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la
Venere di Willendorf
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ANTROPOLOGIA
DEL LUTTO E MORTE RITUALE NELLE TRADIZIONI POPOLARI
Dal Mito di Sisifo alla Lamentazione delle Prefiche Lucane
Il culto dei morti è da sempre elemento principale di tutte le
culture sacre subalterne popolari e presente in molti aspetti
folcloristici tradizioni ancora attuali. Questa ricerca
sull’antropologia del lutto,
ha lo scopo di individuare un archetipo comune al rituale funebre del
cordoglio e alle sue varie manifestazioni.
Uno tra i più significativi rituali del cordoglio è
quello della lamentazione funebre le cui tracce si perdono nella notte
dei tempi. Per poter introdurci nel viaggio verso i sacri lynos dobbiamo però partire
dalle tradizioni lucane, forse la regione che più di tutte ha
conservato il ricordo di questo antico rituale.
Il lamento funebre lucano ed in particolare la lamentazione professionale, è
una pratica in via di dissolvimento o praticamente già dissolta
della quale rimane solo il vago racconto delle anziane donne rivisitato
in un’ottica di malcostume o vergogna.
Ancora oggi accade che al dolore delle famiglie luttuate si unisca il
cordoglio di altre persone, soprattutto quelle che da poco son state
colpite a loro volta da un lutto, ma non si può parlare di vere
lamentatici con l’accezione arcaica del termine, è solo un modo
per rivivere e riproporre il proprio dolore personale o esprimere
cordoglio a persone che, anche se non strettamente legate da parentela,
erano comunque conosciute nel piccolo paese ove vivevano. Del resto non
possiamo dimenticarci il contesto geografico dal quale parte questa
ricerca: i paesi più interni della Basilicata ove isolamento e
arretramento fanno ancora avvertire al contadino la sua stretta
dipendenza dalle indomabili forze naturali (A. di Nola, 1976). E’
proprio questo status vivendi che ha permesso il perdurare di questi
antichissimi ricordi, poi in parte trasformati dall’influenza
cristiano-cattolica in una forma sincretica che è tipica del
Cristianesimo locale ed autoctono e che si esprime in quel
cattolicesimo popolare intessuto di influenze ed elementi pagani.
Le stesse formule verbali mettono in evidenza una morte più
simile a quella pagana che a quella idilliaca e priva di corpo
cristiana.
Così il defunto anche nell’aldilà continuerà a
condurre una vita non molto dissimile da quella terrestre "ora ti debbo
dire cosa ti ho messo nella cassa: una camicia nuova, una rattoppata,
la tovaglia per pulirti la faccia all’altro mondo, due paia di mutande
una nuova e una con la toppa nel sedere, poi ti ho messo la pipa tanto
che eri appassionato al fumo"
La lamentazione funebre poi sembrerebbe un rituale legato al mondo
agreste
"... noi contadini e le persone per bene andiamo al cimitero e
piangiamo sulle nostre tombe... le persone per bene vengono al cimitero
ma non piangono... le persone ricche piangono sì, ma non come
noi pacchiani, noi che siamo villani e contadini piangiamo di
più..."
Un particolare che ci ritornerà utile nel proseguo dello studio.
Tutto il rituale segue delle ben precise regole che fanno della
tradizione una vera e propria tecnica
del pianto. La lamentazione si presenta con un testo di
cui si sa già cosa dire,
secondo modelli stereotipati. Normalmente non appaiono elementi
cristiani, invocazioni a Gesù, alla Vergine, ai Santi, anzi...
vi è quasi una forma di protesta nei loro confronti "...oh che
tradimento ci hai fatto Gesù"
La prima fase è quella del ricordo del defunto "... o marito mio
buono e bello, come ti penso" poi il suo lavoro la lamentatrice fa
sempre riferimento al tema delle mani del morto
"... sei morto con la fatica alle mani, poi il ricordo di tempi belli
"... quanne scimme a" per poi inserire frasi sarcastiche del tipo
"... oh il vecchio che eri" per persone giovani o "... oh che male
cristiane" per indicare uomo d’abbene. Poi viene la descrizione della
condizione in cui viene a trovarsi la famiglia, così per la neo
sposa il lamento delle nozze non ancora consumate, per la vedova il
duro lavoro che l’aspetterà, per i figli la mancanza del padre
per poi avere quasi un piccolo rimprovero per la morte prematura "...
come mi lasci in mezzo alla via con tre figli".
Si passa poi al modulo "ora vien tal dei tali" che a sua volta risponde
"chi è morto?" per infine ricordare le vicende tra il
defunto e questa persona "...non ti verrà più a chiamare
alle 3 del mattino..."
Particolare importanza acquista quella che potremmo definire la mimica
del cordoglio, l’oscillazione corporea, perfettamente integrata al
suono, come in moltissime tradizioni sciamaniche afro-amerinde, con una funzione
quasi ipnogena ( E. De Martino, 1959) molto simile anche a quella delle
lamentatrici palestinesi o arabe.
Interessante è la mimica del fazzoletto agitato sul corpo del
defunto per poi essere portato al naso in una continua incessante
ripetizione dell’elemento gestuale. Anche questa gestualità
avrebbe un atavico archetipo, così infatti la ritroviamo tra le
lamentatici egizie. Qui il gesto
sembrerebbe chiaramente destinato ad una forma di protezione dal
defunto: Un solo braccio è portato verso il capo mentre l’altro
si distende avanti con la palma della mano rovesciata. Gesto che poi ha
assunto una valenza di saluto più che di difesa.
Tradizioni rituali di questo tipo sono presenti anche in altre parti di
Italia, quasi ad individuare un comune denominatore.
E’ così ad esempio simili tradizioni le troviamo in Sardegna o più lontano in Brianza ove Il curato di Casiglio scrive come
l'uso della lamentazione funebre sia ancora ben presente nel suo borgo,
ancora nel XV secolo, benché proibito, e sarà lo stesso Carlo Borromeo che, assistendo ad un
funerale a Predama, in Val Varrone, rimase fortemente
sconcertato. Le prefiche le ritroviamo nel leccese ove sono chiamate repite e nell’area abruzzese
molisana.
Tradizioni simili sono presenti anche in Valtellina ed in Sardegna. Antonio Bresciani così ci
descrive l’usanza tra le donne sarde"... sul primo entrare, al defunto,
tengono il capo chino, le mani composte, il viso ristretto, gli occhi
bassi e procedono in silenzio... oltrepassando il letto funebre... indi
alzati gli occhi e visto il defunto giacere, danno repente in un
acutissimo strido, battono palma a palma e gittano le mani dietro le
spalle... inverochè altre si strappano i capelli, squarciano
cò denti le bianche pezzuole c’ha in mano ciascuna [altro
particolare simile alla lamentazione lucana N.d.A.] si graffiano e
sterminano le guance, si provocano ad urli... a singhiozzi... altre
stramazzan a terra... e si spargon di polvere... poscia le dolenti
donne così sconfitte, livide ed arruffate qua e la per la stanza
sedute in terra e sulle calcagna si riducono ad un tratto in un
profondo silenzio..." (A. De Gubernatis, 1869) .
Nel napoletano era praticato un riepito
battuto, una lamentazione accompagnata da un battersi rituale
che terminava con l’avvicinarsi di alcune donne alla vedova che, al
suono di "ah misera te", le strappano una ciocca di capelli e la
gettano sul defunto.
E’ da quest’area che deriverebbe l’antica filastrocca
fanciullesco-popolare
Maramao, perché sei morto?
Pane e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto
e una casa avevi tu.
Come si può notare, in questa strofa sono elencate una serie di
buone ragioni materiali (di indubbio retaggio pagano) per cui il morto
non avrebbe dovuto morire, con l’intento di esorcizzare o quanto meno
stemperare il dolore e l’angoscia attraverso un modulo letterario di
lamentazione. Non solo ma lo stesso nome maramao potrebbe essere una
successiva distorsione della frase "Amara me perché sei morto"
con appunto richiami ai discorsi protetti lucani.
