, destinato prima o poi a crollare.
A dire il vero sfogliando Internet sembra proprio che la fine del Mondo sia davvero imminente, ma rimanendo ai temi televisisvi, un altro segno dell'imminenza, non incluso in quell'elenco,  potrebbe essere quel morboso quanto stupido interesse per la trasmissione, dal titolo L'isola dei famosi, che in questi giorni riscuote su Rai 2 un successo inaspettato di milioni di telespettatori.
A vederlo (anche di sfuggita), il programma, sorgono spontanee alcune domande.
La prima e':
chi ha stabilito che quei personaggi sono famosi? (Se fossero davvero famosi questa domanda sarebbe quantomeno inutile).
A parte qualche  vecchia conoscenza (vecchia intesa proprio nel senso anagrafico) come Fabio Testi scarsissimo attore di spaghetti western e diretto (per sbaglio?) da Vittorio De Sica ne Il giardino dei Finzi Contini oggi coltivatore di kiwi che esporta in tutto il mondo e tornato a una misera notorietà televisiva imposta (nel senso che se non ci fosse stata una televisione così povera di idee e contenuti col c... sarebbe stato chiamato da qualcuno a lavorare).
Adriano Pappalardo idem come sopra solo che al posto dell'attore faceva (e fa?) il cantante e non coltiva kiwi.
Affiancati da tre mezze conoscenze:
Stefano Tacconi ex portiere (di calcio non di condominio).
Maria Teresa Ruta discreta presentatrice in cerca di non si sa bene cosa.
Carmen Russo ballerina (?) attrice (?), ex (o non?) spogliarellista rifatta dal chirurgo.

Completati infine da altri 6 personaggi (?) quasi del tutto sconosciuti, almeno a tutti coloro che conducono una vita normale e hanno interessi diversi dalla televisione.
Barbara Chiappini fotomodella? Miss?
Giada Drommi De Blanck contessina?
Walter Nudo attore (forse il piu' dignitoso di tutti)
Davide Silvestri fotomodello?
Susanna Torretta modista o nudista?
e infine
un certo Ringo nomignolo non certo colmo di fantasia e fascino che sembra faccia il dj (sic!).

L'impressione e' che L'Isola dei Famosi sia L'Isola dei poco Famosi, per rimanere in qualche modo a galla sottoponendosi a questa specie di pubblico ludibrio.

Le altre domande potrebbero essere: e' un cosidetto reality show? Bene: ma come fa ad essere vero, se esiste sempre una telecamera che li segue? Come fanno ad essere davvero abbandonati a loro stessi? E le luci?
E i tagli di montaggio?
A un certo punto viene inquadrata una grotta illuminata artificialmente con almeno 10000 watt di potenza. Sembra proprio uno studio posticcio, ricostruito con scenografie e tutto il resto. Un plauso agli scenografi, agli elettricisti e alle maestranze tutte. Ma si vede lontano un miglio che e' un inganno.
E gli spettatori? Secondo me seduti sulle loro poltrone fingono di non sapere che e' una finzione e fingono di discutere tra di loro di cio' che avrebbero fatto se fossero stati al posto dei famosi e fingono di discutere di questo perche' fingono di NON avere altri problemi reali, dunque meno importanti di quella discussione. Non e' possibile che davvero credano che sia tutto vero; fanno finta di niente.
Oppure siamo davvero rimbecilliti e istupiditi dalla televisione (non dalla televisione, da quel tipo di programma) e crediamo davvero che sia tutto vero?
Ma l'inghippo vero e proprio e' da un'altra parte: il televoto, che puo' essere dato anche via telefonino, naturalmente a pagamento. Quanti soldi pensate abbia fatto la Telecom con questa storia?
Per saperne di piu' andate sul sito della Codacons, cliccate su Cerca negli archivi, digitate semplicemente famosi e cliccate su invio.
Dunque ci siamo, la fine del Mondo e' purtroppo imminente.


Stefano Cavallini

P.S. - leggendo le note biografiche dei famosi ho trovato una curiosità degna di nota: Davide Silvestri ha lavorato con la compagnia di marionette  Carlo Colle e Figli, peccato che la compagnia sia quella dei Colla e non Colle, svarione degno dell'impreparazione di chi gestisce la televisione di oggi.



31-10-2003
Con Internet e' quasi impossibile che un evento passi inosservato e non si trasformi in notizia, ma quando ho cominciato a scrivere queste righe, la notizia dalla quale ho preso spunto, era stata trasmessa solo da Primo piano della rete 3 della Rai, abbondantemente oltre le 23.00 del 29/10; e dei maggiori siti d'informazione in Rete nessuno ne faceva parola, neanche quei mega siti di notizie aggiornati in tempo reale.
Dario Fo e Franca RameIl nuovo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame (foto) L'anomalo bicefalo, che dovrebbe debuttare in prova generale il 12 di Novembre a Varallo Sesia e in prima nazionale a Bologna il 18, per poi iniziare una tournee' fino a Marzo 2004, e' stato censurato dalla dirigenza del Piccolo Teatro di Milano.
O almeno e' stata avanzata l'ipotesi di una lettura preventiva del testo prima del debutto, da parte dei dirigenti (politici naturalmente) dello storico teatro milanese.
Solo due giorni dopo, praticamente poco prima di pubblicare queste righe, su Google News It e' apparsa la notizia (lanciata dall'Ansa e in verità riportata da pochi quotidiani) che  lo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame ha avuto il via libera
dal Consiglio di amministrazione del teatro.
Dario Fo e Franca Rame sono abituati a certi atteggiamenti (anche se l'abitudine alla prevaricazione e' difficile da acquisire). In oltre quarant'anni di attività hanno avuto a che fare con tutti coloro che si sono succeduti sui seggioloni del potere, ma mai, nessuno mai, dopo il visto censura positivo dato allo spettacolo, nessun gestore teatrale ha mai voluto rivedere il testo che sarebbe stato rappresentato nel proprio teatro.
Il visto censura e' ministeriale e permette, insieme all'autore, di discutere i tagli da operare sul testo perche' possa essere dato il visto appunto. Il visto censura esiste anche nel cinema e funziona nello stesso modo, ma nessun gestore di cinema si e' mai sognato di visonare il film per dubbi censori prima di proiettarlo nella propria sala cinematografica.

E alla fine (non e' vero, quasi subito) mi e' venuto in mente quanto importante sia un piccolo sito d'informazione come il nostro, senza obblighi editoriali ne' politici, con il solo problema della sopravvivenza editoriale che nel nostro caso non potrà mai essere barattata con la libertà, perche' piuttosto che mettere in vendita la nostra libertà di pubblicare, ci rinunceremmo.

E' per questo motivo che aspettiamo adesioni da voi, dall'unica forza in grado di spaventare tutti i poteri politici ed economici, voi, l'opinione pubblica.
La vostra adesione con 15 Euro all'anno ci regalerà un bel pezzo di libertà.




