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pagina dedicata agli scritti di Franco Galleschi


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20.04.2002
I Seghieri a Livorno : l'emigrazione dei tortai altopascini tra le due guerre.

jpeg seghieriInternet, si sa, spinge a raccontarsi: i cosiddetti "siti personali" costituiscono ormai una percentuale notevole delle presenze in rete e, nella maggior parte dei casi, riflettono gusti, passioni e manie di bassissimo livello culturale, quando non vere e proprie depravazioni. L'inutilità è spesso il loro segno distintivo; ad essa si accompagna. solitamente, un autobiografismo superficiale sul piano filosofico e sciatto su quello letterario.
Non tutto, naturalmente, è così, ma le poche eccezioni non sono sufficienti a far comprendere le enormi potenzialità che i nuovi media avrebbero in questo campo, in particolare muovendosi sul filo della memoria. Parlare liberamente di sé, dei propri ricordi, dei ricordi dei propri nonni, delle attività scomparse, dei luoghi spariti è un modo di cominciare a costruire dal basso la nostra storia comune, come sommatoria di tante storie individuali.
E' chiaro che tutto ciò deve essere fatto in una logica di condivisione e di scambio con i potenziali lettori, abbandonando ogni narcisismo velleitario e cercando invece di trovare nelle vicende narrate o illustrate un respiro universale, riconoscibile da chiunque.
L'esempio che si porta di solito è quello di Michel de Montaigne, che fece dell'autobiografismo lo strumento d'indagine principale per la propria opera di filosofo e di moralista. Senza arrivare a tanto, bisogna comunque osservare che, secondo alcuni, l'autobiografia è una vera e propria arte, da coltivare con metodiche affatto particolari.
Chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, può collegarsi al sito della LIBERA UNIVERSITà DELL'AUTOBIOGRAFIA DI ANGHIARI, fondata nel 1998 da Duccio Demetrio (professore di pedagogia all'Università di Milano). L'iniziativa, nata sulla scia della vicina esperienza dell'Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, mira soprattutto a formare, attraverso corsi e seminari, delle figure di educatori autobiografi, vale a dire operatori in grado di aiutare a scrivere la propria biografia chi, per vari motivi, non sia in grado di farlo in modo autonomo. L'impostazione generale è di tipo prevalentemente pedagogico/filosofico e orientata al sociale (promozione dell'autostima in anziani, disabili, giovani in situazioni di disagio, ecc.).
Sebbene non pensati in modo specifico per orientare la scrittura autobiografica in rete, i seminari che si svolgono ad Anghiari possono comunque essere utili a chi desidera cominciare a scrivere consapevolmente in questo campo.
Decisamente indirizzata verso Internet è invece la rubrica RACCONTARSI IN RETE, tenuta da Ada Ascari sul portale "SUPEREVA": sebbene sia organizzata in modo un po' farraginoso e ospiti anche materiale di basso livello letterario o infelici tentativi autopubblicitari di aspiranti scrittori, è tuttavia interessante per i numerosi link a iniziative, seminari, esperienze che si rifanno al tema in questione.
Ma raccontarsi non significa soltanto parlare consapevolmente di sé, ma anche semplicemente testimoniare quella che è stata l'esperienza esistenziale, lavorativa, affettiva di persone a noi vicine, ora scomparse. In questo caso l'elaborazione formale diventa meno importante, o si può addirittura preferire che venga evitata. Si tratta invece di restituire, senza troppi filtri, la vita di un altro, magari servendosi di documentazione originale da lui prodotta o raccolta e di cui noi siamo in possesso, ad esempio, per lascito familiare: diari autografi, fotografie, ritagli di giornali, ecc.
In questa tendenza si inquadra un curioso fenomeno che si sta affermando in Internet: accanto ai "siti personali" di cui si è detto, capita sempre più spesso di imbattersi in siti commerciali, i cui creatori, anziché limitarsi a pubblicizzare l'attività svolta attualmente, cercano di arricchire le pagine web con una storia della propria famiglia e del proprio negozio, di come questo si sia tramandato da una generazione all'altra e di quali siano le sue peculiarità artigianali. Il tutto corredato spesso da foto d'epoca.
L'interesse di queste pagine (sia pure dettate da ragioni prevalentemente commerciali) è indubbio, perché illumina su aspetti minori e poco conosciuti della cultura materiale e popolare.
Un esempio notevole (sebbene il sito sia realizzato in modo piuttosto rudimentale), è quello del TORTAIO SEGHIERI di Livorno.
Dire "Seghieri", a Livorno, è come dire "torta di ceci", che è l'equivalente della "farinata" genovese. Ma per chi non conosce né l'una né l'altra, la cosa non appare molto significativa. Eppure si tratta di un vero emblema della cultura popolare livornese, forse più del notissimo cacciucco (se ne può trovare la ricetta sul nostro sito, cliccando qui).
Tipico piatto povero di area mediterranea, la torta può vantare origini millenarie, risalenti forse alle truppe romane che occupavano Genova. Ma sicuramente, nel Medio Evo, furono determinanti per la sua diffusione l'apporto degli Arabi e quello delle Repubbliche Marinare.
Oggi la torta di ceci (o farinata) è presente in tutta la fascia costiera che va dalla Bassa Maremma fino alla Costa Azzurra (dove è nota col nome di socca): se Genova è indubbiamente il suo luogo d'origine, Livorno è - come scrive Santini - la sua seconda patria.
Ma la storia livornese della torta non sembrerebbe risalire a più di un secolo fa, e, soprattutto, non viene, come si potrebbe immaginare, dalla vicina Pisa (dove forse era presente fin dai tempi della Repubblica Marinara), ma bensì da Altopascio. Si inquadra dunque in quell'ampio movimento migratorio relativo al comparto alimentare/ ristorativo (cuochi, osti, tortai, fornai) che ha caratterizzato, nella prima metà del Novecento, il territorio di Altopascio, e che è difficile non mettere in relazione con le importantissime tradizioni medievali di ospitalità, rappresentate dai Cavalieri del Tau.
Per quanto riguarda i tortai, il periodo d'espansione si colloca soprattutto negli anni 1910-1920, quando famiglie altopascine sono attestate non solo in Toscana (Livorno, Portoferraio), ma anche altrove (La Spezia, Bologna). A Livorno, in particolare, furono i Seghieri, a importare (o comunque ad affermare) la torta di ceci: Ottavio, il capostipite, si trasferì da Altopascio a Livorno nel 1910 e dette inizio a una dinastia, cui sono legate, più o meno direttamente, molte delle più famose botteghe attualmente presenti in città: "Cecco" (figlio di Ottavio, oggi gestita dalla famiglia Casotti), "Seghieri" (gestita da Vittorio, bisnipote di Ottavio), "Gagarin" (soprannome del Brizzi, ex-lavorante di Elio Seghieri).
Tutte queste notizie, insieme ad alcune foto d'epoca, Vittorio ha deciso di raccoglierle e pubblicarle sul suo sito, facendone così non un mero strumento pubblicitario, ma una testimonianza di storia (solo apparentemente) minore: quella del tortaio Seghieri e di una Livorno popolare ormai scomparsa. Una Livorno che, per sfamarsi, si accontentava del famoso "cinque e cinque": cinque centesimi di torta e cinque di pan francese, acquistati per strada.

