Tante sono le
opinioni sulle origini
della città napoletana. Gli studiosi hanno accertato, grazie
ai
vari rilevamenti di ossa e frammenti di vasi ritrovati nelle tante
cavità naturali della costa e dell'interno, che era un
antico
stanziamento neolitico. Ma a parte le varie comunità
primitive
che possono essere vissute o passate dal nostro golfo, sembra che il
primo insediamento vero e proprio sia avvenuto intorno al IX/VIII sec.
avanti Cristo, ad opera di popolazioni provenienti da Rodi (Grecia).
Questi antichi viaggiatori diedero alla loro colonia il nome Partenope
(da qui Partenopeo), nome che in greco significava vergine
(inizialmente si trattava solo dell’isolotto di Megaride - l’attuale
Borgo Marinaro, dov’è situato il Castel dell’Ovo e il
Ristorante
Zi’ Teresa - e del retrostante Monte Echìa, detto anche
Pizzofalcone o Monte di Dio: praticamente solo il quartiere di Santa
Lucia). Intorno al V sec. a. C., i Cumani che l'avevano conquistata,
abbandonarono quel centro chiamandolo Palepolis (città
vecchia)
e ne costruirono un altro più in là denominandolo
Neapolis (città nuova).
Le
origini nella mitologia
Su chi fosse, originariamente, questa vergine/Partenope se ne sono
dette di cotte e di crude e sono nate tante bellissime leggende, una
delle quali legata al canto. Nell'Odissea, Omero narra delle peripezie
di Ulisse nel Golfo di Napoli e, tra queste, del famoso espediente
architettato per sfuggire al tranello dell'Isola delle Sirene. Su
quest'isola (gli studiosi suppongono si tratti dell'isolotto Li Galli,
situato davanti alla penisola sorrentina) vivevano appunto queste
strane creature che, oltre ad essere metà donne e
metà
uccelli (la bellissima donna con la coda di pesce appartiene ad
un'epoca molto, molto più recente), erano dotate di una voce
stupenda e di un canto così dolce e suadente da far
innamorare i
marinai che le ascoltavano, fino al punto in cui questi, letteralmente
persi e impazziti, abbandonavano il controllo della nave lasciandola
libera di schiantarsi sugli scogli. Ulisse, sapendo ciò e
volendo portare i suoi uomini in salvo (ma nello stesso tempo
desiderando ascoltare anch’egli le stupende voci di cui tanto si
sentiva parlare), si fece legare al palo maestro della nave e
comandò a tutti i suoi uomini di tapparsi gli orecchi con
della
cera e di non slegarlo per nessuna ragione. Quando la nave si
avvicinò all’isola, Ulisse quasi era sul punto di impazzire
per
il desiderio di spezzare i legami e correre dalle sirene incantatrici,
ma i marinai, obbedendo agli ordini ricevuti, non fecero nient’altro
che portare la nave al largo e salvarla dalla catastrofe. Si narra che
Partenope fosse una delle tre sirene che avevano cercato di ammaliare
Ulisse (le altre due erano Leucosia e Ligea, tutte figlie di
Achelòo "dio-fiume" e Persefone "madre-terra") e che,
addoloratasi per non esserci riuscita, non aveva esitato a suicidarsi,
andando a morire nel Golfo di Napoli e lasciando così il suo
nome in eredità alla città.
...Che oltre al nome abbia lasciato ai napoletani anche
l'eredità del suo dolcissimo canto? ...Chissà!
...Forse!
Ma... ci resta comunque una domanda: come mai Omero (più o
meno
nell'VIII secolo a.C.) scelse proprio Napoli per situare l’isola delle
Sirene e non una qualsiasi altra località del Mediterraneo?
Fu un caso? ...Oppure già allora Napoli era una rinomata
città canora?