20-09-2003
Dall'immane flusso di notizie dalla Rete, qualche volta, tra promozioni camuffate, pubblicità e Spam, si riesce a ricavare qualche spunto d'interesse.
La notizia in questione e' un po' vecchiotta (per i ritmi odierni) essendo dell'1 di agosto, e piu' che una notizia e' una riflessione fatta da Massimo Moruzzi riguardo al nuovo modo di vendere musica creato dalla Apple, la nota società che dopo aver dato la spinta decisiva nel 1982 all'uso del personal computer e aver creato tante altre tecnologie oggi usate un po' da tutti noi, da qualche mese, si e' messa a vendere musica on-line, permettendo di scaricarla a pagamento
, per ora, sui suoi computer. A breve cio' sarà permesso anche agli utenti con sistema operativo Windows.
Fin qui niente di particolare, perche' esistono già da tempo altri servizi di questo genere; la novità che speriamo possa rivoluzionare il mercato discografico invece sta nel metodo di acquisizione della musica preferita dall'utente, negli accordi presi con i maggiori produttori di dischi del Globo, che in questo periodo, tra l'altro, stanno scatenando una grande bufera contro chi ha scaricato illegalmente musica da Internet (i vari Napster, Gnutella ecc.) e infine nell'accordo stipulato con 
Amazon.
Insomma, secondo
Massimo Moruzzi, la Apple starebbe ordendo una strategia, che, alla fine, davvero farebbe benissimo ai produttori indipendenti e direttamente agli artisti. Cioe' a tutti coloro che non hanno una grande casa discografica alle spalle, con la possibilità di essere ascoltati da un immenso potenziale di utenti.
Non ci sarà piu' promozione e pubblicità; non ci sarà piu' la scelta a priori di qualche direttore di marketing che scelga per noi utenti la musica che ci deve piacere.
Ognuno potrà scegliere la propria musica e ogni artista troverà sicuramente un proprio bacino di utenza; e con gli acquisti della sua musica direttamente dal proprio computer (connessioni peer to peer), magari potrà vivere dignitosamente della sua professione.

E allora, forse, a quel momento, le grandi case discografiche non avranno piu' il senso finanziario per cui sono nate.
Certo ci vorrà del tempo, perche' adesso il nostro senso critico e' seriamente danneggiato da oltre 50 anni di consumismo e pubblicità, ma nel giro di qualche anno, potrà tornare a farci capire che poi spendere i nostri soldi per arricchire qualcuno che ci ha insegnato ad acquistare i suoi prodotti, non e' il massimo della vita. Che tutte le mode e le manie che oggi ci fanno diventare target (bersaglio), sembreranno quel che sono: un mezzo per farci spendere soldi in qualcosa di non necessario, quindi del quale possiamo fare benissimo a meno.
Non sarebbe bello? Per una democratizzazione almeno dei nostri gusti musicali? Senza nessuno che ci insegni ad avere quei gusti?
Io personalemente ci spero, e non solo per la musica.
Utopia? Purtroppo chi visse sperando, morì ... . Vox populi, vox Dei.


31-08-2003

Avrete certo notato che raramente riportiamo notizie e commenti di jazz, pur essendo una delle musiche popolari per eccellenza, ma questa nostra resistenza e' dovuta al fatto che oggi la musica afroamericana e' diventata, salvo alcuni rari casi, un esercizio di stile; e noi preferiamo raccontarvi di un violino sgangherato, suonato da un nomade tzigano sul ritmo degli zoccoli del suo asinello, che un concerto  (eppure affascinante per altri versi) di Keith Jarrett al pianoforte.
La musica popolare, non e' per niente un esercizio di stile, e ha bisogno delle viscere e del sangue, per essere espressa, per generare in chi ascolta le emozioni per la quale e' stata creata.
Lee KonitzOggi la musica si divide in due grandi classi: quella studiata a tavolino per un target, dunque commerciabile come un dentifricio e pubblicizzabile come tale, e quella che e' diventata un esercizio di stile, appunto come la maggior parte della musica impropriamente definita 
classica e parecchio jazz.
Pero', sulla soglia delle 10.000 pagine scaricate al mese (che supereremo a breve, ne siamo certi) e non avendo editori che ci impongono una linea editoriale, possiamo concederci qualche eccezione; e dunque, questa volta, abbiamo sentito il bisogno di dedicare una lettera a Lee Konitz (foto) incontrato a Barga Jazz 2003.
Buona lettura.

Caro Lee, io non ti conosco; o meglio conosco la tua musica: quel jazz, che tu hai contribuito, con la tua opera, a far progredire, a farlo andare avanti nel suo mai stanco cammino.
Il jazz e' musica particolare, e' musica che a tutt'oggi ha mantenuto le sembianze di un rito tribale, in cui c'e' la coralità del gruppo, ma c'e' anche lo spazio in cui ogni componente puo' esprimere se' stesso in una improvvisazione, che e' la risultante del sentimento e delle emozioni di quel momento, sommate alla carica e all'ingegno dell'artista stesso.
Caro Lee,  se con il tuo jazz da una parte dai all'ascoltatore la percezione di capire "qualcosa" del tuo profondo io, dall'altra il jazz stesso cela l'uomo e le sue debolezze, che vengono fuori nei momenti meno opportuni.
Caro Lee, tu sei la Storia e tutto puo' esserti perdonato, forse, ma quel gruppo di uomini e donne, di appassionati e di ragazzi di Barga Jazz che si sono affannati intorno a te per omaggiarti ulteriormente in una terra che stai frequentando molto, avresti dovuto rispettarli di piu', specialmente quei compositori che hanno lavorato mesi sui tuoi brani.
Un concorso di arrangiamento e composizione come quello di Barga Jazz, pur piccolo e insignificante, per il momento che viviamo, ha tuttavia grandissima importanza culturale (come ha affermato sul palco il direttore dell'orchestra di Barga Jazz il Maestro Bruno Tommaso) e tu avresti dovuto capirlo al volo.
Caro Lee, forse non ti hanno spiegato che i brani passati all'ammissione, non possono essere cambiati a tuo piacimento; prima di tutto perche' si tratta di un concorso e cambiare qualcosa che concorre, scritto da qualcun altro, non e' il massimo della correttezza; in secondo luogo deve esistere, anche da parte tua che sei la Storia, un rispetto per le opere dell'ingegno altrui che non sembra tu abbia avuto.
Caro Lee, non so per quale ragione, ma tu durante le prove dell'orchestra hai voluto cambiare proprio alcune delle partiture in concorso; e sul palco, di fronte al pubblico del teatro, le hai eseguite senza spiegare quei cambiamenti che ti eri sentito di fare in riservata sede, come se fosse stato un tuo diritto sacrosanto modificare l'opera di qualcun altro.
Caro Lee, non va bene, mi hai deluso profondamente e poi, diciamocelo francamente, quelle modifiche, che in sostanza erano una introduzione da solista per ogni brano, non hanno fatto che appiattire il tutto, cosa che da te, non me lo sarei mai aspettato.
Bruno TommasoCaro Lee, in questa lettera di accorata delusione (dell'uomo, e un po' dell'artista) mi viene in soccorso soltanto l'amico Bruno Tommaso (foto) che mi instilla un dubbio celestiale, in grado di farmi ricredere (quasi) nei tuoi confronti: avevi deluso
anche lui.
- Ti sapro' dire meglio dopo la fine del concerto - mi ha detto Bruno.
E dopo l'ultimo applauso, nella sua immensa bontà, Bruno ha affermato.
- Mi sono convinto di una cosa: questo atteggiamento e' dovuto in parte alla difficoltà della lingua, poi al fatto che nessuno gli abbia spiegato approfonditamente  cosa sia Barga Jazz e cosa doveva venire a fare, e infine in piccola, piccolissima parte a un  modus vivendi un po' da prima donna.
Grazie Bruno, amico di sempre. Se non ci fossi stato tu...