Franco Galleschi

P.S. - Il titolo dell'articolo intende suggerire un possibile argomento per una tesi di storia economica, della quale non mi risulta, a tutt'oggi, l'esistenza.
2° P.S. - La foto risale al 1954 e ritrae (da sinistra): Alfredo Seghieri (figlio di Ottavio), Valentina Bellandi (moglie di Elio), Tullio (garzone di bottega), Elio Seghieri (figlio di Alfredo), Rinaldo Bianucci (addetto alla cottura); il luogo è la bottega di via E. Rossi, 19 (ancor adesso esistente).

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30.03.2002
Cos'è un uomo? Cos'è un uomo, da vivo?

Consumatore passivo
al servizio delle multinazionali, massa critica per qualche movimento di opposizione, carne da cannone per guerre più o meno sante, o altro ancora a seconda degli schemi ideologici di volta in volta applicati.
E poi, dopo morto?
Medaglia al valore per conflitti terzomondisti, record sepolto in un computer con tanto di consenso al trattamento dei dati, foto ingiallita in un ovale su una tomba. Soltanto questo? - si potrà obiettare. No, naturalmente: una visione non strettamente materialistica aprirà altri orizzonti. Ma anche restando entro confini piu' circoscritti, c'è tutto un universo di affetti, di empatie, di relazioni intellettuali difficilmente dispersibile nell'immediato.
Poi, però, il tempo, come la risacca, si porta via le conchiglie dalla spiaggia e ne reca di nuove: nuovi abitanti per questa terra, ignari di coloro che se ne sono andati e di chi li ha conosciuti.
Le generazioni si allungano, rendendo problematica l'intercomunicazione; i nuovi media, in cui alcuni vedono possibilità insperate, per altri costituiscono barriere insormontabili.
Perché è così difficile trasmettere l'eredità di un uomo qualsiasi ? La risposta più semplice che si può dare è che a nessuno (esclusi forse i più diretti amici e parenti) la cosa interessa. Si dovrebbe invece cominciare a capire che ogni singola esperienza umana rappresenta un patrimonio collettivo e che la sua trasmissibilità costituisce un imprescindibile arricchimento della storia di tutti. Far questo significa, a sua volta, ribaltare il concetto tradizionale di Storia con la "S maiuscola", per fondare una storia autenticamente popolare, capace di dialogare con la tradizione e con la cultura materiale. Non si tratta soltanto di dar conto (come già è stato fatto abbondantemente) della vita quotidiana ai tempi di Dante o del Re Sole, ma di scavare nelle singole biografie di persone normali e raccontarle.
Alcuni storici francesi si sono già posti su questa strada, ma una lettura interessante può essere, in tal senso, anche il Baudolino di Eco, che, non a caso, da appassionato medievista, ha voluto raccontare il continuo intreccio fra storia alta e storia bassa
Si veda, ad esempio, la vivacissima narrazione della fondazione di Alessandria vista praticamente con gli occhi dei singoli cittadini, come lo Scaccabarozzi. Costui era forse meno importante del Barbarossa, suo contemporaneo? E mio nonno Bartolommei lo era meno di Buñuel, cui assomigliava come una goccia d'acqua ? Perché dobbiamo continuare a costruire la storia intorno ai berlusconi di turno? Interrogativi retorici, com'è ovvio, legati ai meccanismi del potere, che sempre hanno condizionato gli storici. Eppure l'altra storia, quella delle persone comuni, sta cominciando a conquistare i suoi spazi, anche se in modo caotico e talvolta discutibile.
Internet, ad esempio, porta in rete di tutto: da improbabili autoepitaffi, destinati post mortem alla manutenzione di qualche webmaster di buon cuore, a musei personali dedicati alle proprie viscerali passioni. Chi, spinto come il sottoscritto dall'amore per la cartografia antica, si collegasse con il sito MAPPE DI CITTA, troverebbe un professionista ammalato di cancro e frustrato dai rapporti familiari, che ha scaricato in rete tutta la propria collezione di carte antiche, comprendente buona parte del magnifico Civitates Orbis Terrarum di Braun e Hogenberg.
Il panorama è dunque assai vario e le motivazioni che spingono verso questi aneliti di immortalità non sono sempre delle piu' nobili: una lettura interessante in proposito (anche se forse troppo pessimistica) è l'articolo di Giacomo Papi LE ROVINE DI INTERNET. La sua tesi èche Internet èormai una discarica basata sul principio della raccolta indifferenziata e popolata di fossili viventi, siti cioè che, dopo la morte dei loro creatori, sono stati abbandonati a se stessi. Ma lo stesso Papi, che è un redattore della rivista DIARIO, ha poi corretto il tiro, scorgendo altre possibilità nella rete e facendosi promotore di un progetto di notevole interesse dal titolo LA MEMORIA LUNGA: se ne può leggere, allo stesso indirizzo, anche il forum che l'ha generato. L'idea è quella di raccogliere, esclusivamente via e-mail, racconti di racconti, cioè testimonianze di ciò che i nostri nonni (o i vecchi in generale) ci raccontavano (più che nostri ritratti attuali di essi). Papi insiste giustamente sul carattere concreto, materiale che devono avere questi racconti e afferma che siamo davanti a un progetto ambizioso: il primo tentativo di storia via e-mail, legato al filone di ricerca della tradizione orale. Naturalmente la novità non è assoluta: come ha fatto notare nel forum una redattrice del portale SUPEREVA le iniziative sono già molte e alcune di lunga data: la Toscana vanta, fra l'altro, due istituzioni importanti come l'Archivio Diaristico di Pieve S. Stefano e la Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari.
Per chi fosse interessato, questi e altri link sono reperibili nel FORUM citato, al 28-1-02 (raccontarsi). attraverso un personaggio picaresco sempre al centro dei grandi eventi.

