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gif Jules Leotard,Habanera, cultura popolare, Niemen, burattinaio
Debutto di Jules Leotard stampa del 1860 tratta dalla rivista Immaginifico n.27
testo tratto dal n.39 de Il cantastorie, rivista di tradizioni popolari a cura dell'associazione culturale Il Treppo;www.antropologia.it/cantastorie.

Il romanzo vissuto, pagine inedite di Gualberto Niemen

parte della nota introduttiva di Pietro Porta
(...) Queste note contengono i primi cinque capitoli (...) de Il romanzo vissuto, nelle intenzioni di Niemen un vero e proprio romanzo di vita (...) che quasi sicuramente l'autore continuo' a scrivere nel corso di molti anni, raccoglienfo memorie del passato e del presente. Purtroppo quel romanzo (...) che sarebbe stato un documento di fondamentale importanza per la conoscenza stessa del teatro di animazione e dello spettacolo di piazza del Novecento (...) non rimangono che questi pochi fogli. Tutto il resto, infatti (...) se ne ando' in fumo nel rogo della cascina di Niemen nel 1978.

Il volume Autobiografia di un burattinaio di Gualberto Niemen puo' essere richiesto all'Associazione Peppino Sarina di Tortona (t. 338 8986162 - 333 1175193  info@associazionesarina.it)

Il romanzo vissuto
proprietà artistica e letteraria riservata e privata
capitolo primo
Il brandeggio della morte