Il Tema dell’Offerta della
Capigliatura
Nel corteo funebre era dunque uso per le donne, una volta disciolte le
chiome, accostarsi al morto percuotendosi il petto con violenza e
abbandonandosi in un primo tempo a disordinate grida di dolore (E. De
Martino, 1958). Il termine francese di lutto, deuil, sembrerebbe mettere
bene in evidenza questo aspetto discendendo direttamente dal latino dolium che corrisponderebbe a dolere e quindi al battersi il
petto. Era poi usanza incidersi le carni, graffiarsi a sangue le gote e
gli avambracci, percuotersi, stracciarsi le vesti e i capelli.
Questi rituali altro non sono che l’atavico ricordo di antiche usanze,
così ad esempio in Grecia
troviamo che "... le donne con le chiome sciolte si accostano al morto
e percuotendosi il petto con violenza si abbandonano in un primo
momento a disordinati gridi di dolore, cui poco dopo fanno seguito i
lamenti funebri cerimoniali..."
Ancora in Geremia
"... ogni testa sarà calvata, ogni barba rasa, su tutte le mani
vi saranno incisioni...", stessa tradizione che troviamo tra i
Mirmidoni per la morte di Patroclo,
mentre nell’Alceste di Euripide il Dio della morte è
descritto mentre brandisce una spada nell’atto di tagliare una ciocca
di capelli al morto (Alceste Versi 75-78). Altre testimonianze le
troviamo in Luciano che narra
di offerte di capelli da parte delle donne durante i festeggiamenti per
la morte di Adone.
L’intera operazione fin qui descritta, la lamentazione, la
gestualità, sembrerebbe nascondere, più che un vero e
proprio dolore verso il defunto, un’operazione apotropaica di
allontanamento della morte, una tecnica indirizzata a combattere il
ritorno del defunto stesso, come testimoniato da altre usanze come
quella di bruciare i vestiti del trapassato o l’apertura delle finestre
dopo il decesso, per terminare alle interessanti frasi di chiusura del
lamento funebre "non ho più niente da dirti, non ho più
niente da farti, statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento
di tutto quello che ti abbiamo fatto" ( E. De Martino, 1959).
De Masticatione Mortorum Tumulis
– Il Cibo del Morti
Altra interessante usanza era quella di deporre del cibo nel sepolcro
per evitare che il morto, affamato, tornasse tra i vivi per
procacciarselo.
In India era uso porre due
pale di riso o di farina nella tomba, mentre i Persiani ponevano una
dose di cibo utile per tre giorni dopo i quali l’anima era
completamente lontana dal corpo (A. De Gubernatis 1969)
Spesso sulle tombe era offerto del pane, sia come nutrimento che come
simbolo di rinascita del morto nella sua novella vita. Anche i greci e
i latini commemoravano i propri morti con offerte votive di cibo e vini
sulle tombe (M. Caligiuri, 2001) proprio per placare le anime, mentre i
babilonesi e gli assiri seppellivano vasi di miele. Che il cibo reale
fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi
testi come il De Masticazione
Mortuorum in Tumulis di Michel
Raufft o la Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione
Mortorum di Philip Rohr. Qui si descriveva come il
morto, le cui scorte alimentari erano insufficienti, iniziava a
nutrirsi masticando il sudario e le sue stesse carni.
L’Abate Calmet Agustin,
parlando proprio dell’opera del Raufft
scrive che: "E’ opinione comune in Alemagna che certi morti mastichino
nelle sue sepolture e divorino tutto ciò che hanno
intorno...Egli [ il Raufft N.d.A.] suppone che cosa provata e certa
esservi alcuni morti che han mangiato gli abiti ond’eran involti, e
tutto ciò che avevano vicino e per fino divorare le proprie
carni. Egli osserva come in alcuni luoghi dell’Alemagna, per impedire
ai morti di mangiare loro, mettono sotto il manto una zolla di terra
che in altri luoghi mettono loro in bocca una piccola moneta d’argento
e una pietra e in altri casi con un fazzoletto loro stringono
fortemente la gola".
Sant’Agostino invece
parla "del costume dei Cristiani di portar su per i sepolcri della
carne e del vino con cui si facevan i pranzi di devozione"
giustificando, ma non assecondando, questa tradizione pagana facendola
basare sul libro di Tobia "mettete il vostro pane e il vostro vino
sulla sepoltura del giusto e guardativi di mangiarne e di bere in
compagnia dè peccatori".
Anche il cannibalismo diventa un modo per assicurare la seconda morte
al defunto, infatti lo stomaco diventa suo definitivo sepolcro e
sarebbe da questa interpretazione che deriverebbero diverse espressioni
popolari Italiane come "bere i morti" o "mangiare i morti"(E. De
Martino, 1959) e l’usanza del banchetto funebre. Nel giorno dei morti,
quasi riproponendo il tema della necrofagia, in molti paesi della
Penisola vengono preparati strani dolcetti a forma di ossa chiamati
appunto "ossa dei morti"(A. Romanazzi, 2003) che vengono poi regalati
ai fanciulli.
Varie usanze popolari sono strettamente connesse alle offerte di pane
al defunto. In Calabria e in Lucania si usava preparare delle fette di
pane per il morto. In particolare i calabresi usavano preparare attorno
al catafalco una tavola imbandita con pane, vino, uova e legumi. Sempre
in Calabria, a Celico, si usa porre accanto al morto un pezzo di pane e
dell’acqua (M. Caligiuri, 2001). Tradizioni simili le ritroviamo in
molte altre regioni italiane.
In Brianza, anche contro il volere del clero locale,fino al secolo
scorso si celebrava il cosiddetto pasto dei morti, una riunione
conviviale che radunava parenti e amici del morto.
Anche il pane pro anima tipico
dell’area campana avrebbe una funzione simile. L’alimento
è offerto spesso durante la veglia notturna, all’ingresso del
cimitero o della casa dei luttuati. In alcuni paesi della provincia di Bari veniva preparato direttamente
sulla bara o sulle tombe. E’ in questo sconcertante rituale di
preparazione che ritroviamo una forma mitigata di necrofagia. Cibarsi
del pane preparato sul morto o venuto a contatto con lo stesso altro
non sarebbe che nutrirsi dello stesso defunto, non solo, ma la cena
serve anche un più atavico significato. Secondo la legge della
magia simpatica ben descritta dal Frazer, lo stomaco è sepolcro
del cibo, così come il cibo trova riposo in esso il morto lo
troverà nella terra.
Da qui le numerose tradizioni popolari legate alle espressioni popolari
bere i morti o mangiare i morti.
La scelta del pane come cibo rituale poi, oltre ad ascriversi al tipico
alimento del defunto, è legata anche ad una visione rigenerativa
dello stesso, in una stretta simbiosi con la morte e la rigenerazione
del frumento o in generale dei cereali di cui è costituito.
Il Sesso e il Rapporto con il
Defunto
Interessanti sono anche le tradizioni legate al sesso.
La morte portava nella famiglia luttuata una forma di libido deficients, quell’attanassamento (E. De Martino, 1959)
con il quale termine è conosciuto nell’area lucana, nella quale
non poteva e non doveva rimanere. L’idea di una incremento della
pulsione libidica dopo la morte ha così un duplice scopo: la
riaffermazione della vita attraverso l’accoppiamento ma anche un modo
di sgomentare il morto in questo modo che fosse avvertito della grande
forza vitale che gli viene contrapposta. Del resto l’esibizione oscena
è un modo di manifestare l’energia del vivente; Freud afferma che chi dice una
oscenità sferra un attacco equivalente ad una aggressione
sessuale provocando nell’ascoltatore una reazione simile a quella che
si sarebbe generata da una vera e propria aggressione. Un atto
aggressivo che in questo caso è fatto contro il morto.
Successivamente dall’atto sessuale e dall’oscenità si passa al
riso, una forma mitigata dello stesso. Da qui la tradizione ancora oggi
espletata di raccontare durante le veglie funebri narrazioni oscene o a
sfondo sessuale che generano ilarità come attestato dai numerosi
detti popolari del tipo: "il morto non può uscire senza il riso"
o ancora: "non vi è morto senza riso" (A. Di Nola, 2003).
Nell’antichità si parla anche di danze funebri e forme di
ilarità e le danze che porteranno successivamente a quella
tradizione medievale definita danza
Macabra raffigurata su moltissime chiese e cimiteri. E’ il tema
della morte che, suonando il flauto, porta via i defunti,
successivamente interpretata con l’idea della democraticità
della Nera signora. In
realtà la morte prende il posto del flautista pagano che apriva
il corteggio funebre e che poi si tramuterà in danza birichina attorno al feretro
(A. De Gubernatis, 1869).