Franco Galleschi

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10.03.2002

Mio nonno assomigliava a Buñuel
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Mio nonno assomigliava a Buñuel. Ma alla sua morte nessun giornale gli ha dedicato un "coccodrillo". Forse perché non ha mai girato un film; e, per problemi di vista, credo sia anche andato di rado al cinema.

Eppure ha lavorato duro tutta la vita: si spaccava le mani e la schiena a rattoppare per l'ANAS le strade della Val di Cornia, e quel poco di energia che gli rimaneva la spendeva come manovale in qualche cantiere o sui campi come bracciante. Ma per il resto era simile a Buñuel, avevano perfino la stessa età: entrambi nati nel fatidico 1900, l'uno a Calanda, in Aragona, l'altro a Suvereto, in Maremma.

Si definiva socialista, ma certo negli ultimi tempi doveva essere disgustato dal craxismo imperante. E in realtà credo fosse più anarchico che socialista. Chissà cosa avrebbe pensato del film "Las Hurdes", se avesse potuto vederlo. Era di famiglia contadina, mio nonno. Mezzadri, naturalmente. Ma erano in troppi per il podere di cui disponevano e presto fu costretto a uscire di casa: dopo il matrimonio con mia nonna provò a mettersi in proprio come mezzadro, ma l'impegno era eccessivo.
Già allora, benché giovane, la vista lo tradiva. E il resto lo faceva il vino. Dovette lasciare il podere e si mise a fare lo stradino. Fu questo il suo lavoro per quasi tutta la vita; ma spesso tornava sui campi per aiutare amici e parenti nella vendemmia o in qualche altra attività stagionale. Si faceva pagare in natura, per arrotondare il bilancio di casa.
A volte gli bastava un po' di vino. E le sbornie erano frequenti, per la disperazione di mia nonna. Sbornie "tristi", spesso, ma in qualche caso anche "allegre". E allora cominciava a cantare di poesia: strofe estemporanee in ottava rima, nella migliore tradizione toscana.
Senza conoscere il Berni, si autodefiniva bernesco, il che, per lui, era come dire: di umore imprevedibile, inaffidabile, portato alle facezie.
Era arguto, mio nonno, e gli piaceva "giocare" con le parole, inventarsele, storpiarle. Si era creato una lingua propria, un vernacolo maremmano infarcito di "fiorentinismi" caricaturali, rivolti soprattutto alla derisione dei cosiddetti bagnanti, che, durante l'estate, calavano in massa dal capoluogo verso la costa degli Etruschi.