Era l'anno 1911: anno di glorie italiane (1) Nel mese di Maggio una compagnia ginnasta aveva piantato le sue tende nella pubblica piazza di Villardora (Valle di Susa), e tutte le sere la piccola compagnia dava il suo spettacolo e una folla di pubblico vi faceva sempre cornicie alle rappresentazioni incoraggiando e onorando gli artisti con applausi e con larghe mance in denaro dando così agio alla compagnia di passarsela discretamente bene.
La compagnia era composta: del vecchio Alessandro Niemen, - uomo buono e giusto assai distinto -, e di sua moglie Teresa detta Gigin; della loro figlia Adelaide col marito Viotti Augusto e di un loro figlio trenne di nome Renato; del figlio Giuseppe e di sua moglie Caprani Verginia e dei loro figli, Gualberto di 6 anni e Italia di 3 anni.
Questa buona gente avevano una così bella maniera di condurre la vita che per cui erano assai ben visti, onorati e stimati da tutti; ma più di tutti era ben vista Verginia, poiché era la beniamina del pubblico, essendo essa una delle migliori artiste, non solo di questa compagnia, ma quasi di tutte le compagnie esistenti allora in Italia.
Era un Giovedì: la compagnia aveva quel giorno affisso i manifesti per le vie del paese, che nello spettacolo di quella sera (essendo la serata di addio della compagnia) la signora Adelaide, avrebbe eseguito la danza della libellule con il finale  brandeggio della morte sul filo di ferro. Ma quella sera un acquazzone impedii alla compagnia di dare il suo ultimo spettacolo e così la rappresentazione venne sospesa e rimandata alla sera seguente.
L’indomani era un Venerdì: un sole ardente e gioioso di Maggio rallegrava e vivificava tutto e tutti.
Era abitudine quasi religiosa della compagnia di mai lavorare al Venerdì; ma siccome era l'ultimo giorno di permanenza a Villardora volle lavorare lo stesso rappresentando per serata d’addio l'annunziato programma nel precedente Giovedì interrotto dal temporale.
Dunque quella sera la signora Adelaide, doveva per numero sensazionale, eseguire la danza della morte sopra un sottile filo di ferro tirato teso alla sola altezza di due metri dal suolo.
Il finale di detto numero veniva appunto chiamato brandeggio della morte, perché era un esercizio molto difficile e assai pericoloso, il quale, suscitava sempre nel pubblico, emozione e panico nello stesso tempo.
Ecco: è quasi l'ora dell’ultima rappresentazione della compagnia Niemen... Una folla enorme di spettatori — usciti dalla benedizione del mese di Maria SS. — gremiva la piazza intorno alla piccola “arena”... Tutti gli artisti erano intenti a prepararsi... ma Adelaide mentre si metteva il costume per l'esibizione del suo numero sensazionale accusò un forte mal di ventre per cui dovette adagiarsi sul letticino nella sua carovana dicendo a suo marito:
— Ahimè quanto male mi sento al ventre... Gusto, se mi sento così male non potrò fare il filo questa sera
— la buona donna si trovava anche in stato interessante — Senti, — disse dolente al marito — chiama la Verginia, dille di venire qui da me, le dirò se vuol lavorare lei al mio posto questa sera. Essa è tanto buona che non mi negherà questo favore: tanto nella condizione che mi trovo. Vai.
Il buon uomo ubbidì senza fiatare e uscì dalla carovana per andare a chiamare la cognata.
In quel mentre, Verginia, che aveva appena finito di mettere a letto la sua piccola Italia, era intenta ad infarinare da pagliaccetto il suo piccolo Gualberto che adorava e che avrebbe divorato di baci. Il pagliaccetto mentre la mamma lo abbellettava le diceva:
— Sai, mamma? Quella signora che mi prende sempre in braccio mi ha detto, che se io questa sera farò tante belle capriole sul tappeto, lei mi regalerà un fagotto di cigliege tutte belle grosse...
— E così dopo — l’interruppe la mamma — se ne mangerai tante ti faranno venire male alla pancia... e io ti farò poi prende un bicchierone d’olio di ricino...
— Permesso! — chiamò Gusto che stava salendo in su per la scala della carovana della cognata.
— Avanti, avanti Guido — rispose Verginia di dentro che aveva conosciuta la voce dell’uomo, il quale entrò e disse:
Verginia, c'è mia moglie che sta male, la quale m'ha detto di dirti, per piacere, di andare un momento da lei che ha bisogno di parlarti.
Gualberto — disse la donna a suo figlio — tu vai pure a giocare sul tappeto ch'io vado un momento dalla zia che sta poco bene — e corse via in fretta seguita da Guido. Appena fu presso la cognata dolente le chiese:
— Cosa ti senti Adelaide?
— Ah! M'è saltato un forte mal di ventre che mi costringe a stare giù nel letto — si lamentò la moglie di Guido — Volevo dirti, Verginia, se mai non mi passassero questi dolori, se vuoi essere così buona, di fare te il mio numero questa sera. Sai, sarebbe un grosso piacere che faresti a me e accontenteresti lo stesso il pubblico che è venuto per vedere la celebre danza delle libellule.
— Bene, bene, non impensierirti per questo, vuol dire che per questa sera lavorerò per me e per te — le assicurò Verginia con un’accento generoso e dolce; poi continuò: — Ora vuoi che ti facciamo scaldare qualche cosa?
— No, grazie Verginia. Tu vai pure a vestirti, che se mai mi sentissi ancora molto male, Gusto chiamerò mamma Gigin; così se mi occorrerà qualche cosa me lo preparerà lei...
Alle ore nove precise lo spettacolo ebbe inizio e per primo numero era annunziata la celebre danza sul filo.
Il vecchio Alessandro, che era direttore del piccolo circo, avvertì il pubblico che siccome la signora Adelaide era indisposta, la danza della morte sul filo di ferro l’avrebbe eseguita la signora Verginia. I Toni della compagnia aprirono la rappresentazione con qualche ridicolo scherzo; e subito dopo una piccola e ridotta orchestra intonò la musica della danza... Verginia, leggera davvero come una libellula, salì quasi di volo sul predellino di partenza, e dopo aver salutato il pubblico con una bella maniera piena di grazia ed eleganza, iniziò la celebre danza, che esegui con grande ed agilissima semplicità fra la meraviglia di tutti gli spettatori i quali applaudirono clamorosamente a lungo.
Poi spettabili signori, — disse il direttore al pubblico, nell’intervallo del primo tempo del celebre numero, — ora la nostra artista eseguirà il pericoloso esercizio chiamato il brandeggio della morte; perciò si raccomanda vivamente a tutti gli spettatori di prestare la massima attenzione in silenzio.
Un sepolcrale silenzio seguì subito le parole del vecchio Alessandro.
Il filo che durante la danza era stato tirato tesissimo, venne mollato onde fosse dondolante per il brandeggio. L’artista, di sopra il predellino, salutò ancora il pubblico, poi agilmente a passetti andò a fermarsi in mezzo al filo: alzò una gamba prendendosi il piede di essa con una mano e cominciò dondolarsi sul filo, prima piano, poi più forte e poi più forte finquando faceva l'impressione di perdere l’equilibrio e parer di cadere da un momento all'altro per cui gli spettatori impressionati battevano le mani e gridavano con raccapriccio: “Basta! basta! basta!”... Ma ahimè! ad un tratto alla disgraziata artista le slittò il piede col quale si ergeva in equilibrio sul filo durante il brandeggio fatale e cadde con violenza a cavalcioni del filo tagliandosi un importante pericolosa vena; dopo di che cadde a terra fra il raccapriccio e lo spavento generale...