Le altre foto di Barga Jazz potete vederle nella galleria fotografica



10-07-2003

Antonella RuggieroScorrendo i festival estivi, che nel mese di luglio, piu' che in agosto e giugno, raggiungono affollamenti parossistici (specialmente in Toscana si svolgono quest'anno quasi tutti dal 12 alla fine del mese), ho notato una piacevolissima anomalia.
In mezzo a serie di concerti dedicati alla musica etnica (ribattezzata così perche' probabilmente fa piu' esotico) piu' o meno scontata, che fa capo a un mercato al quale si affacciano minacciose le major discografiche (che finiranno per rovinare anche questo settore, ma non la sua vitalità), un nome piuttosto noto al pubblico italiano e' quello di Antonella Ruggiero
Che ci fa dunque la ex voce (e inconfondibile firma) dei Matia Bazar in un festival dedicato alla musica e alla cultura portoghese come Sete Sois, Sete Luas?
Visto il programma: canta Amalia Rodriguez; nientemeno!!!
La Rodriguez e' stata il fado per i portoghesi e per il resto del mondo e Antonella (che sicuramente ne darà una lettura ombrosa e struggente, considerati i suoi ultimi orizzonti artistici) scommetto che non vuole dare una svolta al Fado e alle sue implicazioni di musica tradizionale e non pretende certo di mettere in ombra le grandi giovani interpreti di questa musica, Dulce Pontes su tutte, ma ha sentito il bisogno di darne una propria interpretazione. Semplicemente; senza strategie di mercato.
Ed e' per questo motivo che deve essere considerata un'anomalia, una intrigante e bellissima anomalia.
Vi domandate perche'?
Ma perche' da sempre i cantanti (o meglio gli artisti) che provengono dai mercati commerciali, che gli hanno consacrato un successo miliardario, difficilmente (per non dire mai) sono tornati indietro, sono tornati a faticare, sono tornati ad avere poco pubblico di fronte. Quelli che provenivano invece da un retroterra forte, di tradizione, dopo il primo disco o il secondo al massimo, hanno cominciato a tirare i remi in barca, a sfornare prodotti di bassissima qualità a favore di un mercato piu' ampio, certo seguendo le direttive della casa discografica, ma finendo presto nel dimeticatoio artistico (a parte qualche rara eccezione).
Un esempio fra tutti Al Jarreau, grandissimo vocalist che ha barattato il benessere superfluo per la sua reputazione artistica, oggi davvero ai minimi termini dopo i fasti di Look to the rainbow.
Antonella Ruggiero sta insomma conquistando nuovi fan, quelli veri, che non le daranno la ricchezza degli altri, ma che questa volta non la abbandoneranno facilmente.

Stefano Cavallini

31-05-2003
Nonostante la imperante cultura basata su una informazione parziale e distorta, esistono realtà (create e portate avanti da persone reali, anche se dietro un monitor, lungo una linea telfonica o direttamente tra la gente) che ci fanno tornare ad aver fiducia nel genere umano (forse).
Le materie che trattiamo in questo piccolo angolo di idee, fatto di scrittura, immagini e musica (per quanto ci possa permettere il mezzo internet attuale), ovvero cio' che ci sta piu' a cuore, sono raramente (ma e' dire poco) trattate e frequentate dall'informazione o dall'intrattenimento di Stato o privato.
Eppure non c'e' niente di piu' immediato e genuino, coinvolgente e divertente della musica che sgorga dal cuore di uno zampognaro delle montagne della Sila o delle parole in ottava rima di un maggiante della Maremma, come l'aria che si respira in una festa paesana tradizionale; per tacere di tutto il mondo artistico etnico-tradizionale-folk al di fuori dei nostri confini nazionali che e' davvero immenso e variegato, un mosaico accecante di colori e incastri, affascinante e misterioso, praticamente sconosciuto.
Ebbene una di quelle realtà controcorrente (come noi d'altronde), in grado di aprire uno squarcio in questo buio carico di sorprese, si puo' ascoltare la domenica mattina. Si tratta di una interessantissima trasmissione radiofonica prodotta e messa in onda da Controradio, emittente toscana che fa parte di Popolare network, una rete a carattere nazionale di radio locali davvero alternative (e mai parola e' stata piu' appropriata) allo strapotere idiota delle radio commerciali e del Ministro delle Telecomunicazioni Gasparri (sic!).
La domenica mattina, piu' o meno dalle ore 10. 40 alle 13.00, si puo' viaggiare nel tempo e nello spazio attraverso un percorso musicale che un po' a balzelloni puo' farci passare dalla samba e bossa nova del Brasile alla musica carnatica dell'estremo Oriente, dalla musica celtica piu' genuina ai tamburi dello Zimbabwe, in un viaggio colmo, oltre che di musica, anche di informazioni e curiosità su usi, costumi e popoli spesso lontani nel tempo, ma talvolta vicini di casa, quasi confinanti.
Un bell'esempio di come possa essere fatta una trasmissione divertente, culturalmente alta, e di grande respiro a dimostrazione di come si possa fare mercato anche senza andare incontro alle grandi multinazionali del disco, come fanno gran parte delle radio commerciali.
Ma a propoposito di mercato: qual'e' il mercato? Quello che qualcuno vuole intendere e del quale vuol far parte, quello dei grandi numeri, quello manovrabile dalla pubblicità, quello che fa guadagnare grandi fortune a prescindere, come diceva Toto', da tutto e da tutti?
Oppure il vero mercato non e' altro che la risultante di una serie di mercati ai quali tutti noi ci rivolgiamo perche' in fondo non tutti leggono lo stesso giornale, non tutti mangiano gli stessi cibi, non tutti guardano la stessa rete televisiva, non tutti bevono le stesse bevande, non tutti seguono lo stesso sport?
In fondo siamo diversi l'uno da l'altro, nonostante i tentativi di metterci tutti nello stesso pentolone e di cancellarci il passato!
Perche' in fondo e' proprio quello che ci fa essere diversi l'uno dall'altro: il nostro passato, non dimentichiamolo.