"Vu' ssète buffetti! " - era il suo modo di apostrofarli. Ma "buffetti", nel suo gergo, erano tutti coloro che lo infastidivano o turbavano la quiete della sua pipa. Quando, ormai in pensione, trascorreva le giornate sotto il pergolato, lo si sarebbe detto in possesso di una atarassia quasi olimpica: un sovrano distacco dal mondo, che si esprimeva ogni tanto in frasi lapidarie e sibilline o in scampoli di saggezza popolare.
"Il mi' cervello è diviso 'n tre cassetti: due son voti, e 'l terzo 'un c'è niente! " soleva dire. Ma non era vero: c'era poca erudizione, indubbiamente, ma, in compenso, si sarebbe trovato in quei cassetti un'intelligenza sottile e penetrante, un gusto dissacratorio, un sarcasmo feroce, che erano poi i veri connotati (al di là di quelli fisici) che lo avvicinavano a Buñuel.
Quando qualcuno lo inquietava, lo preavvisava di una possibile reazione, toccandosi l'occhio destro e dicendogli: "Lo vedi, quest'occhietto che balla? ". L'"occhietto ballerino", di cui si fregiava, era un po' il simbolo di una vena di follia alla Ligabue, che gli piaceva pensare di possedere.
Ma si trattava piuttosto di un certo anticonformismo, di una certa insofferenza per le regole: il gusto, tutto buñueliano, di "épatér les bourgeois". Come quando diceva che il suo piatto preferito era una fantomatica minestra di ghelle e pungitopi, i cui ingredienti lasciavano sconcertati gli uditori.

A parte i cibi inventati, era un grande mangiatore di pappa al pomodoro, "zonzelle " (pasta di pane lievitata e fritta, magari con ripieno d'acciughe) e "migliacci " (frittelle fatte con una pastella molto liquida di farina di frumento). Detestava l'aceto, che considerava un tradimento del vino. Ed era ghiotto di quello che chiamava pane alla mi' moda (una specie di panzanella con parecchia cipolla). Quando ne divorava una quantità eccessiva, sosteneva che quel giorno aveva mangiato troppoli (voce dialettale che sta per "sgabelli o tronchi di legno utilizzabili come tali").

Il gusto della creatività linguistica sembrava provenire in lui direttamente dalla tradizione della novellistica toscana del Trecento: Boccaccio, Sercambi e soprattutto Sacchetti.
Negli ultimi anni era completamente cieco e forse stanco di vivere: io però lo vedevo come una via di mezzo tra Brassens (per la pipa e i calembours), Borges (per la cecità), e Buñuel (per la somiglianza fisica e l'anarchismo).
Era comunque uno spirito libero, e, nella mia mappa cromosomica, credo, per alcune cose, di essergli debitore.

Per questo continuo a meravigliarmi che, alla sua morte, nessun giornale abbia pensato di dedicargli un articolo.

Franco Galleschi

P.S. Questo articolo è dedicato non soltanto a mio nonno, ma anche a quanti ritengono che la storia possa e debba essere riscritta dal basso, per non disperdere la nostra memoria collettiva, fatta prevalentemente di tradizione orale.

20.02.2002

L'utopia possibile

L'unico effetto positivo della guerra in Afghanistan è stato quello di ridestare l'interesse degli occidentali verso la cultura islamica: sui canali televisivi si sono moltiplicati i talk-show su Maometto con il conforto dell'islamista di turno, mentre gli scaffali delle librerie si sono improvvisamente affollati di saggi storici sulla jihad.

L'interesse, tuttavia, è spesso superficiale e difficilmente darà adito a serie revisioni critiche del sistema ideologico eurocentrico, di cui siamo permeati: é più probabile che la moda si esaurisca rapidamente senza lasciare tracce nella coscienza collettiva.
Eppure l'occasione sarebbe propizia per affrontare una buona volta il problema dei nostri rapporti con le culture e le religioni "altre" (tutte, e non solo quella musulmana).

Ciò costituirebbe la base di quella convivenza attiva tra i popoli , di cui andiamo ragionando ormai da tempo, e che richiede non solo buona volontà di operare sul piano delle relazioni umane, ma anche approfondimento storico e analisi critica .
Scrive Jacques Le Goff (nella prefazione alla collana "Fare l'Europa"):
"L'Europa si costruisce . E' una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un'Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile (...) L'avvenire deve poggiare su queste eredità che fin dall'antichità, e anzi fin dalla preistoria, hanno progressivamente arricchito l'Europa, rendendola straordinariamente creativa nella sua unità e nella sua diversità".[1]

Gli storici hanno dunque davanti a sé un grande compito: riempire di contenuti la vuota federazione monetaria, che gli economisti hanno creato. Ma nella messe di studi possibili o già avviati, si deve individuare e incoraggiare un filone più circoscritto, ma di estrema importanza: quello che centra la sua attenzione sullo studio dei luoghi e dei momenti, nei quali la civiltà europea ha saputo esprimere l'interazione armonica fra le culture, le religioni e le etnie.
Ciò è avvenuto, di volta in volta, per prassi o per idealità, per iniziativa di un sovrano illuminato o per il sentire collettivo di un popolo conquistatore, che ha rinunciato ad affermarsi con la forza, preferendo l'integrazione con i "vinti".