Una traccia che ci fa intuire l’atavica origine della ricerca della
libido la troviamo anche nel mito de ratto di Proserpina quando Iambe, serva del
re Celeo ove Demetra era ospitata, per cercare di
far ridere la sua dea, si abbandona ad una esibizione oscena. Tema
simile lo ritroviamo nel mito di Baubo
che, per raggiungere lo scopo di far bere il ciceone, tipica bevanda
del cordoglio, a Demeter
ostenta i suoi genitali generando in lei ilarità e dunque
sconfiggendo la sua inappetenza (A. Di Nola, 2003). Elementi osceni
erano presenti in molti culti dei morti. In Egitto le lamentatici spesso
portavano i seni scoperti (E. De Martino, 1959) sia in una visione di
ostentazione che come nuovo simbolo di rinascita essendo la mammella
associata al latte mammario e dunque alla novella vita. Questo
particolare è rimasto intatto fino al secolo scorso troviamo,
nel lamento lucano, l’ostentatio della madre al suo bambino in ricordo
del latte avuto e di quello perduto (E. De Martino, 1959). Moltissime
poi sarebbero le tradizioni di giochi erotico-sessuali durante la
veglia funebre. In Sardegna
c’è addirittura una figura che ha lo specifico ruolo di
suscitare ilarità ed è chiamata la Buffona (F. De Rosa, 1899) mentre
giochi a sfondo sessuale, come quello della Pulce, sono segnalati dal De Martino in molti paesi lucani.
Il Tema del Sangue e il Defunto
Il tema del sangue è da sempre collegato al morto. Il
primitivo, osservando che la perdita del misterioso fluido da una
ferita comportava un progressivo indebolimento e successivamente la
morte, mise subito in relazione questo liquido con il principio vitale
umano. Ecco così che nel Deuteronomio
troviamo il passo: "non ti nutrirai del sangue perché il
sangue e vita: e tu non devi mangiare la vita insieme alla carne" e
nella Genesi si dice:
"soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo
sangue. Del sangue vostro, anzi, ossia della vostra vita, io
domanderò conto". Il sangue è strettamente legato
al morto anche perché simbolo della vita che deriva dal fuido
mistico-mestruale femminile, da qui l’usanza di cospargere il defunto
totalmente o in parte di ocra rossa
come testimonierebbero molte sepolture neolitiche e paleolitiche o
ancora l’uso del rosso dei sarcofagi egizi. In India il rosso è il colore
con il quale sono dipinte le statue delle divinità della morte,
e rossi sono gli abiti del lutto e il colore dei fiori da offrire al
morto, tradizione che ritroviamo anche nell’antichità classica
quando si doveva ricoprire le lastre tombali con fiori freschi di
questo colore o con delle violette che il mito vuole sbocciate dal
sangue di Attis evirato (A. Di
Nola, 2003). Era questo un tentativo di comunicare al defunto l’energia
vitalizzante del sangue in modo che non la richiedesse dai vivi. Anche
l’ecatombe compiuta da Achille
per la morte di Patroclo,
più che come vendetta, potrebbe essere interpretata come tributo
di sangue da versare al morto per poterlo placare e così far
cessare la sua sete (E. De Martino, 1959).
Rituali Apotropaici e Timore del
Defunto: Il Primo Archetipo
Una prima spiegazione al lamento sarebbe così quella di un vero
e proprio formulario magico
atto ad allontanare definitivamente la presenza del defunto. Del resto
lo stesso termine lutto
deriverebbe da lugere la cui
radice arcaica proverrebbe da rompere.
Il cordoglio dunque, e tutti i rituali ad esso annessi, è una
risposta ad una perdita, un tassello di quella vasta ed intricata sfera
religiosa che può essere definita il culto dei morti. E’ con il passaggio
dell’uomo dal nomadismo all’agricoltura e alle attività
stanziali, e dunque con il seppellimento del defunto nelle vicinanze
dell’abitato, che nasce la necrofobia
[ necros=morto e phobos= paura] , e quindi i rituali atti a
sconfiggerla. Secondo il primitivo il morto, prima di raggiungere la
sua patria nell’aldilà, subisce una sorta di passaggio
intermedio il cui superamento e il successivo raggiungimento di
quella pace definitiva dipende molto anche dai rituali funebri a lui
riservati dai vivi, come testimonierebbero anche le forme verbali
tipiche della lamentazione. E’ solo al termine del periodo di lutto che
il morto può essere considerato realmente tale. La lamentazione diventa così un
incantesimo per aiutarlo a raggiungere l’aldilà e così
liberare i vivi della sua enigmatica e ossessiva presenza. Ecco
perché coloro che non hanno avuto una degna sepoltura ed
onoranze funebri ritornerebbero in vita.
Tutte le arcaiche pratiche fin qui descritte non sono mai del tutto
scomparse anche se osteggiate dalla Chiesa. Nel Sinodo di Londra (1342), venivano
messe al bando le forme di congiunzione sessuale che si tenevano
durante le veglie funebri e nel Sinodo
di Praga del 1366 si fa accenno agli atti di deboscia che avrebbero auto luogo
nella medesima occasione (E. De Martino, 1959). Altre testimonianze le
ritroviamo in molti sinodi locali italiani, così in quello di Faenza del 1647 si proibisce la palmarum tensiones, in quello di Trivento del 1686 il facies erompere e capillos evellere,
e in quello di Fermo (1775) il
pugnis ora percuotere e il
capillum manu discindere.
Se dunque la lamentazione funebre e l’intricato rituale del defunto
potrebbero essere spiegate attraverso la necrofobia, questa, a sua
volta, è una successiva evoluzione di un archetipo ancor
più atavico: la morte e rinascita naturale.
I Prolegomeni del Rituale: la
passione della Vegetazione
In realtà la spiegazione potrebbe essere ben differente e non
risiedere nel timore verso il defunto, idea solo successiva. Spirito
arboreo e divinità vegetazionali, rituali di fertilità e,
sarebbero questi i prolegomeni di ataviche tradizioni ancora presenti
nel folklore e nelle tradizioni italiane, l’Atavico ricordo di un mondo
che non temeva la morte ma la
considerava elemento necessario
alla vita.
L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e
raccoglitore, arare, seminare, raccogliere, veder scomparire, erano
questi i cicli che governavano la vita dell’uomo antico, in un ciclo di
forze la cui comprensione ben sfuggiva all’uomo che la il timore
che la rinascita natura possa non avvenire e che dunque questa morte
naturale si tramuti in morte della sua esistenza.
In quasi tutte le mitologie, in una stretta simbiosi con la scomparsa e
la rinascita naturale, è la divinità maschile a subire un
ciclo di morte e di resurrezione che da sempre è stato associato
al sole. E’ l’idea della morte del Dema
di Jensen, l’essere mitico
attraverso il quale i popoli agricoltori hanno avuto il dono delle
piante essenziali per la loro vita. Anche la fine sempre violenta del Dema potrebbe così essere
messa in relazione con la distruzione
da parte dell’uomo dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi
ridotti in polvere. La morte della pianta diventa così la morte
della divinità con tutta una serie di rituali che dovevano avere
il compito di rigenerare lo stesso.
Pensiamo al mito di Osiride o Dioniso, Tammuz o Adone, nelle cui tradizioni funebri
si usava piangere sugli orti senza ortaggi, sui campi senza spighe, sui
canneti senza canne, o a Lityerses
che con il nome indica anche il canto dei mietitori, per giungere ai Maneros, i lamenti funebri egizi
prendono il nome da maneros, simile od identificabile con il lino.
Ecco che ritroviamo in questi antichi rituali i prolegomeni del rito
del cordoglio. Ecco la spiegazione allo strano ed indissolubile legame
tra il mondo agricolo e quello dei morti in una tradizione che
ritroviamo ancora oggi nel folklore e nella cultura popolare.