20-05-2003
Con mia sbalordita sorpresa, una delle scorse tarde serate, intorno alla mezzanotte, e' andata in onda una trasmissione televisiva dedicata alla musica popolare.
Sì; avete capito bene: musica popolare alla televisione.
Il rapporto tra televisione e musica in questi ultimi anni e' diventato sempre piu' conflittuale; la dimostrazione del suo potere da Grande Fratello è inversamente proporzionale alla quantità, alla varietà e alla qualità della musica che le televisioni di tutto il mondo trasmettono. e il suo attuale rapporto e' la semplice pubblicità, camuffata da servizio giornalistico, per il lancio di un nuovo disco da parte di una multinazionale del disco. Punto.
Ed e' comprensibile dunque che mi sia stupito.
Il programma in se' stesso non e' granche'. Almeno per questa prima puntata (in tutto saranno due...sic!) ho notato, a fronte di giustissime citazioni, diverse e profonde lacune.
Un esempio su tutti.
A un certo punto e' stata fatta una carrellata tra le regioni nelle quali sopravvive (o sopravviveva, vista la datazione dei filmati proposti) la canzone dialettale; ebbene a parte la Toscana che e' stata del tutto saltata (o mi sbaglio?), giunti a Roma chi hanno fatto ascoltare, quali rappresentanti della canzone dialettale?
I Vianella, signori, ovvero Wilma Goitch ed Edoardo Vianello che, senza niente togliere al loro valore professionale, non possono essere certo annoverati tra coloro che hanno fatto della musica dialettale la loro bandiera. Sono stati trascurati (almeno per ora) Lando Fiorini, Gabriella Ferri (fatta vedere en passant in duo con Mia Martini??) e perche' no: Claudio Villa, nato e cresciuto a pane e stornelli romani, mai ripudiati anche quando era diventato il "reuccio".
Il programma e' stato, almeno all'apparenza, assemblato senza troppo approfondire legami e interazioni storiche, provenienze (che la canzone napoletana e' nata musicalmente dai lied di Schubert non e' stato neanche accennato), autori (che sono loro davvero i creatori della "romanza" napoletana) e correnti.
Figuratevi che come rappresentante della canzone lombarda hanno avuto il coraggio di inserire Alberto Rabagliati, nato non certo come cantastorie ma come controfigura di Rodolfo Valentino in qualche filmetto di terza categoria e riciclatosi poi come (bravo) cantante della cosiddetta musica leggera.
E' la maniera odierna di fare programmi televisivi, sciatti, poco aggiornati e diretti malino, quelli con budget miliardari, potete figurarvi questo che presumo abbia avuto budget bassissimi.
Il programma, con qualche buon consulente, un buon regista e un paio di autori davvero creativi e non morti come esistono adesso, sarebbe stata una pietra miliare. Avrebbe potuto rappresentare l'inizio di una nuova era di programmi televisivi, che avrebbe potuto educare alla musica, alle proprie radici culturali, migliaia (se non milioni) di italiani, vittime delle patatine, dell'hamburger e delle scarpe da tennis americane.
Avrebbe potuto.
Accontentiamoci: con questo clima politico non possiamo pretendere di piu'.
Mi rammarica il fatto che la televisione, quando in mano al centro sinistra, non lo abbia neanche pensato, un progranna del genere; e abbiamo dovuto aspettare un governo di centro destra. E' una contraddizione in termini, come essere obbligati ad andare in un ristorante cinese per mangiare buoni spaghetti alla carbonara (o all'amatriciana o al pesto).
Ma tant'e' e non dobbiamo stupirci piu' di niente.
Godiamoci la prossima puntata di Terra da musica (su Rai 2 giovedi 22, piu' o meno alle 23,30); un programma realizzato da Michele Bovi con Tito Manlio Altomare, Paolo Dossena, FrancescoParacchini. Conducono Rosie Wiederkehr e David Van De Sfroos. Produttore esecutivo Oretta Lopane

10-05-2003
Riportiamo volentieri lo stralcio di un articolo apparso sul supplemento a Il Cantastorie n.62, emblematico del periodo storico che stiamo vivendo, fotocopia naturalmente di altri, non certo tra i piu' edificanti e apoteosi dell'umano ridicolo. Buona lettura.
Il pericolo numero uno: chi e'? Il cantastorie...