Si pensi a ciò che era Palermo nel X sec., durante la dominazione islamica:
"una metropoli cosmopolita, ricca di edifici e copiosa di acque, con una sinagoga in cui si radunava la più popolosa comunità ebraica della penisola italica, e dotata - a detta di 'Ibn Hawqal (...) - di una moschea principale capace di contenere più di settemila persone". [2]
O Cordoba, sempre nel X sec.:
"contava a quel che pare circa 300.000 abitanti (...) rifulgeva di marmo, di cristallo, di mosaici per i quali si era fatto ricorso ai migliori artisti bizantini (...) era ben presto prevalsa una moderata ma progressiva integrazione fra arabo-berberi da una parte e discendenti dei celtiberi, degli iberolatini, dei gotosvevi dall'altra".3
E ancora Palermo, tre secoli dopo, ai tempi di Federico II, dove la convivenza tra le culture e la loro intenzionale commistione divennero addirittura l'asse portante del grande progetto culturale del sovrano svevo.

Gli esempi potrebbero essere infiniti e la loro trattazione occupa già una bibliografia sterminata, ma dispersa in mille rivoli. Ci sembra quindi opportuno diffondere e incentivare studi specifici che si muovano nell'ottica della convivenza e che assegnino proprio ai meccanismi di integrazione il ruolo di chiave di lettura dell'evoluzione storica.
Si tratta insomma di mostrare, sul piano storico, come questi meccanismi siano stati un potente strumento di progresso, mentre, al contrario , le tendenze segregazioniste abbiano risospinto sempre indietro la civiltà.

Un simile filone di studi potrebbe far comprendere che l'utopia della convivenza attiva è tutt'altro che tale, in quanto si è già realizzata almeno in determinati contesti e che quindi è un'esperienza ripetibile e auspicabile.
Potrebbe inoltre evidenziare che la capacità di sintesi richiesta rientra a pieno titolo fra quelle doti di creatività di cui parla Le Goff a proposito dell'Europa , e può quindi diventarne uno dei connotati salienti per il futuro.

L'acquisizione di una mentalità di questo tipo è in grado di generare una cultura unificante per i nuovi cittadini europei e di colmare il vuoto delle istituzioni: sentirsi tutti partecipi e corresponsabili della costruzione di un'Europa realmente multietnica, dove , a ruoli politicamente invertiti, sta forse ripetendosi quanto era avvenuto, agli albori nel medioevo, con la conquista musulmana .
Sta a noi accettare la sfida costituita dall'essere oggi - apparentemente - i vincitori, per rinunciare ai conseguenti privilegi e farci parte attiva nel processo di integrazione.

[1] - F.CARDINI, Europa e Islam, LATERZA EDITORE, Roma-Bari 2001, pag. V (pref.)
[2] - P. CORRAO, M. Gallina, C.VILLA, L'Italia mediterranea e gli incontri di civiltà, LATERZA Editore, Roma-Bari 2001, pag. 58
[3] - F.CARDINI, op. cit., pag. 47

Franco Galleschi

P.S. Si segnala che a Pisa , presso il Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea (p.Torricelli, 2/A) , è in corso di svolgimento ,fino ad aprile , un ciclo di seminari dal titolo "Islam e Occidente: la storia e il mondo che cambia". Il prossimo incontro è previsto per il 20 febbraio p.v. e sarà tenuto da Giovanni Federico (docente all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole), che affronterà in una prospettiva storica il tema della globalizzazione economica.