Se così la lamentazione funebre altro non è che i canti
dei mietitori antichi, anche lo strapparsi i capelli non è solo
un atto autolesionistico ma una vera e propria offerta al defunto come
sembrerebbe trasparire dalle tradizioni e dal folklore. L’offerta della
capigliatura in realtà nasce dall’idea che essa era messa in
relazione con la vegetazione palustre.
Il taglio era così simbolo di morte e rinascita proprio
come accadeva nel mondo vegetale.
Stessa idea è presente nelle offerte di grano, pane e cereali al
defunto, non un modo di assicurargli ciò che non doveva
procurarsi da solo tra i vivi, ma un modo per rappresentare ancora una
volta il ciclo di morte e rinascita. Stessa idea nelle offerte di
sangue, un modo di garantire perpetua energia vitale al defunto.
BENANDANTI
TRA FRIULI E BASILICATA
Culti Agrari e Rituali di
Fertilità
Analisi comparata di alcune tradizioni popolari friulane e del folklore
lucano
In molte tradizioni contadine italiane, seppur geograficamente lontane
tra loro, troviamo alcuni temi comuni che sembrerebbero legare
indissolubilmente il mondo agrario ad antiche tradizioni pagane. Le
forme estatiche, i rituali di fertilità, e in particolare
l’incontro con i morti, sembrano essere filo conduttore di una cultura subalterna mai del tutto scomparsa.
La continua associazione tra mondo contadino e il tema della morte
sembrerebbe preludere una stretta unione tra questi due aspetti, basti
pensare ai rituali legati al pianto funebre e al cordoglio nelle
tradizioni agricole. Per conoscere il legame che c’è tra le
tradizioni legate alla morte e i rituali di fertilità dei campi
dobbiamo addentrarci tra i ricordi friulani e la magia lucana, due
regioni distanti e profondamente diverse tra loro che però
nascondono il seme comune del paganesimo silvano. Non è un caso
che queste tradizioni si siano conservate in zone favorite
dall’isolamento e accomunate dalla paura del negativo nella vita
quotidiana e delle angustie della povertà agricola. Il
sopravvivere di una cultura subalterna contadina ancora attaccata a
queste credenze, attraverso ricordi, narrazioni, passaggi e sincretismi
ha permesso il tramandare delle stesse fino al secolo scorso.
Una tipica tradizione dell’area friulana è quella dei Benandanti.
Secondo i racconti contadini, i Benandanti
sarebbero delle persone particolari, portatori di un culto di
fertilità e difensori di campi e raccolti contro streghe e
stregoni, in un’immagine stereotipata della morte che accomuna l’area
nord italiana con quella tedesca e balcanica legata alla figura di Frau Holle (Cossar, 1933). Queste
persone sono caratterizzate dall’evento di essere nati con la camicia, in realtà un pezzo
di placenta che da sempre, nella tradizione popolare era considerata
come sede dell’anima. Forse è da questa credenza, che i Benandanti vengono considerati delle
persone del tutto speciali, le uniche a poter guarire le persone dai
malocchi e dalle fatture delle streghe, in grado di assicurare la
fertilità dei campi. Del resto l’espressione popolare nascere con la camicia, ad indicare
persone particolarmente fortunate, sembrerebbe proprio sottolineare
questo atavico legame. E’ dunque la camiciola a rendere una persona benandante, non solo, ma è il
suo stretto contatto a garantire la eccezionale condizione psichica del
soggetto. Perdere la placenta significava non avere più alcun
diritto di fascinazione e infatti molte sono le testimonianze in tal
senso: "...portava quella mia camiciola al collo sempre, ma la persi et
dipoi che la perdei non ci son più stato alli raduni..." ( C.
Ginzburg, 1996).
La tradizione vuole che in particolari periodi dell’anno questi magi si scontrerebbero contro streghe malefiche in una battaglia a
colpi di rami di finocchio e di sorbo per assicurare, nel caso di loro
vittoria, le fertilità dei campi.
"...Io sonno Benandante perché vò con li altri a
combattere
quattro volte l’anno, cioè nelle quattro tempora, di notte,
invisibilmente con lo spirito et resta il corpo...noi con le mazza di
finocchio et loro con le canne di sorgo..."( C. Ginzburg, 1996).
Ecco così trasparire lo stretto legame, di tipo sciamanico, tra
il masciaro e la fertilità campestre. Questi combattimenti erano
sicuramente il ricordo di antichi riti agrari, infatti la vittoria o la
sconfitta nello scontro poteva assicurare fertilità ai campi o,
in caso contrario, un periodo di ristrettezze. Si potrebbe così
rivedere, in questo scontro,
una riproposizione di rituali agrari ben più antichi e legati a
quello che il Frazer definirebbe spirito
arboreo, spesso identificato come l’aspetto maschile del culto
primigenio della Grande Madre
( A. Romanazzi 2003).
All’inizio la divinità è vista e concepita come
immanente, essa permea tutto ciò che circonda il selvaggio e
dunque essa è anche dendromorfa. Nell’evoluzione del pensiero
religioso-sciamanico primitivo la divinità, seppur nella sua
immanenza, si evolve; non è più la pianta stessa ma
quest’ultima è solo la sua dimora, passando così da una
fase animista ad una politeista. In questa fase si svilupperebbero
tutte le tradizioni popolari legate all’ultimo covone durante la
raccolta del grano e legate all’idea di magia simpatica di
rigenerazione dei campi ben descritte dal Frazer nel suo Ramo d’Oro( J. Frazer, 1965). Man
mano che l’uomo taglia la pianta lo spirito arboreo si rifugia via via
nelle rimanenti fino ad arrivare appunto all’ultimo covone. Nella
continua evoluzione del pensiero primitivo alla divinità viene
successivamente associato un’immagine antropomorfa, lo spirito silvano
viene personificato anche da bambole e pupazzi e, successivamente, con
i viandanti che per caso si trovavano a transitare in quei particolari
luoghi durante il raccolto. In quest’ottica l’ultimo covone prima,
l’animale, il fantoccio e lo straniero poi, dovevano perire di morte
violenta per poter assicurare la fertilità e la rinascita dei
campi. Da qui l’usanza di bruciare le effigie dello spirito fatte con
le ultime fascine o addirittura di picchiare o uccidere l’incauto
viandante che, solo con la sua morte avrebbe garantito la
fertilità.
Potrebbe essere questa la chiave esplicativa della tradizione
successiva dei Benandanti che,
percuotendo con rami e fascine le streghe, antropizzazione dell’aspetto
silvestre, dovevano assicurare la loro morte
per assicurare la rinascita dei campi.
Importante particolare è la fase oniroide della tradizione.
Infatti questi sacerdoti agrari
compivano i loro scontri in somnis riportando però, anche sul
piano fisico i risultati di questo scontro.
Questo aspetto viene fuori da numerose testimonianze apprese dai
documenti dell’epoca che raccontano di come, riferendoci ad una donna:
"...suo marito più volte di notte la chiamava et con li rimedi
la
urtava, et lei era come morta, perché diceva che li spirito se
ne era andato al suo viaggio et il corpo restava come morto..." (C.
Ginzburg, 1996).
Tradizioni oniroidi simili la ritroviamo anche in Lucania ove coloro
che avevano fatto in qualche modo dei torti alle masciare venivano
visitati nella notte da quest’ultime che li legavano e picchiavano, in
una immagine che, in qualche modo ricorda i combattimenti dei
benandanti in somnis: "...era verso mezzanotte e mi sentii tirare i
capelli. Io dicevo, Madonna mia lasciami, lasciami stanotte..."(E. De
Martino, 1959)
Anche in questo caso gli incontri
avvengono nel sogno ma è come se fossero reali come reali sono
effettivamente i graffi, i lividi, le legature ed altre testimonianze
che al mattino dopo si ritrovano.
Non è facile dare delle interpretazioni a questi avvenimenti.
Per alcuni si tratterebbe di situazioni oniroidi ove il soggetto,
durante il sogno, si procura ferite o effettua atti autolesionistici
che fanno parte dell’intricato mondo della lotta contro gli spiriti
malvagi. In altri casi si tratterebbe di visioni oniroidi mimate a due (E. De Martino, 1959),
ove cioè, altri esponenti della famiglia sembrerebbero prendere
parte a questi oscuri rituali per impersonare da un lato le
fattucchiere che fascinano la vittima per poterla successivamente
liberare. Impulsi ostili repressi durante la veglia trovano
realizzazione parziale e simbolica durante la notte, in una vicenda,
solo in parte in somnis, che lascia tracce nella realtà (E. De
Martino, 1959).