(...) nelle 66 pagine del dossier-denuncia, presentato al Tribunale di Milano dagli avvocati del Presidente del Consiglio, si fa riferimento, tra varie argomentazione, a un fatto di cronaca che riguarda il cantastorie Franco Trincale.
Motivo di tanta premura nei confronti di un cantastorie e' quello di avvalorare la tesi della città inquinata dall'odio quindi (...) ottenere il traferimento ad altra sede del cosiddetto Processo SME.
Nell'istanza firmata dall'onorevole Silvio Berlusconi, si legge che "tale Trincale si porta presso la piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio, altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie prospettazioni". E ancora, "si segnala altresì che alle 14,30 circa, durante una pausa dello spettacolo, una persona iniziava a discutere animatamente con Trincale. L'alterco degenerava in una violenta lite che vedeva coinvolte... altre persone del pubblico. La rissa veniva poco dopo interrotta grazie all'intervento di tre volanti della Polizia di Stato. Una persona riportava lesioni tali da rendere necessario l'arrivo di una ambulanza che si allontanava con il ferito a bordo".
Ma omette, l'estensore di questa memoria, che il ferito era proprio Franco Trincale e che la supposta rissa si e' configurata come una vera e propria aggressione.
(...) vogliamo ricordare che Franco Trincale, da Militello (Catania), dove e' nato 67 anni fa, e' un cantastorie che per oltre quarant'anni, nelle piazze, canta ballate satiriche, di costume, di politica e su fatti di cronaca.
(...) ha cantato, nel recente passato, ballate satiriche su Il prode Prodi, lo Sparabossi, D'Alema in convento, Bettino il tunisino, solo per citarne alcune del suo infinito repertorio. Tantissimi personaggi e fatti di cronaca sono stati raccontati dal nostro aedo: Maradona, Cicciolina, Toto' Riina, Clinton, Bush, la guerra in Kosovo, (...) i fatti del G8 di Genova del luglio 2001.
(...) Nelle sue caustiche ballate c'e' tutta la storia d'Italia, vista pero' dalla parte della gente comune e di coloro che non hanno altri ambiti per esprimere le loro ragioni. Spazi faticosamente conquistati negli anni per strappare un luogo fisico come piazza Duomo, diventato punto di riferimento per quanti vogliono ascoltare una voce libera e fuori dal coro come quella del cantastorie che puntualmente commenta fatti e misfatti dei potenti in forma ironica, per far ridere ma, attraverso la satira, far riflettere.
A pochi mesi da questi fatti, (...) il Sindaco Albertini ha proibito l'utilizzo di qualsiasi tipo di impianto d'amplificazione agli artisti di strada nelle zone immediatamente adiacenti a piazza Duomo; in una di queste aree agisce da tempo Trincale.
(...) significa costringendo ad abbandonare la sua attività e tacitare definitivamente la sua libera voce.
Lo scorso 7 dicembre, in occasione della tradizionale fiera degli Oh bej! Oh bej! in piazza Sant'Ambrogio, Trincale ha effettuato una manifestazione di protesta durante la quale e' stato colto da malore e ricoverato per alcuni giorni in osservazione, in un ospedale milanese. si e' poi ripreso, ma la vertenza che da diversi mesi conduce per riaffermare il diritto a cantare le sue ballate (...), lo ha sottoposto a un duro stress (...). Ora sta meglio, incoraggiato anche dalle moltissime dichiarazioni di sostegno e di solidarietà.
(...)
Nel suo sito www.trincale.com, vera e propria vetrina virtuale dell'aedo del nuovo millennio, Trincale ripercorre le tappe della sua odissea. Visitandolo si puo' manifestare la propria solidarietà, informarsi sulle prossime iniziative e anche visonare la sua infinita produzione di ballate dagli anni '60 ad oggi.
(...)
La via crucis, con il conseguente calvario burocratico, non e' ancora conclusa e, al momento in cui scriviamo queste righe, un nuovo ostacolo si frappone alla ripresa delle attività degli artisti di strada: l'interpretazione soggettiva delle nuove norme in deroga da parte della Polizia municipale, meglio conosciuta come vigili urbani.
Sono comunque cavilli che non fermeranno il ritorno di Franco Trincale, appena sarà pienamente ristabilito, all'appuntamento col suo pubblico.
Tiziana Oppizzi
Claudio Piccoli

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30-04-3003

Il 25 Aprile e' stato il 58°anniversario della Liberazione.
La fine della II Guerra Mondiale.
Un evento non certo da poco, come tutti gli anni, d'altronde.
Un evento che deve essere tramandato alle generazioni future; e deve essere fatto il possibile per rinverdire nei giovani la memoria di quell'evento, gioioso e drammatico allo stesso tempo.
Intorno alla commemorazione da qualche anno a questa parte assistiamo a manifestazioni ed esternazioni che hanno del ridicolo: il ridicolo della generazione di politici attualmente al governo (non solo in Italia) che tratta i dolori e le ferite profonde di una nazione o di un popolo, come un'opinione; che cerca di cancellare con le parole crimini incancellabili, aiutandosi con il mezzo piu' superficiale e distorsore: la televisione.
Ma assistiamo, purtroppo, anche al ridicolo di chi, superstite, vuole a tutti i costi imporre alla commemorazione
, un ricordo ricoperto da un ingombrante strato di retorica solennità, sprecando logorroici discorsi, pur rispecchianti una sacrosanta verità; e li spreca con chi non ha conosciuto la guerra, ma soprattutto in casa (o a scuola) non e' stato educato ai principi del rispetto reciproco e del senso civico.
In una società di giovani (e di meno giovani), oggi educata da una televisione senza principi; in una società per la quale la sinistra, non solo dei partiti, non e' riuscita ad emanciparla intellettualmente, lasciandola vittima del consumismo, del qualunquismo, della violenza, della mancata dialettica; in una società dove si acquista un libro solo se chi l'ha scritto e' apparso in televisione, non si puo' pretendere di avvicinare e così tramandare un 25 Aprile con troppe parole e troppa retorica.
Si ottiene l'effetto contrario; si ottiene che un qualunque idiota che appaia in televisione e semplicemente affermi che la Resistenza ha fatto piu' danni che benefici, sia creduto, nella sua veloce e fulminea menzogna, che diventa verità perche' piu' appetibile per coloro che vivono alla superficie della vita, abbagliati dagli acquisti, dalla dieta, dall'apparire.
Non continuiamo a sbagliare.
Se 50-60 anni fa abbiamo iniziato a batterci per avere buste paga piu' pesanti e piu' diritti sui luoghi di lavoro, mancando in pieno il diritto alla parità culturale e intellettuale (allora come oggi i ricchi mandano i propri rampolli al Liceo Classico e all'Università; i figli di operai vanno alle scuole professionali per imparare un lavoro), cerchiamo di farlo oggi.
Insieme all'articolo 18 battiamoci per dare ai nostri giovani la capacità intellettuale e dialettica di capire e approfondire cio' che accade loro intorno senza subirlo, diamo un'alternativa etica alla loro vita fatta troppo di hamburger e violenza sportiva, di Grande Fratello e shopping, di moda e di automobili potenti, restituiamo loro il senso critico.
Allora, e solo allora, potremo dare solennità al 25 Aprile, potremo restituire tutta la drammaticità e la gioia che un evento di tale portata merita; così anche certi idioti che appariranno in televisione a raccontare menzogne o a mettere in dubbio l'esistenza dell'Olocausto, non si renderanno ridicoli solo a pochi, ma saranno ridicolizzati anche dagli stessi propri figli, ormai consapevoli.

P.S. - Se un'alternativa etica in questi ultimi anni e' nata e cresciuta, materializzandosi dai movimenti cosiddetti no global, cio' non e' stato per una precisa scelta politica, per un importante progetto culturale, ma per una insofferenza nata dalle e nelle viscere dei giovani, dalla gente; così forte, ma così forte che e' riuscita a mettere in ombra tutto l'immobilismo dei partiti.
S.C.