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31.01.2002

Montaigne, i falafel e la convivenza attiva

Il moltiplicarsi di commissioni più o meno inutili a livello europeo e il proliferare di squallide lotte di potere intestine per accaparrarsi le relative poltrone (vedasi DS e Margherita) dimostra ancora una volta l'assenza di autentici progetti politici per l'Europa. Ciò dipende dal divorzio fra politica e cultura, del quale in altre occasioni abbiamo già parlato. Colmare questo vuoto può essere compito di ognuno di noi, purché ci liberiamo dalle facili deleghe al potere e ci prepariamo ad elaborare progetti autogestiti.
Chi scrive ritiene, ad esempio, che un valore unificante per gli europei possa essere costituito dalla cultura della convivenza attiva fra i popoli, fondata su un solido substrato popolare. Quando parliamo di convivenza attiva, vogliamo intendere un modello di scambio interculturale non solo paritario, ma deliberatamente ricercato e favorito da associazioni e (ove possibile) istituzioni.
Ma per confrontarci e scambiarci con altre identità culturali, occorre avere ben chiara la coscienza della propria: è impensabile infatti confrontarci da europei (o peggio ancora da occidentali) con un marocchino o un senegalese. Dobbiamo farlo da italiani, da spagnoli, da tedeschi, o - meglio - da toscani, da catalani, da bavaresi.
Dobbiamo recuperare il senso forte delle nostre identità locali, ma con scopi opposti a quelli ben noti di matrice nazionalista e xenofoba: non per accentuare le differenze e chiuderci dietro i nostri steccati, ma bensì per cogliere i punti di contatto e aprirci a nuove prospettive, con curiosità e disponibilità.
E', in fondo, un viaggio alla rovescia quello che abbiamo la possibilità di compiere: lasciarsi "navigare" dai movimenti migratori, i quali ci portano il profumo di terre che forse non conosceremmo mai ; e - al contempo - approfondire lo studio o la riscoperta del nostro passato, quello di cui (come dice Cavallini) siamo stati derubati.
La diversità non deve necessariamente generare diffidenza, ma perché ciò non avvenga occorre, probabilmente, l'habitus mentale del filosofo: quale antidoto ai preconcetti si potrebbe consigliare a tutti, come livre de chevet, il Viaggio in Italia di Montaigne.
Montaigne è certo un viaggiatore particolare, e (data l'epoca, 1580) modernissimo: non si porta dietro alcuna prosopopea nazionalistica, ma bensì "si conforma e si regola alla moda del luogo dove si trova". E negli Essais aggiunge : "Sazio delle nostre abitudini, viaggio non per cercare dei Guasconi in Sicilia (ne ho lasciati abbastanza a casa mia); cerco piuttosto dei Greci, dei Persiani... E c'è di più , mi par di aver trovato ben pochi costumi che non valgano i nostri". Inoltre mescola continuamente quelle che oggi si definirebbero "cultura alta" e "cultura bassa", mostrando di non ritenere la seconda inferiore alla prima. Sempre nel "Viaggio in Italia", si rammarica, ad esempio, di non aver portato la "Cosmographia" di Sebastian Münster, ma anche di non aver condotto con sé un cuoco perché imparasse la cucina del luogo.
Viaggiare, dunque, in modo stanziale, ma con gli occhi aperti sui nuovi quartieri africani o asiatici che sono ormai sorti (o stanno sorgendo) nelle principali città europee: vederne le contraddizioni urbanistiche, le istanze di ghettizzazione provenienti dal tessuto sociale circostante, e anche quelle - di segno uguale e contrario - emergenti talvolta (in un bisogno di autodifesa) dalle comunità stesse. Ma coglierne anche la vitalità e i tentativi d'espressione.
Le nostre città stanno cambiando per effetto dei movimenti migratori, ma noi europei ne scorgiamo solo i riflessi in termini socioeconomici o di ordine pubblico. Nessuno nega i problemi esistenti in proposito, ma perché non lasciarsi prendere anche dalla curiosità?
A Genova, girando per i carruggi dell'antica civitas romana, oggi si possono incontrare, le une accanto alle altre, le antiche bottegucce della fainà ligure e le nuove insegne dei falafel arabi. E, se si è appassionati di storia comparata dell'alimentazione, è facile scoprire assonanze impreviste fra queste due specialità a base di ceci tipiche della cucina mediterranea.
A Torino, nella zona di Porta Palazzo, dove le vie perdono all'improvviso la rigida linearità ortogonale sabauda, si confondono, di sabato, i tradizionali commerci antiquari del Balôn piemontese con quelli, animatissimi, degli ambulanti maghrebini.
E tutto ciò è "ricchezza", sia in senso economico sia, soprattutto, culturale.
E' l'embrione di quella nuova comunità europea , che non avrà bisogno di maiuscole per contare sulla scena mondiale, ma solo della collaborazione fattiva e convinta di tutti coloro che vi risiederanno.

Per inquadrare il tema dell'immigrazione nella sua globalità e per un'analisi dei suoi apporti alla nuova imprenditorialità, si può (nonostante il nome infelice) consultare il sito STRANIERI IN ITALIA, con l'avvertenza che ospita anche posizioni ufficiali e non condivisibili.
Per le mutazioni genetiche delle città europee sotto la spinta dei movimenti migratori si veda invece l'interessante capitolo dedicato a Manchester nell'ultimo numero della rivista "Slow" (n. 24, SLOW FOOD EDITORE), e intitolato LE CITTÀ' PLURALI.