"Una mattina al risveglio, mi trovai legato i piedi così... poco
tempo dopo, verso le quattro o le cinque del mattino, mi sono trovato
le mani legate alla spalliera del letto..." (E. De Martino, 1959).
Ovviamente nulla rimane nella memoria della vittima e della sua
famiglia se non il ricordo delle percosse e dell’aggressione notturna
della masciara. A questo stesso meccanismo potremmo imputare i segni
reali dei Benandanti dopo le
lotte durante le Tempora, in
una commistione di immagini tra la finzione rituale e la magia
simpatica.
Un’altra strana caratteristica che lega tradizioni friulane e lucane e
più in generale le culture subalterne contadine è quella
della processione dei morti.
Il Ginzburg ci fa notare che: "chi vede i morti, cioè va con
loro, è un Benandante". E sempre nel suo lavoro racconta
dell’avventura capitata ad un povero monaco nel 1091. Il racconto ci
apre nuove considerazioni.
Mentre infatti camminava lungo un sentiero di campagna il prete viene
attratto da strani lamenti e così scorge una processione tra la
quale riconosce alcuni uomini suoi conoscenti morti da poco tempo. La
strana fila tanto ricorda quelle raffigurazioni rinascimentali
successive, chiamate Danze Macabre
che iniziano ad apparire attorno al 1400, interpretate successivamente
con il motivo della morte livellatrice.
Sicuramente queste attingerebbero da ben più antichi ricordi,
come testimonierebbe la primitiva guida delle fila: l’uomo selvatico
armato di clava. Quest’ultimo non sarebbe difficile da interpretare
come figura antropizzata di quelle antiche divinità arboree e
silvane cui sopra accennato ( J. Frazer, 1965).
Sempre nella regione pullulano storie di donne che, mentre
raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino, scorgevano strane
processioni tra le quali individuavano alcuni loro defunti, tradizione
presente anche nel Sud Italia. Anche in questo caso le visioni sono accomunate da un
particolare. Queste avvengono solo in particolari momenti della vita
dell’individuo o in particolari periodi dell’anno, spesso coincidenti
con festività agrarie, come ad esempio la Festa di Onnissanti o la notte di San Giovanni. Ecco così che
nascono strane tradizioni ancora presenti come l’usanza nel caso di
recenti lutti in famiglia, di occupare tutti i posti a sedere durante
feste o banchetti, in modo che il morto non potesse trovare posto per
la sua presenza, o ancora le tradizioni che ritroviamo in molti paesi
del sud Italia e in particolare di Lucania, Puglia o Calabria ove si usa porre del cibo
sul davanzale delle case, nel giorno dei morti (Di Nola, 2003)
Tralasciando però ora il discorso legato alle
particolarità dei giorni, soffermiamoci sullo status delle
persone. Ecco così che soggetti più facilmente propensi a
questi incontri sono le fanciulle prossime alla prima mestruazione o al
matrimonio, e dunque ad un radicale shock di rituale di passaggio o
ancora le donne gravemente provate da sforzi fisici o in preda ai morsi
della fame per un lungo digiuno. Quello che caratterizza così
tali esperienze è una prostrazione fisica o un disagio
psicologico-morale.
Una particolare visione è quella della messa dei morti. Ecco così
che lungo le buie vie che conducono le contadine nei campi, capita
spesso di vedere una chiesa aperta e illuminata e all’interno anime
dannate che allontanano subito le viandante o le comunicano un
messaggio per il mondo dei vivi ( E. De Martino, 1959). Quello che
sembra accomunare più tradizioni popolari è che queste
apparizioni si manifestano in persone in qualche modo connesse
all’agricoltura, sembrerebbe esistere dunque un nesso tra le
processioni dei morti e il mondo agreste e la sua fertilità.
Torniamo così al concetto di morte e di resurrezione che
caratterizza il mondo naturale. Non sarebbe così neanche un caso
che le processioni siano visibili spesso riflesse attraverso l’acqua,
elemento vitale per eccellenza e da sempre legato alla fertilità
dei campi. Tra i fenomeni naturali non vi è uno come quello
della morte e della resurrezione vegetazionale che ha più
colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se
dunque lo spirito arboreo doveva morire per poi risorgere, è
nella buona morte che assicura
la rigenerazione, vista dunque in una visione arcaica completamente
differente da quella introdotta successivamente dal Cristianesimo, che si cela l’arcano
dell’apparitio, in un rituale che, da lutto naturale legato alla
divinità si trasforma in visione malefica e demoniaca.
Bibliografia
De Martino E. , Morte e Pianto Rituale, Universale Scientifica
Boringhieri, Torino 1977
De Martino E. , Sud e Magia, Feltrinelli Editore, Milano 1959
Di Nola A. M. , La Nera Signora, Antropologia della morte e del
lutto, Newton Compton, Roma 2003
Frazer J. , Il Ramo d’Oro, Studio sulla Magia e sulla Religione,
Bollati Boringhieri, Torino 1995
Ginzburg C. , I Benandanti, stregoneria e culti agrari tra Cinquecento
e Seicento, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1996
Romanazzi A. , La Dea Madre e il culto Betilico: Antiche tradizioni tra
mito e folklore", Levante Editore, Bari 2003
LA SIMBOLOGIA NATALIZIA TRA ANTICHI
RITUALI E TRADIZIONI
Gli ancestrali ricordi di un
mondo pagano
La festa del Natale
è una tradizione nata moltissimi secoli prima della venuta del Cristo, quando l’uomo, immerso
nell’immanenza della Natura,
sua madre feconda, guardava stranito i suoi prodigi.
Il primitivo sapeva bene che tutto è dominato da cicli di morte
e resurrezione in un eterno susseguirsi di buio e luce, vita e morte
che, come eterna spirale, nel loro continuo inseguirsi assicurano la
vita.
Di estrema importanza diventano particolari periodi dell’anno
durante i quali l’uomo tenta di ingraziarsi la sua Grande Madre con una serie di rituali
propiziatori atti a ridestarla dal suo torpore per assicurare
prosperità e fecondità. E’ in quest’ottica che si
inserisce la festività del Natale, detta anche Yule, il Solstizio d’Inverno, il momento in
cui il Sole, l’elemento
maschile ingravidatore, nella sua fase più debole, dal 22 al
24 dicembre, viene partorito nuovamente dalla sua Madre per garantire lui stesso
successivamente, come figlio ed amante, la fertilità della sua
sposa. Presenta spesso, con nuove vesti, antichi retaggi culturali,
rituali pagani assorbiti dalla nuova religione che però si
ripresentano con forza tra le pieghe del manto tessuto proprio per
nasconderle e coprirle. E’ così che il vento della riminiscenza
fa gonfiare i veli della rimembranza schiudendo all’uomo ancora una
volta i mistici segreti della Grande
Madre e del culto arboreo, che, anche se oggi svuotati dei loro
arcaici significati, rimangono unici muti interlocutori di un mondo che
vive ancora. Cerchiamo così di esaminare i più importanti
simboli natalizi e ciò che essi celano.
La simbologia dell’Albero: il
Fallo Universale
Simbolo per antonomasia del Natale è il famoso albero, l’elemento che simboleggia,
al di là della fede religiosa, in ogni casa, in ogni
città la mistica festa. L’albero si presenta adorno di luci e
illuminazioni, decorazioni, fili illuminazioni e sfere colorate,
addobbi di gioia che, riscaldando il cuore delle persone, evocano
tradizioni pagane legate alla fertilità e alla procreazione che
ancora oggi vengono ripetute anche se mascherate sotto differenti e
spesso consumistici significati.
Per diversi studiosi l'albero di Natale avrebbe una derivazione
nordica, specialmente germanica, legata al culto arboreo. In
realtà l’origine della tradizione è ben più antica
e diffusa tra tutti i popoli Indoeuropei. Moltissimi sono gli
esempi di alberi antropogonici e cosmogonici, tra gli indiani troviamo
il Kalpadruma o Kalpavriksha, i persiani adoravano Haoma, mentre tra gli scandinavi e i
sassoni ritroviamo rispettivamente l’Yggdrasill
e lo Irminsul.