20-04-2003
Da qualche giorno ho notato, lungo le strade principali della mia città natale, nuovi cartelloni pubblicitari; quelli piu' grandi, che ti appaiono all'improvviso dietro una curva, costretto a vederli almeno di sfuggita, in alto, incombenti, spesso inquietanti.
Voi direte: niente di strano, i cartelloni pubblicitari cambiano a intervalli regolari.
Sì, ma questa volta pubblicizzano una multisala cinematografica; sapete, di quelle dove ti aspetti che ti diano un carrello, per acquistare le tue emozioni, le tue sensazioni.
Una multisala, direte voi; e che c'entra con questa rubrica e questo sito?
C'entra c'entra...  pero' e' bene approfondire un tantino.
La multisala in questione (probabilmente ne sono state aperte altre su tutto il territorio nazionale),  si chiama, salvo errori od omissioni, Medusa multicinema.
Il cinema, nonostante faccia ormai parte della nostra memoria, non puo' essere considerato cultura nata direttamente dalle popolazioni, anche se e' stato (e spesso lo e' ancora) espressione di masse popolari (pure se filtrate dalla cinepresa e dal suo operatore).
Creare un film presuppone un investimento, dunque un capitale, tanto e' vero che il fisco e il sistema contributivo nazionali classificano il cinema "industria cinematografica".
L'industria cinematografica e' sempre stata (oggi non lo si puo' piu' dire) suddivisa in produzione, distribuzione ed esercizio.
La produzione
doveva conciliare il capitale con la parte artistica, la distribuzione era essenzialmente un'operazione di marketing e l'esercizio investiva i proprietari dei cinema.
Ognuno aveva la sua mansione. Che aveva scelto, perche' gli piaceva fare quel lavoro (questo principio dovrebbe valere per tutto il mondo del lavoro). Così nacquero produttori illuminati che hanno regalato al cinema grandi film; talvolta anche i produttori piu' conosciuti (quelli dei film da cassetta) riuscivano a produrre qualcosa di decente: Cineriz, Medusa, Cecchi Gori, de Laurentiis, Ponti e tanti altri.
Generalmente la distribuzione era agganciata alla produzione (Cecchi Gori, Medusa, Cineriz), ma esistevano anche distributori indipendenti, che distribuivano titoli meno da catena di montaggio.
Infine gli esercenti, i proprietari di cinematografi; che potevano avere grandi sale (fino a 2000 posti) o piccoli cinema da 3-400 posti; e certo i possessori di quest'ultimi erano da annoverare piu' nella categoria degli appassionati che in quella dei capitalisti.
A un certo punto la Medusa, sull'orlo del fallimento, fu acquistata da Silvio BerlusconiPaperon de' Paperoni).
Ma perche' secondo voi Silvio Berlusconi ha acquistato la Medusa?
Perche' e' appassionatissimo di cinema e sperava di mettere sotto contratto grandi registi immortali per produrre grandissimi film? Sbagliato.
Perche' il fuoco sacro del cinema che arde in lui lo aveva portato piano piano a scrivere, produrre e dirigere un film o una serie di film? Sbagliato.
Perche' lui, esperto e appassionato cinefilo, aveva individuato una serie di giovani aspiranti registi, sceneggiatori, soggettisti italiani e stranieri ai quali avrebbe dato un'opportunità a livello internazionale per dare impulso al nuovo cinema? Sbagliato.
Il Silvio nazionale, dal punto di vista artistico-culturale, non va oltre un mediocre piano bar, per cui il motivo e' stato semplicemente commerciale.
Un investimento, quindi, che avrebbe dovuto rientrare nei tempi e nei modi che un qualsiasi investimento presuppone. Ne' piu' ne' meno come per un dentifricio.
Ma fondamentalmente a Silvio del cinema non frega niente, basta guadagnare.
Uno nasce e dice:"Cosa faro' da grande?".
E lottando, forse, alla fine arriverà a fare cio' che ha desiderato fin dal principio.
In questa maniera si stabilisce un rapporto di dignità tra l'opera lavorativa che ognuno di noi e' tenuto socialmente a svolgere e il denaro che riceve per quello che fa. Si tratta di un rapporto di dignità  alta, in quanto un appassionato alla propria opera lavorativa, tenderà a produrre prodotti sempre migliori nel corso della propria vita, a prescindere dalla quantità di denaro che il suo lavoro puo' portargli. Gli basterà guadagnare per vivere dignitosamente e continuare a esercitare il proprio lavoro.
Se la passione nell'esercizio del proprio lavoro non c'e', la dignità alta naugrafa e muore, dando via liberà all'immoralità del denaro, del guadagnare sempre di piu' a prescindere da qualsiasi principio; così il denaro diventa uno scopo anziche' un mezzo, ragione per la quale e' nato. E il denaro senza dignità crea i cosiddetti parvenu, come dicono i francesi, o pidocchi rivestiti, come diciamo noi. Ed effettivamente l'attuale nostro Primo Ministro ha piu' l'aspetto e la preparazione di un pidocchio rivestito che di un signor capitalista del livello di un Rockfeller.
Ebbene, con Medusa multicinema la catena produzione-distribuzione-esercizio si spezza (sarebbe meglio dire si riunisce).
E non contento il nostro pidocchio nazionale apre anche la catena Blockbusternormali che hanno un negozio normale di noleggio home film.
Dalla produzione al consumatore quindi, come per un buon pecorino o un proscuitto pregiato.
Purtroppo produrre un film importante e significativo abbisogna di palle che il nostro Re Pidocchio non mostra certo di avere, sarà piu' semplice per queste multisale proiettare film americani, sfornati a centinaia e fatti con i piedi (anche i piu' blasonati come Il Signore degli Anelli che ha collezionato solo un paio di svarioni di montaggio) promuovendo ancora la peggiore cultura americana (perche' anche gli americani hanno cultura alta, ma noi la vediamo o ascoltiamo molto di rado) e affossando ulteriormente il cinema italiano ed europeo. Altro che prodotti pregiati!
E se qualcuno puo' obiettare giustamente che anche i supermercati hanno tolto lavoro ai piccoli negozianti, c'e' da dire che  il ruolo del supermercato verte sulla migliore qualità al minor prezzo (aurea regola di mercato), ma per la settima arte, come viene definito il cinema, come si puo' dare la miglior qualità al minor costo? In questo caso non e' il mercato che stabilisce quale sia un capolavoro o una bruttura, ma il senso critico di ognuno di noi.
Per nostra ignavia oltre vent'anni di televisioni private ce lo hanno irrimediabilmente rovinato e il Re Pidocchio ha potuto salire al trono.

31-03-2003
Come si fa a raccontare delle nostre tradizioni? Della nostra cultura popolare? Di musica o di teatro, della gioia di una rappresentazione, della gioia che si prova per un vecchio gioco di bambini o a cantare una filastrocca; come si fa a pensare a qualcosa di diverso quando c'e' in corso una guerra? E una guerra come questa poi: la piu' grande potenza mondiale, contro un paese desertico, con appena 6 milioni di anime e una povertà straziante; anime tenute in  pugno da un dittatore tra i piu' sanguinari di tutti i tempi e da qualche centinaio di fedelissimi.
Una carneficina di civili (donne e bambini) annunicata, con bombe da 2 tonnellate, missili, uranio impoverito e proiettili intelligenti (cosa ci sarà poi d'intelligente in una guerra dovrebbero spiegarcelo).
C'e' da stupirsi come un popolo così avanti nell'uso della democrazia come gli Usa
  sia ancora alle prese con la pena di morte, abbia negato il protocollo di Kioto e altre proposizioni riguardanti la civile convivenza di una Terra ormai sempre piu' affollata e quindi sempre piu' piccola.
E c'e' da stupirsi come abbia potuto eleggere un pazzo furioso come George W.Bush, l'altra faccia della stessa medaglia dove campeggia Saddam Hussein, una specie di Berlusconi in grande, un piccoletto megalomane che ha sfruttato la persuasione della televisione per istupidire il suo paese: una dittatura occulta, senza spargimento di sangue, ne' piu' e ne' meno come quella di Saddam.