Franco Galleschi

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16.01.2002

Una nuova cultura europea per il terzo millennio

L' ¤ ra d¤ ll'¤ uro ¤ ' app¤ na iniziata ¤ già ha fatto l¤ prim¤ vittim¤ : m¤ ntr¤ in Italia B¤ rlusconi assum¤ l'int¤ rim d¤gli ¤ st¤ ri, all'¤ st¤ ro ci si torna a int¤ rrogar¤ sull'affidabilità d¤ ll'Italia. L'U¤ si divid¤ tra ¤urosc¤ ttici ¤ ¤ uro¤ ntusiasti , ma pochi colgono la v¤ ra ¤ ss¤ nza d¤ l probl¤ ma.
E il problema non è la competizione col dollaro o la tenuta dell'euro sui mercati valutari, ma bensì la totale assenza di un progetto politico e culturale comune dietro alla facciata monetaristica dell'Unione Europea.
D'altro lato, con la guerra in Afghanistan si sono colti - nella politica di Bush - segnali inquietanti di una volontà di scavalcamento dell'Europa per stabilire nuovi rapporti di alleanza con Russia e Cina, che consentirebbero agli USA e alle multinazionali statunitensi di dipendere meno da un partner troppo preoccupato (tutto è relativo, naturalmente !) degli aspetti ambientalistici e solidaristici (vedasi protocollo di Kyoto).
C'è insomma una fragilità della posizione europea sullo scenario mondiale, cui è possibile rispondere solo con una forte iniziativa sul piano culturale.
Se si ammette, dunque, che l'identità europea sia un valore difendibile, occorre anzitutto ricercarne le radici storiche e su queste costruire una consapevolezza oggi mancante. Capire ciò che è stata, nel suo passato, l'Europa può aiutarci a costruire progetti nuovi per il futuro, favorendo - soprattutto nei giovani - nuove aperture mentali e capacità critiche.
Dobbiamo partire dall'idea che, accanto a momenti bui, quali la Santa Inquisizione o l'Olocausto , l'Europa ha visto anche, nel corso della sua storia, momenti luminosi di convivenza armonica tra le etnie, di sincretismo culturale prodigioso, di rispetto profondo tra le religioni. In certi luoghi (il califfato di Cordoba, la Sicilia di Federico II, la Livorno del '700) ciò ha prodotto addirittura una sintesi senza pari nelle arti , nelle lettere e nelle scienze, proprio in virtù dei molteplici apporti cui la società era aperta.
L'Europa ha dimostrato talora come la convivenza tra popoli diversi non sia solo un fatto di tolleranza, ma costituisca bensì la conditio sine qua non per il progredire dell'intera umanità. La convivenza non va dunque né evitata, né subìta, né tollerata : va bensì ricercata e auspicata con tutte le nostre forze, perché solo dallo scambio fra le culture può derivare il progresso.
Se comprendiamo questo, ci rendiamo immediatamente conto delle chances offerte dalla globalizzazione e dai movimenti migratori del XX e XXI sec. Mai come oggi gli europei hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con altre culture, religioni, etnie, e mai come oggi la stanno sprecando a causa dei movimenti xenofobi o delle politiche restrittive dei vari governi.
Eppure il ruolo storico dell'Europa è stato anche questo: fare da crogiuolo alle diversità e da esse produrre arte, ricchezza e saperi materiali. Quando si è incamminata su altre strade (il nazismo, il colonialismo), ha generato solo mostri, difficili da estirpare.
Il contenitore ancora vuoto dell'unità europea (peraltro parziale) può e deve essere riempito con questa rinnovata missione . Ma per far ciò occorre guardare in modo nuovo ai fenomeni migratori: non solo senza xenofobia, ma anche scevri da qualunque tolleranza ipocrita o dalla benevolenza pragmatica di chi pensa che gli extra-comunitari ci servano solo a coprire posti di lavoro, cui gli europei non sono più disponibili.
Occorre partire invece dall'idea di arricchimento: arricchirci della musica altrui, dell'arte altrui, della cucina altrui, e scambiarli con le nostre; e forse, in qualche caso, scoprirle anche diacronicamente simili.
Capire che a volte gli altri sono ciò che noi eravamo, magari in un passato da emigranti, neanche troppo lontano nel tempo , ma inesorabilmente rimosso dalla nostra memoria collettiva.
In questa prospettiva la cultura popolare può costituire un valido tessuto connettivo, in quanto naturalmente dotata di elementi unificanti, meno presenti nella cultura aulica.
Per un approccio filosofico e antropologico al problema, possono essere interessanti le trasmissioni televisive del progetto Abitare il 2000, con contributi di G.Vattimo e G.Davico Bonino, mentre per accostarsi in modo più ludico alla cultura materiale interetnica (soprattutto cucina e musica), si può cliccare su The CousCous Clan.

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03.01.2002
Scuotere le coscienze

Qualche mese fa, nella sua rubrica "Diario di un miscredente", Stefano Cavallini
Per chi non lo ricordasse (o non avesse a suo tempo letto l'articolo), la materia drammatica è fornita dal percorso di autocoscienza dell'Autore, in evidente sovrapposizione con l'io narrante.
Partendo da un'accettazione acritica del modello ideologico occidentale (secondo il quale è normale che il 20% della popolazione mondiale consumi l'80% delle risorse disponibili e che , di conseguenza, nel resto del mondo, ci siano fame, guerra e miseria), egli arriva, poco a poco, a mescolarsi alla realtà fino a quel momento negata, fino a farsene quasi fagocitare.
Lo ritroviamo così, in preda alla febbre (una specie di infezione morale) , in una putrida camera d'albergo di un paese del terzo mondo, dove giungono gli echi delle torture e delle esecuzioni sommarie riservate agli oppositori politici dal regime dominante.
In un crescendo di allucinata violenza verbale/descrittiva, l'Autore giunge a rinnegare la propria appartenenza di classe (la media borghesia statunitense) e i suoi alibi morali, per farsi carico di una realtà ben più complessa, dove niente è dovuto al caso, ma bensì alle nostre responsabilità, in quanto occidentali, verso il resto dell'umanità.
Perché, se è vero che responsabili lo siamo collettivamente, non lo siamo certo di meno
sul piano individuale: si può anzi dire che proprio questo è il tema forte di Shawn, quello che sembra ispirare e giustificare la crudezza di alcune pagine . Ecco dunque rivelarsi un fine quasi "agit-prop": quello di scuotere le coscienze assopite del proprio pubblico di riferimento, costringendolo a una revisione critica delle proprie certezze.
Ma revisione non significa, di per sé, azione. Come sottolinea Goffredo Fofi nella postfazione, l'Autore si ferma sulla terribile soglia, sospeso fra autocoscienza e azione, e documenta di fatto l'ennesimo fallimento, sul piano pratico, di un intellettuale newyorkese, rinviando (ad altri?) l'attuazione di ciò che non è stato capace di realizzare.
Si può dunque affermare che, là dove finisce (forse) la falsa coscienza
dell'individuo, inizia senza alcun dubbio la falsa coscienza dell'artista
.
Resta peraltro il fatto che il potenziale choc emotivo, indotto dal testo sui lettori o sugli spettatori, è sicuramente notevole; ed è questa la ragione per cui, con Cavallini, ci siamo soffermati a pensare alla sua eventuale utilizzazione a tale scopo.
La domanda è: diffondere (in forma filmica o anche in rete) un'opera di questo genere può aiutare almeno una piccola parte dei suoi fruitori (in particolare i giovani) a maturare una coscienza critica nei confronti dei nostri immarcescibili dogmi occidentali? E questa coscienza critica è in grado di determinare, almeno in un'ulteriore minoranza, delle scelte di vita conseguenti?
Purtroppo le mie opinioni al riguardo sono abbastanza pessimistiche, soprattutto in relazione al secondo punto. Infatti, se da un lato la sensibilità a questi temi comincia ad essere relativamente diffusa (soprattutto all'interno di quell'area di movimento che definiamo genericamente "no-global"), dall'altro la partecipazione attiva si limita spesso a qualche manifestazione di piazza o al sostegno economico (pur sempre lodevole) a qualche associazione umanitaria.
Ciò che risulta difficile chiedere (agli altri e a noi stessi) sono le svolte radicali, quelle con le quali ci si chiude la porta alle spalle e si parte: senza certezza di ritorno, senza garanzia di sopravvivenza, pronti alla condivisione totale. Solo in questo modo la fame e la guerra cessano definitivamente di essere un problema teorico: è la scelta di Gino Strada, e di pochi come lui.
Scelte di questo tipo richiedono un coraggio che la maggior parte di noi, in occidente, non ha; e poco possono, in tal senso, le spinte emotive provenienti dalla lettura di testi come quello di Wallace Shawn, se non a replicare in altri i fallimenti esistenziali e le frustrazioni politiche descritte dall'Autore.
Ben più illuminanti sono sicuramente le opzioni di vita sopra esemplificate, ma destinate purtroppo a rimanere fenomeno di élite, largamente minoritario sul piano politico, e quindi scarsamente influente sulle decisioni dei governi.
Il quesito assillante per l'intellettuale che non si rassegni, nonostante tutto, a definirsi dégagé diventa allora: se partire (o convincere a partire) è così difficile, che cosa si può fare qui e ora per aiutare, anche concretamente, un processo di riavvicinamento fra i popoli e di redistribuzione delle ricchezze su scala mondiale?
Forse più di quanto molti di noi pensino, purché ci sia la capacità di riannodare lo straordinario portato culturale della storia europea con le nuove occasioni offerte dai movimenti migratori e dai supporti tecnologici del XXI secolo.