Non sarebbe azzardato ammettere, data la simbiosi tra elemento
vegetazionale e divinità maschile, in particolare lo spirito
arboreo, che la venerazione arborea nasca come rappresentazione
dell’elemento fallico e dunque della potenza creatrice del dio
maschile. Del resto non vi è tradizione o mito che non annoveri
il Dio come figlio arboreo.
Un esempio potrebbe essere il mito di Osiride,
intrappolato e fatto a pezzi dal malvagio Seth sulla cui cassa di legno
sarebbe cresciuto un albero di melograno che poi sarebbe stato tagliato
e disperso, elemento di resurrezione dalla morte che, sotto forma di zed, era rappresentato nei sarcofagi
proprio con il compito di riportare in vita
il defunto.
Sempre l’albero è presente in un altro mito di morte e
resurrezione, quello di Adone
che amato follemente da Cibele,
si evirò togliendosi la vita proprio sotto un pino e festeggiato
ogni anno dai suoi sacerdoti, i sacri dendrofori
che dovevano portare in processione un albero di pino rivestito di
bende. "...stimulatus ibi furenti rabie. Vagus animi, devolsit ilei
acuto
sibi pondera silice...".
Potremmo continuare per moltissime pagine a descrivere miti e
tradizioni che parlano di alberi sacri e di divinità che muoiono
e risorgono, storie di questo tipo sono presenti in tutte le culture,
interessante ad esempio è soffermarci tra le tradizioni nordiche
ove incontriamo il famoso Frassino
Universale Yggdrasil,
l’albero al quale rimase appeso Odino
per raggiungere la conoscenza e tra le cui radici ancora oggi, tra
mille luci si trovano i doni
natalizi che ancora simboleggiano la sua generosità.
"...So che restai appeso ad un albero sferzato dal vento per nove notti
intere, ferito da una lancia e consacrato ad Odino, offerto da me
stesso a me stesso. I piu’ sapienti non sanno da dove nascono
le radici di quell’albero antico. Non mi confortarono con il
pane, ne' mi porsero il corno per bere; Guardai verso il basso,
afferrai le Rune, gridando le
afferrai; caddi dall’albero. Appresi nove canti di potere dal figlio
famoso di Bolthor, padre di Bestla, ed ebbi un sorso del
prezioso idromele misto con magico Odrerir.
Poi diventai dotto, sapiente crebbi e prosperai: parola da parola mi
diedero parole; azione da azione mi diedero azioni...".
Come nell’antica religione legata alla fertilità e alla
procreazione, anche in rituali successivi elemento arboreo rimane
simbolo fallico, il priapos o
se vogliamo, l’albero della vita. Con l’avvento del Cristianesimo i culti naturali
iniziano ad essere demonizzati, un classico esempio è la
trasformazione dei rituali di fertilità nei sabba stregoneschi.
La cerimonia infatti si teneva attorno al mistico noce, l’albero dalla
grande chioma, non scelto a caso ma a per i suoi frutti che tanto
ricordano i pomi degli antichi miti nordici. Uno dei più famosi
alberi di noce legati alle streghe è quello di Benevento, i cui primi rituali
risalgono al VII sec. quando si narra che i Longobardi praticassero un rito
propriziatorio appendendo al noce delle palle di caprone e per poi
colpirle con delle frecce e ridurle in piccoli brandelli che poi
venivano mangiati. Anche in questo caso però l’arma migliore per
sconfiggere questi antichi culti è il sincretismo e così San Bonifacio, nel VII secolo,
trasferisce l'adorazione dell’albero nel mondo cristiano identificando
l’abete sia con la vita eterna per il suo carattere sempreverde, sia
con il legno della croce di Cristo.
La leggenda vuole che sarà Lutero
il primo a porre delle candele sull'albero
di Natale, per poi arrivare ai giorni nostri ove l’albero si
presenta adorno di luci e illuminazioni, decorazioni, fili colorati e
nastri che ricordano i capelli delle fate o le illuminazioni.
L’albero e i rituali di
Fertilità
Se l’albero è dimora
divina, in una similitudine con i rituali di mietitura esso doveva
essere battuto, percosso o addirittura bruciato per assicurare la
fuoriuscita dello spirito silvestre e dunque la fertilità.
In questa ottica si inserisce l’usanza dell’accensione dei fuochi e del
ceppo natalizio. Queste tradizioni nascono da una idea basata sul
concetto che il simile produce il simile. Infatti come detto
precedentemente questo è il periodo in cui il Sole raggiunge il suo punto
più basso e il suo calore diminuisce sensibilmente, così
in questo momento di generale sgomento e paura il primitivo immagina
che, accendendo fuochi o falò su colline e montagne, egli
potesse in qualche modo rinvigorire l’astro e riportarlo al suo
primordiale splendore. Questa idea è presente in moltissime
culture e anche in molte altre tradizioni differenti dal Natale ma, in questo momento
dell’anno essa assume un carattere un po' differente: esso diventa un
rituale domestico forse anche a causa delle intemperie che
costringevano le famiglie nelle loro abitazioni e ben difficilmente
potevano riuscire ad accender fuochi all’esterno. La tradizione vuole
così che qualche giorno prima della Sacra Notte ogni esponente maschile
della famiglia andasse nei boschi per tagliare alberi di ulivo,
betulla, abete o quercia, per poi arderli nel fuoco
trasformandoli appunto in ceppi
natalizi.
L’idea di portare così nella propria casa un albero per poi
bruciarlo diventa un’altra spiegazione dell’usanza del famoso abete;
del resto le stesse luci di cui oggi l’albero viene addobbato
potrebbero ricordare appunto questo fuoco rituale e i doni deposti
sotto di esso il suo carattere fecondatore e portatore di gioia.
Questa idea non è in antitesi con il concetto espresso
precedentemente della simbologia fallica; infatti il primitivo,
portando a casa il ceppo, porta una parte di quello spirito arboreo
che, dimorando nei boschi, rimane nel pezzo di legno fino ad esser
bruciato, o meglio, sacrificato
per poter rinascere dalle proprie ceneri come novella fenice. Del resto
basta guardare le tradizioni popolari per capire come esso avesse
poteri propiziatori. Si narra che le sue ceneri erano disperse nelle
campagne le rendessero più fertili, tradizione che ritroviamo
anche in Inghilterra o in Francia ove vi era l’usanza di
picchiare sul ceppo per augurio di fertilità.
In diverse zone italiane il giorno di Santo
Stefano aveva luogo il rituale di battitura delle piante da
frutto eseguita di solito da un bambino che, munito di bastone, andava
battendo la pianta recitando ad alta voce una specie d'invocazione.
Tradizione simile è presente poi anche In Val di Chiana ove, la sera della vigilia di Natale, le famiglie si
riunivano attorno al ceppo di legno. I bambini, bendati, erano
così fatti battere con le molle sul tronchetto mentre intonavano
una canzone dedicata alla Vergine
Maria. In Germania
questa tradizione è applicata anche agli alberi viventi che
vengono battuti per avere ricchezze. L’albero natalizio diventa
così il ceppo dell’abbondanza in un rituale che è rimasto
intatto nel folklore e nelle tradizioni popolari. In Toscana le case rimangono aperte
agli ospiti per tutto il tempo in cui il ciocco arde nel camino, mentre i
bambini battevano il ceppo con delle canne nella speranza di veder
cadere dal camini dolcetti e caramelle, sapientemente disposte di
nascosto dagli adulti; in Friuli
il ceppo natalizio è chiamato nadalìn
e ancora a Genova veniva
acceso il ceppo della città al quale si offriva vino e confetti,
idea di una ospitalità e di prosperità che ritroviamo
proprio tra i bei pacchi ricchi di lustrini dei nostri giorni.
Il Sacro Vischio
Sempre legato alla tradizione natalizia e arborea è il mistico vischio, considerato una pianta
magica per la sua origine: non spunta dal terreno ma, nascendo sui
tronchi dei meli, delle querce e dei pioppi, sembra nascere dal cielo;
inoltre le sue bacche si sviluppano in nove
mesi, proprio come il feto umano e si raggruppano in numero di tre, numero da sempre sacro in
tantissime culture.