E non si puo' pensare ad altro, in questo momento, purtroppo.
Penso a quei ragazzi americani che per 15.000/16.000 euro l'anno fanno un mestiere normale ma all'interno delle forze armate statunitensi (ad esempio il meccanico); ragazzi come altri di tutte le latitudini che non trovando lavoro ripiegano sull'esercito per farsi magari una famiglia... e si ritrovano poi in pieno deserto iracheno catturati dalla milizia di Saddam, altri pazzi scatenati pronti a tutto. Quei ragazzi sono stati presi in giro, fregati, ingannati profondamente nientemeno che dal Presidente degli Stati Uniti, il folle cespuglietto, che ha dato ad intendere che la guerra sarebbe stata una passeggiata sulla sabbia.
E poi penso alla gente, ai bambini prima di tutto, alle donne (non credo che se i capi di stato o i dittatori di tutti i tempi, come Bush o Saddam, fossero state donne avrebbero messo su una guerra, ma ve li immaginate Mussolini o Hitler... donna?); penso ai vecchi e a tutti coloro contrari alla guerra (ci saranno pure in Iraq).
Penso a tutti loro e penso come assieme alle loro vite saranno distrutte anche le loro tradizioni, i loro giochi di bambini, le loro filastrocche, la loro musica, il loro passato; ma si sa, la distruzione fisica conta poco (figuriamoci quella culturale) in confronto al petrolio e alla possibilità di continuare (per noi occidentali) ad usarlo a basso costo, a sprecarlo nelle lunghe file domenicali, inquinando l'aria e i nostri polmoni.
Per noi poi il genocidio culturale e' un qualcosa senza senso, non significa niente perche' da noi e' già in atto da anni e non ce ne accorgiamo. A cosa servono le nostre radici, la nostra memoria quando possiamo acquistare il telefonino che invia i messaggini ora anche colorati o possiamo fare la spesa in uno dei grandi megasupermercaticentricommercialisuperassortiti con prodotti Nestle' e Coca Cola? Non chiediamo altro: una televisione, la partita di calcio, una vacanza in montagna d'inverno e una al mare d'estate. Il resto? Chi se ne frega!!
Questo avere ci basta; non importa essere, basta avere.
Ci basta fare un lavoro che ci impegni il meno possibilie (anche se lo facciamo male e malvolentieri e ci girano i coglioni tutte le mattine che Dio manda in terra) e che ci faccia guadagnare il piu' possibile per poi usare il tempo libero (ma chi l'ha inventato 'sto tempo libero?) per spendere tutto quello che abbiamo guadagnato.
E' il genocidio televisivo che ha permesso all'Ottavo nano di divenire Primo Ministro dello Stivale, anche lui vittima inconsapevole del suo stesso genocidio, parvenue analfabeta che sbaglia persino i condizionali (sarebbe anziche' fosse) oltre che i congiuntivi.
Non credo che Bush o Saddam siano migliori del nano in questione; in qualche maniera al potere ci sono arrivati, calzano scarpe italiane da 900 dollari (sì anche Saddam) e ci prendono per il culo, giocando con le nostre vite e quelle degli altri.
Come si fa a pensare a qualcos'altro?

20-03-2003

Siamo senza parole, siamo a poche ore dalla guerra... e se n'e' andato un altro pezzo della nostra memoria.
A pochi giorni dalla scomparsa di Roberto Leydi, un'altro importante esponente della musica popolare e' mancato: Roberto Murolo.
Murolo ha vissuto in prima persona l'evoluzione della canzone napoletana e questa sua nascita in un ambiente musicale e artistico così particolare (suo padre era l'autore poeta Ernesto Murolo) gli ha permesso di iniziare una carriera, a soli 18 anni con il quartetto Mida, (con il quale giro' parecchio anche all'estero) che e' terminata solo lo scorso anno, con la pubblicazione di Ho sognato di cantare; dal dopoguerra si e' affermato come uno dei piu' completi autori e interpreti della canzone napoletana. Tra i brani piu' famosi da ricordare  'A casciaforte, 'O ciucciariello,Anema e core.
Chi volesse scrivere qualcosa su Roberto Murolo se magari lo avesse conosciuto o fosse solo un semplice appassionato, ci invii lo scritto, lo pubblicheremo con piacere nel prossimo aggiornamento.
Vorrei scrivere di qualcos' altro, di qualcosa di diverso, ma non riesco a pensare a qualcos'altro; il pensiero mi torna di prepotenza alla guerra, a quelle povere popolazioni che senza aver commesso nessun reato saranno giustiziate dalla nostra civilità, dopo essere state vessate, spogliate da ogni dignità e distrutte dal dittarore iracheno.
Giustizieremo innocenti come i romani giustiziavano nel Colosseo i cristiani, come i nazisti giustiziarono gli ebrei nei campi di concentramento, come l'11 settembre 2001World Trade Center.
Non si puo' continuare ad essere in balìa di poche persone che si comportano come trogloditi, che si sbranavano per il possesso di una caverna o di un animale ucciso.
Noi dietro ai nostri monitor crediamo di essere tanto diversi, da quegli ominidi primordiali. Ma la differenza e' davvero minima.
Nessuno di noi e' contro l'America, un grande paese fuori da ogni retorica, ma siamo contro certe decisioni, siamo contro l'uso dell'informazione per nascondere la verità, siamo contro il prevalere degli interessi dei pochi sugli interessi dei molti.
Occhio per occhio, dente per dente:  bisogna avere il coraggio d'interrompere questo circolo perverso, almeno per distinguerci dai trogloditi.