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seconda puntata


Ma la sciagurata donna non diede tempo a nessuno di aiutarla sforzandosi a far tacere il dolore; sforzandosi a sorridere lo stesso; si alzò da sé stessa; salutò ancora gentilmente gli spettatori e corse diritta nella sua carovana... lasciando però dietro di sé un sentiero di sangue... Era quel sentiero di sangue la via della morte...

"[Mia madre] lavorava sul filo, è caduta, ma non è morta per la caduta; faceva il brandeggio della morte finale, il filo restava molle e lei si dondolava, con una mano teneva l’ombrellino, l’altra mano teneva una gamba alta, e si dondolava così. E’ scivolata, è caduta, ma non è morta per la caduta, è caduta a cavallo del filo e si è rotta una vena femorale, è morta dissanguata: perché è discesa dal filo, ha fatto l’inchino, ha salutato la gente, prima che era in carovana ha lasciato tutto un sentiero di sangue. Prima che uno andava a prendere il dottore a Susa e portarlo lì... era già morta. E allora dopo io pensavo: "è meglio che faccio il burattinaio, se ci rompo la testa a un burattino ne faccio un altro, ma se me la rompo io, chi me la fa, la testa?" [GUALBERTO NIEMEN, Autobiografia di un burattinaio, "Quaderni dell’Associazione Peppino Sarina", Tortona, 2000, pag. 8].

[Dai documenti anagrafici consultati, Virginia Caprani risulta deceduta a Villardora il 27 maggio 1911].