Presso i Druidi il vischio era
considerato una pianta sacra e veniva reciso dall'albero su cui nasceva
con una solenne cerimonia, usando un falcetto d'oro; infatti il vischio
e' una tipica pianta lunare e
dunque, recidendola con un metallo legato alla divinità solare come l’oro si riunivano le
opposte energie. Lo stesso falcetto, la cui forma è proprio
quella della Luna crescente
altro non sarebbe che un simbolo di riunione delle energie del cosmo e
dei due principi, quello femminile e lunare con quello maschile e
solare.
La raccolta del vischio avveniva in due momenti particolari dell'anno,
a Samhain, il primo Novembre ,
vero e proprio Capodanno celtico e durante il Midsummer's Eve, la famosa festa di San Giovanni. Queste tradizioni
legate alla pianta le ritroviamo anche nella cultura romana ove il suo
nome significa che guarisce tutto.
Nell'Eneide, Virgilio paragona il ramo d'oro al
vischio, consacrando così la pianta a Proserpina. Quando infatti Enea chiede alla Sibilla il permesso di Apollo per scendere nell'Averno a trovare il padre Anchise, si sente rispondere che
è indispensabile, per affrontare tale viaggio, avere con se' il Ramo d'Oro, che dovrà essere
dato in dono a Proserpina: "Come ne' boschi al brumal tempo suole di
vischio un cesto in altrui scorza nato spiegar le verdi fronde e gialli
i pomi, e con le sue radici ai non suoi rami abbarbicarsi intorno,
così 'l bronco era de l'oro avviticchiato a l'elce, ond'era
surto; e così lievi al vento crepitando movea l'aurate foglie".
Tra le varie tradizioni di prosperità legate al vischio,
c’è quella che vuole il baciarsi sotto la pianta perché
di buon auspicio, tradizione che ancora oggi si effettua in molte case,
e sopravvissuta alla religione cristiana. Deriva da antiche conoscenze
druidiche che vorrebbero il vischio una pianta apportatrice di
fecondità dato che le sue bacche, schiacciate, davano un liquido
molto simile al seme maschile.
La Befana come figura della
vecchia mater
Altra tradizione natalizia è quella che descrive una antica
figura pagana, la donna-sacerdotessa
del culto arboreo, le cui sembianze oggi sono quelle di una strana
vecchina, molto simile alle numerose streghe perseguitate e arse nei
roghi dalla stessa Inquisizione
Cristiana. Essa ha avuto e ha tanti nomi con i quali è
conosciuta, Ardoia, Berta, Donazza, Gianepa o Marantega ma oggi potremmo,
chiamarla facilmente Befana,
la vecia portatrice di
abbondanza e legata ai rituali di fertilità, che dispensa doni e
carbone ai bimbi
meritevoli ponendo i suoi regali in vecchie calze la cui forma
ricordano fortemente la cornucopia.
Anche se la figura di questa donna dalle chiare origini pagane è
stata successivamente trasformata e riadattata dalla moralistica
religione cristiana che le ha dato il potere di premiare o punire i
bambini cattivi portando loro del carbone, essa è in
realtà legata agli atavici rituali
di fertilità, alle tradizioni dei fuochi sacri e del ceppo natalizio a cui il nero dono si ricollega fortemente.
Il legame con i rituali di procreazione e di abbondanza lo ritroviamo
anche in uno dei particolari iconografici che caratterizzano la figura,
raffigurata sempre a cavalcioni su una scopa.
E’ in questo strano intricarsi di elementi che prende corpo l’immagine
della scopa stregonesca, attrezzo magico che ricorda fortemente il
bastone o la bacchetta magica,
simbolo priapico e al tempo stesso legato all’albero.
Sembrerebbe che la tradizione della scopa derivasse direttamente da
antichi culti naturali nei quali il bastone era elemento preponderante
proprio perché simbolo dell’albero. Un esempio potrebbero essere
i rituali dionisiaci dove un elemento importante era il Tirso, il mitico bastone dei satiri
avvolto da foglie d’edera e vite e con in capo una pigna, elemento
legato alla fertilità a causa dei frutti, i pinoli, che nasconde nel
suo seno.
La scopa, spesso dichiarato arnese delle streghe usata proprio dalle
donne nei lavori domestici, in realtà è un simbolo
priapico come è facile intuire dalla sua stessa posizione
tra le gambe della donna, un gesto di chiara magia simpatica che ricollega la vecchia
figura a quelle antiche divinità che, assicurando la
fertilità, portavano all’uomo il più grande dono, la vita e dunque la
continuità della sua specie e l’abbondanza dei campi, l’alimento
necessario per se stesso e la sua progenie.
Strane donne a cavalcioni di scope, alberi illuminati, piccole bacche
bianche di vischio, atavici simboli che, nel santo periodo natalizio,
ci fanno rivivere antiche tradizioni di un mondo e un culto oramai
perduto di cui solo il simbolo rimane come unico monito: la Foresta.
Andrea Romanazzi
Il
Pozzo
Sacro e la Dea Acquatica
Atavici
ricordi del culto della
Mater Dea
Il
folklore italiano presenta spesso, nelle sue
molteplici tradizioni e leggende, antichi retaggi culturali e
rituali pagani assorbiti dalle usanze popolari, che però si
ripresentano con forza nel tessuto popolare che ci circonda e che fanno
capo alla dea dal volto bruno, la Mater che dona la vita e la morte.
Molteplici sono gli aspetti legati alla figura ctonia della dea della
fecondità e tra questi di particolare rilievo appaiono
quelli
legati agli antri e al culto delle acque. Già dal VII sec.
a.C.
in moltissime grotte europee sono presenti i segni del culto delle
pozze carsiche e delle sacre stalattiti o stalagmiti spesso ornate dai
simboli della dea. Se l’antro rappresenta il metaforico ventre della
divinità, la stalattite diventa l’elemento priapico,
l’immagine "acheropita" del dio generato dalla stessa mater. L’acqua
accumulandosi
in piccole cavità lascia il suo contenuto di carbonato di
calcio
e genera quelle concrezioni calcaree che sembrerebbero materializzarsi
nel ventre della sua sposa.
Elemento importantissimo del culto diventa così l’acqua e le
sorgenti, il mistico liquido che microcosmicamente ricorda la
misteriosa umidità del "sesso" femminile e i liquidi
naturali
secreti dalla donna, che avvolgono l’infante nel momento della sua
nascita.
Sarà questa acqua carbonatica che, a causa del suo colore
lattescente, assume nell’immaginario popolare le sembianze del latte
della Mater e dà vita alla tradizione tutta italiana delle
"pocce lattaie" o "latte di grotta".
Ancora oggi, secondo le tradizioni contadine, l’acqua delle sorgenti o
quella raccolta in piccole pozze carsiche ha notevoli poteri curativi
il cui ricordo rimane ben saldo nelle culture contadine successive ove
alla sacra "coppella" è sostituito il pozzo, simbolo
religioso
ma anche materiale dato che l’acqua in esso accumulata può
garantire la sopravvivenza di una famiglia o del raccolto. Il culto del
pozzo come luogo sacro è già testimoniato da
ritrovamenti
di ceramiche votive dell’Eneolitico e proseguirà
successivamente, infatti sarà da questi atavici ricordi che
nasce nel Medioevo la valenza magica di questi luoghi tramandata ancora
oggi nelle leggende popolari che narrano di "pozzi dei desideri" ove
basterebbe lanciare una moneta per realizzare quello a cui si aspira
fortemente.
Successivamente con l’avvento della religione cristiana questi antichi
luoghi di culto vengono demonizzati, e quindi il pozzo diventa la via
per accedere agli inferi o spesso legati a santi, alla Vergine,a Santa
Verena o a Santa Brigida.
Un interessante esempio potrebbe essere la il St. Brigid's Well a
Liscannor, la leggenda narra che la Santa giunse in questo luogo e
raccogliendo a se tutti i pagani li battezzò con l’acqua
della
fonte ivi presente e ancora oggi il 1 Febbraio, data non casuale ma
coincidente proprio con l’antica festa del fuoco di Imbolc. Si narra
che l'acqua del pozzo abbia notevoli poteri taumaturgici e
così
si usa bagnare un pezzo di stoffa nella fonte e passarlo poi sul volto
per guarire malattie agli occhi e successivamente appeso su di un
albero, rituale che ricorda i culti arborei da sempre legati
alla
dea.