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Le
origini nella tradizione
popolare
Chi sarebbero gli autori dei cosiddetti canti popolari? Inizialmente
alcuni studiosi supponevano che si trattasse di "...una germinazione
spontanea e collettiva del popolo...", poi la loro attenzione si
spostò (ed è rimasta più o meno
così) su
"...l’opera di giullari, cantastorie o comunque poeti semicolti". Ma
l’etnomusicologo Roberto De Simone, nel libro Canti e tradizioni
popolari in Campania, riporta alcune interessanti credenze sull’origine
di detti canti: la tradizione popolare l'attribuirebbe a personaggi
della mitologia greco-romana.
Ferdinando
Zaccariello,
contadino (e autore di favole e canti popolari) di Villa di Briano
(CE), dice che l'autore sarebbe Verginio (Virgilio): «...Il
mago/poeta se ne stava sulla montagna di Montevergine e componeva i
canti così come glieli ispirava una testa di morto che
teneva
sempre con se. Questa testa prediceva il futuro ed era la testa di una
vecchia che gli aveva anche raccomandato di non andare mai per mare. Ma
Verginio, innamoratosi di una femmina siciliana partì con
una
nave e morì mentre cantava l'ultimo suo canto...»
(Canto
che è ancora vivo nella tradizione: «Vurria
addeventare
pesce d'oro, dint’a lu mare me jesse a mmenare...» = Vorrei
diventare pesce d'oro, nel mare mi andrei a gettare...)
«...Queste ed altre canzoni sono scritte in un libro caduto
in
fondo al mare, pur tuttavia alcune persone le hanno imparate
avvicinando all’orecchio una conchiglia e così le hanno
insegnate agli altri».
Maria
Boccia, di
Boscoreale (NA), attribuisce l'origine ad Aniello, un mitico pastore
disperato per la scomparsa della sua bellissima amante. Nella favola si
dice che «...costei era stata trascinata in fondo al mare da
mamma sirena, che la teneva prigioniera con sette catene. Allora il
pastore si recava sulla riva del mare con le sue pecore e inventava
canzoni così belle che Mamma sirena si addormentava
incantata,
permettendo che la bella prigioniera uscisse un poco dal mare e, sempre
incatenata, parlasse col suo amante».
Nicola
Pucciariello,
vecchio pescatore (e cicerone occasionale d'estate) di Bacoli (NA),
dice che «...Sepilla la bella (la Sibilla cumana), la
più
bella donna del mondo e vergine per eccellenza, aveva il libro di tutte
le canzoni, che era anche il libro dove erano scritte tutte le cose
passate e future. Sepilla sapeva predire qualsiasi cosa ed aveva
predetto perfino la nascita di Cristo. Ma aveva creduto che la vergine
che lo avrebbe dovuto partorire sarebbe stata lei. Nel sentire
l'annuncio della nascita di Gesù, meravigliata e
indispettita,
si recò a Betlemme. Nel vederla, la Madonna le tese una
mano, ma
non appena Sepilla la bella fu toccata, per punizione della sua
presuntuosa illusione, diventò di colpo brutta e vecchia, le
venne tolto il libro e venne condannata a non mentire mai ed a ripetere
a memoria le canzoni del libro che non aveva saputo interpretare per se
stessa. Ciò fino al giorno della fine del mondo, quando
sicuramente, dopo aver espiato la sua pena, tornerà giovane
e
bella come prima».
In più, R.
De Simone,
riporta un’altra leggenda descritta nel libro Canti popolari raccolti
in Napoli di Luigi Molinaro del Chiaro: «...L'autore delle
canzoni è Cupindo (Cupido), poeta e cantatore di tanti
secoli
fa. Chi conosce la storia di tutte le canzoni è scomunicato.
C’era una volta il libro di queste canzoni, ma quasi tutte le abbiamo
imparate sentendole dagli altri. Cupindo era napoletano, era un cattivo
soggetto e ne ha combinate di tutti i colori, perciò ora sta
nell’inferno anima e corpo: per le sue canzoni e per le scostumatezze
che commetteva. Era pure scandaloso e birbante». |