Capitolo II

Senza mamma

Alle ore tre del seguente mattino, il dottore di Villardora, non era ancora riuscito a fermare il sangue alla povera donna. La carovana era piena di famigliari e di buona gente. Di fuori ancora molti spettatori — che alla sera prima avevano assistito alla vera danza della morte — sostavano ancora per sapere qualche risultante notizia della sciagura...
Erano le quattro ore meno qualche minuto, che già tutti piangevano silenziosamente poiché il dottore aveva perduto ogni speranza di poterla salvare...
La povera Verginia! ormai dissanguata, ma con la ragione serena, disse con voce flebile e dolorosa ma chiara:
— I miei poveri bambini dove sono? Portatemeli qui vicino a me che voglio accarezzarli... li voglio vicino...
Mamma Gigin, prese la piccola Italia e gliela portò nel letto; un’altra persona prese il piccolo Gualberto... Quando la povera morente ebbe presso di sé le sue piccole creature sorrise dolorosamente e lamentò:
— Miei poveri piccoli cari!... forse fra poco vi lascerò per sempre soli quaggiù... Certo chissà quanto soffrire farete in questo mondo senza il conforto accarezzevole della vostra cara mamma... — qui la povera donna tacque e si irrigidì per un mezzo minuto primo, poi riprese un po’ di forza e sussurrò: — Dio! Dio mio! voi che mi strappate così giovane da queste povere creature... abbiate almeno voi pietà di loro... — la morente tacque ancora e questa volta per non parlar mai più. Aperse gli occhi divenuti vitrei, sorrise a tutti come per salutarli tutti per sempre... poi strinse fortemente presso il cuore i suoi diletti figli, ebbe ancora qualche sussulto, qualche violento battito di cuore per essi; ma poi più nulla... più nulla... Era morta!
Quella povera donna, che viveva per i suoi figli, per cui avrebbe fatto qualunque sacrificio con gioia; quella povera cristiana piena di eccelse virtù; quella vera mamma di famiglia: poiché era buona, amorosa, allegra, intelligente, forte e volenterosa era morta vittima della generosità e del dovere.
Per tutto il giorno di Sabato e la Domenica seguente, dai più vecchi ai più giovani degli abitanti di Villardora, pareva una gara di pietà, perché tutti si recavano a rendere l’estremo saluto alla disgraziata artista, la cui salma era ben composta nel lettino in carovana trasformata in minuscola camera ardente. E tutta quella pietosa gente, oltre al cordoglio per la povera morta, sentivano una straziante pietà per gli infelici senza mamma... E l’unica fortuna che avevano i poveri senza mamma, era la loro infantile età, per la quale non potevano ancora provare tanto strazio per la scomparsa della loro cara mamma che li adorava. Anzi per la piccola Italia erano giorni di letizia e di festa quei giorni, nei quali la sua mamma giaceva morta nel letto in carovana; per essa erano giorni belli, perché, tutte le pietose persone che si recavano a visitare la povera Verginia e recitare sulla cui salma qualche cristiana preghiera, donavano alla piccola Italia, qualche dolce o qualche quattrino.
Oh bella età fortunata sono i tre anni! Bella e fortunata età poiché nella quale basta un piccolo dolce per rendere contenta e felice la vita...
Per il piccolo Berto, sebbene non aveva ancora sei anni, invece non era più così. Egli sentiva già nel suo piccolo essere che senza mamma la vita sarebbe stata un’altra...
E così, d’allora in poi, se quei poveri infelici avessero ancora chiamato: “mamma! mamma!” essa non gli avrebbe più risposto. E tutto quello che quella povera madre avesse potuto fare per loro, era di pregare, con la sua splendida anima dall’alto del cielo, il buon Dio, affinché rendesse i suoi figli degni di raggiungerla un giorno in paradiso...
Il giorno dopo, tutta la gente di Villardora, inquadrata in un imponente corteo funebre accompagnò la salma della sfortunata artista fino all’ultima dimora. E durante il funerale tutti piangevano dolorosamentete... ma solo la piccola Italia era contenta e rideva; perché nel suo scarso e troppo giovane ragionare diceva che la sua mamma era andata in cielo, e, che dal paradiso le avrebbe portati tanti bei giocattoli e tanti buoni dolci... Oh! povera e tenera creatura! Oh qual mai infantile illusione la rendeva felice!...
Invece il piccolo Berto la ragionava diversamente dalla sua sorellina, e in cuor suo si domandava da sé stesso piangendo: “Chi d’ora in poi mi farà le carezze che mi faceva la mamma? Chi mi vorrà mai tanto bene come mi voleva lei? Chi avrà un cuore nel petto che batterà d’amore sincero per me e la mia sorellina come quello della nostra mamma? Chi ci risponderà quando il nostro piccolo cuore ci obbligherà a chiamare: “Mamma! mamma cara, mamma buona dove sei".
Giuseppe, il marito di Verginia, era pazzo di dispiacere, ma siccome era già uomo dedito al giuoco e al vino — cercò nel vino la forza di sopprimere il dolore. . .
Qualche settimana dopo, Giuseppe lasciava i suoi figli in custodia ai suoi vecchi genitori “mamma Gigin e papa Alessandro” e partiva per andare a fare l’artista in un grande circo equestre. A parte i molti vizi che Giuseppe aveva, a quei tempi, egli era uno dei migliori saltatori del mondo, per cui era ricercato da i circhi più grandi.
(2-continua)