10-03-2003
Per rinfrescare la memoria c'e' da dire che la Columbia, con i suoi numerosi sottoinsiemi e addentellati, e' una delle cosiddette major discografiche che in cinquant'anni hanno monopolizzato tutta la musica non classificabile, quella non studiata a tavolino per un mercato, quella autentica, quella che sgorga dalle viscere prima che dal cuore o dalla mente. Di culturale e filantropico la Columbia ha ben poco da spartire (diciamo niente) e dunque non spende certo i suoi soldi in progetti che non possano rendere un adeguato guadagno.
E allora la domanda sorge spontanea...
Perche' mai la Columbia ha pubblicato e presumibilmente prodotto un disco di musica tradizionale (sicuramente non l'unico), quando in altri paesi (uno a caso: il nostro) non si e' nemmeno lontanamente sognata di farlo? Lasciando il mercato della musica popolare e tradizionale (che lentamente e faticosamente ha raggiunto solo oggi dimensioni importanti), stracciato e maltrattato da un mercato della musica leggera a senso unico in grado di monopolizzare la distribuzione, facendo così scomparire la musica popolare (quella dei nostri nonni)?
Il Giappone e' un mondo  lontanto dal nostro, lontanissimo e per certi versi incomprensibile, ma una cosa con il nostro ha in comune: la sua progressiva americanizzazione che ha raggiunto livelli molto, molto piu' alti e dirompenti del nostro, creando anche là modelli culturali forti. Ma il Giappone sappiamo avere anche una profondissime e lontanissime tradizioni, tutt'oggi sorrette da grandi feste e parate che coinvolgono milioni di persone.
E alla fine le ipotesi plusibili sul perche' una grande società come la Columbia pubblichi musica popolare giapponese, si restringono a due.
La prima risposta e' che le istituzioni giapponesi abbiano, nel corso del dopoguerra, sostenuto e promosso il mercato della musica popolare, parallelamente all'altro e che oggi esista un mercato di musica popolare forte, interessante anche per una major discografica come la Columbia.
La seconda risposta, forse la piu' affascinante e vera, e' quella che vede la tradizione popolare giapponese talmente forte e radicata, con la volontà da parte dei padri e dei nonni di tramandarla di padre in figlio, da non essere scalfita da un mercato becero e arrogante come quello della musica di consumo e anzi, alla fine, così forte che ha potuto interessare anche le major discografiche.
Il risultato e' comunque che la musica tradizionale, in Giappone, non vive come una Cenerentola in perenne stato preagonico, ma e' ben presente nella mente dei cittadini di tutte le età  nella loro vita quotidiana, come sarebbe giusto che fosse in ogni società moderna che avesse a cuore la propria memoria culturale.


28-02-2003

Purtroppo la guerra si sta avvicinando sempre di piu'. Una guerra che ci coinvolge direttamente.
Perche' guerre nel mondo ce ne sono altre, semplicemente sono dimenticate da un'informazione basata sul sistema televisivo mondiale, vuotamente sensazionalista e perverso.
Da questa guerra, da tutte le guerre, gli unici perdenti saranno le popolazioni, le piu' povere, quelle affamate e sfruttate dal mercato libero che di libero ha solo il principio che il piu' ricco uccide il piu' povero, con una ricchezza accumulata dallo sfruttamento nel corso dei secoli, ottenuto con altre guerre.
Privilegi strappati con la forza, immense ricchezze, giacimenti e risorse appannaggio di ricche società occidentali, che dallo schiavismo prima al colonialismo poi si sono impossessate di territori da sfruttare anche lontano migliaia di chilometri, impiantando la propria cultura a f------orza e spazzando tutto cio' che trovavano, senza rispetto dell'uomo sull'uomo.
L'inizio del libro di Marco Boccitto dal titolo Mother Africa e i suoi figli ribelli, pubblicato da Theoria nel 1995, illustra bene la situazione africana.
Se la musica valesse un tanto al chilo o al barile, con un prezzo fissato in base alla qualità, tutti in Africa se la passerebbero molto meglio, Ma i se non sono commestibili, così la musica al massimo continua a sfamare lo spirito e l'immaginazione, L'Africa del resto e' ricca anche di caffe', arachidi, diamanti, bauxite e quant'altro, ma cio' non sembra giovargli piu' dei suoi immensi giacimenti di ritmo. Quindi se pure la musica fosse cacao, non basterebbe. Ci vorrebbe anche un minimo di correttezza nei rapporti che si snodano tra la terra, il contadino e la barretta di cioccolato. Il prezzo lo decide chi compra. Il Camerun svende il suo caucciu' a una multinazionale, poi riacquista un pneumatico che a Younde' vale quattro stipendi medi. Le materie prime in uscita valgono sempre meno, le merci d'importazione finite, sempre di piu'. Non c'e' sviluppo possibile, così, ma solo un'Africa spolpata due volte: dall'interno, a forza di dittature feroci e corrotte, da combriccole di ladroni messi lì a sorvegliare gli interessi occidentali e a godersi le briciole; dall'esterno con l'invadenza dei Paesi ricchi, quindi industrializzazione coatta, accordi commerciali drogati, pirateria genetica legalizzata che sfrutta gratuitamente ambienti e patrimoni naturali sguazzando nella totale mancanza di leggi in materia. E poi rifiuti tossici vaganti, pochi e scellerati investimenti, traffico d'armi, di mano d'opera a buonissimo mercato, traffico di organi, di bambini e di calciatori... "L'Africa non ha assi nella manica", scrive Breyten Breytenbach. "L'Africa non ha piu' maniche". La musica, almeno quella che col tempo ha dimostrato di poter coltivare velleità commerciali, evidentemente fa parte di tutto questo. L'assenza di strutture e le malversazioni economiche diffuse la rendono debole, vulnerabile, come una qualsiasi altra risorsa. Negata, rubata o sprecata da chi non la capisce, ma vissuta fino in fondo dalla gente.
Con la speranza che l'idiozia umana possa, un giorno avere termine.


20-02-2003
Quando facevo il giornalista sul serio (??) mi convocavano a festival e concorsi come giurato e a quello dei Buskers di Pelago (non mi ricordo di quale anno) mi trovai in giuria con Roberto Leydi e Franco Fabbri.
Furono tre giorni in cui ebbi il compito soprattutto di scarrozzare Roberto un po' in giro, perche' allora avevo una piccola cabriolet e lui si godeva il sole e il vento di luglio con la capote abbassata andando dall'albergo al festival, che distava qualche chilometro sulle colline di Vallombrosa, in provincia di Firenze. Alla fine ci lasciammo con amicizia e il desiderio (soprattutto mio) di rivederci.
Così fu, credo l'anno successivo, che andai a casa sua a Milano per avere qualche consiglio su una mia idea basata su una bassa insinuazione (come dicevo io): insinuare appunto che la polifonia occidentale (e dunque contrappunto e notazione) fosse nata in Spagna durante la dominazione musulmana e che l'Occidente l'avesse importata e se ne fosse appropriato nei secoli successivi, spacciandola per propria.
Roberto ebbe a dirmi che era stimolante, ma che non esistevano prove provate (un pezzo di carta o qualcosa di simile) ma che era "nell'aria" da sempre e gli piaceva l'idea di "rompere" a quelli dei conservatori.
Insomma, per farla breve, mi dette alcune dritte e alla fine, nel 2000, e' nata una pubblicazione, con cd audio allegato, dal titolo Un'altra musica, in sostanza un percorso storico-culturale sulla nascita della musica Occidentale che non vuole essere specialistico, ma semplicemente divulgativo.

Stefano Cavallini
note
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