Altro luogo dedicato alla Madonna e alle miracolose acque è
Chatres in Francia, sito sacro alle popolazioni celtiche e galliche che
veneravano la dea madre all’interno di una grotta nelle vicinanze e
utilizzavano le sacre acque ivi presenti per i loro rituali di
fertilità.
Tradizioni legate al culto delle acque e della dea le troviamo diffuse
in particolare nel sud Italia ove la tradizione della dea si
è
conservata per millenni nelle figure delle "masciare" le
streghe-guaritrici che ancora fino ai primi del ‘900 operavano nelle
campagne.
In Basilicata ancora oggi possiamo ritrovare nella toponomastica dei
luoghi le tracce di un antico culto mai del tutto dimenticato, pensiamo
a Melfi o al termine "Mofeta", che riecheggiano il nome dell’antica
divinità autoctona Meftis, dea della fertilità e
prosperità e alla quale si raccomandavano le giovani spose
partorienti, per arrivare al fiume Bradano, il cui nome nasconde nel
"dan" il ricordo degli antichi popoli legati alla dea Dana,
divinità che abbiamo incontrato anche nelle culture nordiche
e
che lega indissolubilmente popoli anche lontani tra loro come i Danai,
i Dauni, gli Shardana, i Tuatha de Danann, i popoli autoctoni di quella
zona dell’Europa dell’Est oggi vicina al Danubio e molti altri ancora.
Molto interessante è poi Matera, la "Mater Dea" che nasconde
nel
suo grembo di cunicoli, antri e anfratti i ricordi della dea e dove
ancora oggi o ancora si venera il culto della Vergine Bruna, la venere
"nigra sum sed formosa" che, sotto le sembianze della Madonna, nasconde
atavici ricordi di un culto mai scomparso.
Un interessante centro è "Labrum" o meglio nota oggi come
Lavello, "l’Abbeveratoio", ove è stata portata alla luce una
enorme acropoli nei pressi del cimitero cittadino e un tempio dedicato
proprio a Mefite.
Moltissimi poi sono i ritrovamenti legati a questa antica
divinità, in località Murgia Timone ad esempio,
nei
pressi di Matera sono presenti monumenti enigmatici non molto facili da
spiegare se non nell’ottica del culto delle acque. Questi sono
costituiti spesso da un doppio cerchio di pietre con al centro un foro
che conduce nell’ipogeo, il ventre della dea segnato dal circolo
femmineo esterno che indica la sacralità del luogo. Spesso
questa entrata era ricoperta da cumuli di pietre e alcuni sono ancora
visibili con una funzione che spesso è considerata oscura e
che
troppo facilmente si è definita sepolcrale. In
realtà
questi cumuli lapidei, spesso definiti "specchie", avevano un ruolo
importantissimo nel culto della dea delle acque, infatti per un
semplice fenomeno di condensa la brina che si accumulava durante la
notte tra le pietre condensava di giorno cadendo così nella
camera sottostante, per il primitivo erano proprio questi massi a
creare il liquido vitale, la dea che con il suo fresco umore garantisce
la vita e la fertilità e dunque luoghi ove sicuramente si
raccoglieva l’acqua per abluzione rituali e per garantire
prosperità alle donne. Moltissime poi sono le cisterne e le
coppelle sacre presenti nelle rocce e che servivano per la raccolta
delle acque.
Nei pressi Vaglio e Macchia Rossano, scavi archeologici hanno portato
alla luce templi costituiti da grossi massi sui quali erano intagliati
dei canali che portavano in loco l’acqua delle sacre fonti presenti
nella zona. Anche in questo caso le numerose iscrizioni ritrovate hanno
permesso di attribuire il luogo al culto della dea Mefite, e
successivamente a quello di Venere e della ninfa Oina, il cui ricordo
ancora oggi si cela tra i ricordi di una festa patronale dedicata alla
Madonna e ad una sorgente che si trova nelle vicinanze. Sicuramente
questo luogo era dedito, oltre che al culto acquatico, alla pratica
della prostituzione sacra tipica dei rituali della dea come
testimoniato da alcune dediche a Venus Ercynia il cui rituale era
legato alle sacre meretrici.
La stessa idea la ritroveremo poi in due dei centri più
antichi
dell’area di culto in Lucania, datati VI sec. a.C., Garaguso
e
Armento ove la presenza di antiche canalizzazioni riportano
prepotentemente ai rituali acquatici e delle fonti.
Per quanto riguarda il primo, presso alcune sorgenti del paese sono
stati trovati diversi depositi votivi, uno in contrada Fontanelle, il
cui nome appunto ci rammenta il legame con i culti acquatici, e un
secondo, scoperto nel 1922, in località Filera.
Molto interessanti sono stati i rinvenimenti, statuette di
divinità femminili in piedi o sedute, portatrici di frutta e
fiori, la statuetta della dea accompagnata da un porcellino o meglio un
cinghiale, animale totemico dei culti arborei e una focaccia su di un
piccolo vassoio, offerte votive per chiedere fertilità alla
dea.
Altro interessante sito piuttosto simile a quello di studio
è
quello che si trova nel bosco di cupolicchio ad Albano di Lucania, qui
sarebbero presenti massi erratici e rudimentali vasche ricche di
pittogrammi e graffiti.
La tradizione dei santuari dell’acqua è presente anche in
Calabria, testimoniata da antiche tradizioni ancora oggi celate nel
folklore locale, e così che per conoscere e entrare nel
mistico "circolo femmineo" dovremo seguire le orme della dea che ancora
oggi
riecheggia nella regione tra cupe rocce megalitiche e volti di brune
vergini.
Una interessante scoperta che collega prepotentemente queste aree al
culto delle acque e della mater è quella recentemente
effettuata
nelle campagne di Nardodipace in località Sambuco e
successivamente nelle aree limitrofe dei territori comunali si Serra
S.Bruno e Stilo. Qui sono state individuate strutture megalitiche
datate V-III millennio a.C. sicuramente collegate al culto delle acque.
In quelli che sono stati definiti dagli studiosi i siti "A" e "B" sono
presenti strane strutture megalitiche e diverse coppelle rituali, anche
di enormi dimensioni tanto da poterle assimilare a vasche che ci
riportano ai culti precedentemente descritti.
Non si conosce ancora la reale funzione di questi templi megalitici ma
sicuramente essi sono legati al culto della fertilità e alla
"mater aqua" che fa se stessa immanente nella grotta, alla guardia di
quel mistico liquido che assicura la vita.
Del resto il culto della dea Madre non è estraneo a queste
terre
come testimoniato dai templi dedicati a Persefone e Demetra
presenti a Vibo Valentia e dove son state ritrovate moltissime sono le
statuette votive raffiguranti la dea e il toro, i suo animale totemico.
Ma forse ancora più importanti sono le
testimonianze
lasciate nelle famose lamine d’oro ritrovate a Vibo che ci descrivono
il culto di Demetra e delle sacre acque riecheggiando atavici ricordi
mai del tutto scomparsi.
"...troverai a sinistra delle case di Ade una fonte ed accanto ad essa
un
bianco cipresso:
a questa fonte non avvicinarti neppure.
Ma ne troverai un’altra, fredda acqua che scorre dal lago Mnenosyne:
vi stanno innanzi custodi.
Dì "son figlia della terra e del cielo stellato, Urania
è
la mia stirpe e ciò sapete anche voi.
Di sete son arsa e vengo meno:
ma datemi presto la fredda acqua
che scorre dal lago Mnenosyne".
Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina
E dopo d’allora con i sacri dei eroi sarai sovrana.
A Mnenosyne è sacro questo (testo):
per il mystes a quando sia sul punto di morire...
BIBLIOGRAFIA:
AA.VV. Popoli Anellinici in Basilicata Napoli 1971
AA.VV. Il sacro e l’acqua. Culti indigeni in Basilicata, Roma 1998
J.Frazer: "Il Ramo d’Oro" Bolati-Boringhieri
A.Romanazzi: "La Dea Madre e il culto Betilico: Antiche conoscenze tra
mito e folklore" Levante Editore Feb.2003
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