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Capitolo III


Papà Alessandro e mamma Gigin

Sfatta la piccola compagnia, partito il figlio Giuseppe; partita la figlia Adelaide col consorte e il figliuoletto loro, mamma Gigin aveva con lo stesso cuore di mamma vera accolti Gualberto e Italia.
Mamma Gigin e papà Alessandro volevano davvero bene ai loro disgraziati nipotini, e tanto più che poveri piccoli erano rimasti senza mamma proprio nell'età in cui ne avevano assai bisogno, sentivano per ciò un particolare affetto che coscienziosamente gli avrebbe data la forza anche nella loro vecchiaia di fare qualunque sacrificio per essi.
I buoni vecchietti, si guadagnavano La vita onestamente esercitando un tiro a segno e un banchetto di bevande ghiacciate, e, sapevano così giusto a regolare la vita, ormai resa esperta nel vero senso della parola, che il poco lo facevano bastare per molto; perciò facevano sempre bella figura, che, mai nulla loro mancava essendo scrupolosamente provvidi.
Papà Alessandro, era un bell’uomo: alto e diritto come un fuso, slanciato, aveva due baffi all’Umberto, aveva una splendida capigliatura bianca; un colore bellissimo in volto lo rendeva piacente e simpatico in ogni aspetto. Il buon Alessandro aveva l’abitudine di alzarsi presto: al mattino era sempre lui che dava il buon giorno al sole al suo sorgere. Prima del caffè, il buon vecchio, in compagnia di un suo inseparabile cane, aveva già sempre fatti dai sei agli otto chilometri di strada a piedi per la campagna per respirarvi l'aria buona e salubre. Non era ozioso, ma molto laborioso.
Mamma Gigin, era una buona vecchietta che nella sua vita non ascoltava altra voce nel cuore, che quella del dovere e del bene per la sua famiglia.
I due vecchietti si volevano un gran bene e si facevano davvero una intima e bella compagnia.
Essi giravano il mondo proprio con gioiosa passione, e, sebbene il girar del mondo è molto avventuroso essendovi dei momenti brutti, essi erano contenti del loro stato e perciò vivevano filosoficamente beati. Quando, specialmente, nella stagione cattiva, il tempo gramo il costringeva stare ritirati in carovana e andare a letto presto, mamma Gigin metteva a letto i suoi nipotini e nel medesimo tempo che il metteva a letto raccontava loro qualche storiella fino a quando si fossero addormentati profondamente. Anche papà Alessandro, mentre faceva un onesta fumata con una lunga pipa di gesso, ascoltava sempre anche lui la storiella della nonna. E quando i bimbi s’erano addormentati, i due coniugi facevano qualche partita a tresette sin quando che sonno il consigliava di coricarsi. Insomma facevano una vita tranquilla da buoni cristiani, facendosi citare per modelli di onestà e di bene reciproco.
Come già dissi, la vita girando il mondo, specialmente quando gli affari vano bene, assai attraente e divertente; ma purtroppo vi sono dei momenti brutti e avventurosi.


Del ramo di mio nonno Alessandro, erano 4 fratelli. Alessandro, Giovanotto, Maurizio e Antonio e una sorella. Quasi tutti artisti da circo. Negli altri rami dei Niemen anticamente ci sono stati cantastorie, e anche chi andava nelle cascine fattorie a raccontare belle storie fiabesche. Perciò una volta le cascine fattorie erano popolate come piccoli villaggi. Nel mio ramo dei fratelli Niemen ci sono stati artisti famosi: come saltatori, musicisti, pagliacci e altro. Mio nonno Alessandro si sa che quando nacque gli aveva fatto da padrino nel battesimo Camillo Cavour, che era andato a vedere il circo, e gli donò 5 monete d’oro da 100 lire, delle quali si potrebbe scrivere un brutto racconto a lieto fine...

 [GUALBERTO NIEMEN, Autobiografia di un burattinaio, “Quaderni dell’Associazione Peppino Sarina”, Tortona, 2000, pag. 7].


NOTE
(1) - le gloriose armi italiane che conquistavano valorosamente la Libia, ecc..    (torna)

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