Franco Galleschi commentava una breve opera di Wallace Shawn, intitolata "La febbre". Si tratta, in base alle scarne note di regia poste come epilogo, di un testo teatrale destinato ad essere rappresentato in luoghi non canonici e rivolto a piccoli gruppi di spettatori, con finalità che potremmo quasi definire di agitazione politica.

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17.12.2001
La coscienza critica

Anni fa, durante le nostre abituali diatribe musicologiche (ma non solo), un comune amico - mio e di Stefano Cavallini - soleva svolgere un ruolo di coscienza critica, rivolgendoci provocatoriamente la domanda "Cui prodest ?".
Era un richiamo al ruolo e ai compiti dell'intellettuale e dell'artista, ma più in generale di chiunque tra noi voglia, dietro l'apparenza delle cose e delle spiegazioni ufficiali, capire "a chi giovi" veramente una determinata situazione o un dato evento.
Fare ciò significa abituarsi (o ri-abituarsi) a pensare, che è cosa sempre più rara in quest'epoca omologata e globalizzata, dove la superficialità regna sovrana.
Eppure ci sono segnali in controtendenza, che fanno sperare: il movimento no-global, pur nelle sue mille contraddizioni, è uno di questi; e fa capire come ormai ci sia una volontà di riappropriazione della politica fuori delle sedi ad essa deputate.
Ma anche all'interno di un movimento ognuno di noi deve conservare la propria capacità critica e continuare a porsi domande.
In questo spazio faremo proprio questo: domandarci e domandare, chiedendoci spesso "cui prodest ?".
Un primo esempio, dettato inevitabilmente dalla cronaca, può essere chiederci a chi abbia giovato veramente la strage delle Twin Towers. Al di là del terrorismo e di Bin Laden, il vero obiettivo della guerra è l'istituzione di un nuovo ordine mondiale, in cui Russia e Cina svolgano il ruolo di "gendarmi" del continente asiatico, dove si concentrano i serbatoi di forza-lavoro sottopagata a disposizione delle multinazionali. Inoltre la connotazione anti-islamica del conflitto (ufficialmente negata) può finire per scoraggiare i movimenti migratori di questi popoli verso l'Occidente, lasciandoli in situazioni di sottosviluppo, dove i salari possono essere tenuti più bassi.
Una lettura di questo genere, sebbene schematica, può far capire i reali interessi in gioco. La guerra diventa allora la risposta militare delegata al governo USA dalle multinazionali americane rispetto al movimento no-global. Invece di controbattere alle contestazioni con gli strumenti della politica, si preferisce optare per la scorciatoia bellica.
Ecco allora che il "casus belli" (l'attentato al WTO) finisce per dare adito a sospetti quanto alla sua matrice, e può ricordare, a noi italiani, le "stragi di stato" degli anni 70.
"Io so chi sono i mandanti" - scriveva all'epoca Pasolini - "ma non ho le prove". E rivendicava all'intellettuale il privilegio dell'intuizione storico/politica (e poetica) non suffragata da indizi.
Di una coscienza critica come quella di Pier Paolo Pasolini oggi siamo tutti orfani...

Franco Galleschi


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