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Una settimana trascorsa con Peter Schumann, costruendo i Puppet e cuocendo il Bread per la parata e lo spettacolo della domenica successiva
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Una settimana di maggio con Peter Schumann

Peter Schuman, Bread and Puppet Erano passati diversi giorni da quando Patrizia mi aveva detto che ci avevano accettato nel gruppo di lavoro e solo adesso, a poche ore dalla partenza, la sensazione latente di malavoglia che ci aveva pervaso entrambi, inspiegabilmente, si era trasformata in calma euforia: piu' o meno la stessa che ci prende quando dobbiamo andare a lavorare in qualche teatro lontano e facciamo progetti su dove avremmo cenato dopo lo spettacolo, se in una piccola trattoria caratteristica o in quel ristorante frequentato da camionisti, spesso l'unica garanzia per mangiare decente a un prezzo onesto.
Tra poche ore invece avrei conosciuto, e frequentato per una intera settimana, costruendo e recitando con lui (un recitare diverso dal concetto che un italiano medio puo' avere della parola recitare) Peter Schumann (foto di Maurizio Bianchi), un tedesco trapiantato negli Usa che col suo fare e' diventato (probabilmente suo malgrado), assieme a Tadeusz Kantor, a Jerzy Grotowsky e a pochi altri, un nume tutelare del teatro del '900.
Io che vengo dalla musica, pur non sapendo suonare decentemente neanche uno strumento ne' leggere una nota, (secondo Bruno Tommaso, se la musica non la sai suonare, la puoi scrivere, se non la sai scrivere la puoi insegnare, se non la sai insegnare puoi fare il direttore d'orchestra, se non sai fare neanche il direttore d'orchestra puoi fare il critico musicale: come me appunto) e credendo di capire la musica meglio del teatro (ma e' solo per abitudine), ho sempre cercato tra le sue pieghe un qualcosa o un qualcuno che mi riempisse il cuore (e la mente) di sorpresa, di ammirazione e sbigottimento; una forza della natura in grado di farmi ricredere sui cliche' su cui si basa il 95% della musica di oggi e il suo business.
Ebbene pensando a posteriori all'opera di Peter, il paragone con Paco De Lucia mi era venuto spontaneo. Come el nino de la portuguesa, (il nomignolo di Paco da piccolo ad Algeciras) e' diventato, con pochissima conoscenza di teoria musicale, uno dei piu' grandi chitarristi di tutti i tempi, cosi Peter Schumann, con il suo fare il pane e il suo fare i burattini, lo e' diventato per il teatro. Due personalità elementari (basiche, come direbbero gli americani) in cui l'arte, il fare arte e' in loro come in loro e' nato il soffio della vita; due predestinati, due la cui eco, nonostante si viva in un mondo ingrato, si udrà per molto tempo, anche dopo la loro morte.

La camera in affitto era carina, con l'immancabile televisione appollaiata su un trespolo alla parete di fronte al letto (monotono oracolo della vita di oggi), un bagnetto piu' che decente, un tavolo e un armadio.
Era circolata la voce che Peter abitasse in quello stesso affittacamere, ma non avevamo visto nessuno, oltre alla proprietaria. La riunione sul programma (avrei dovuto scrivere il briefing, ma mi sono vergognato) era stata convocata a un orario teatrale, in modo che nessuno accampasse scuse e fosse presente (teatrale nel senso che noi non siamo tagliati per convention; soprattutto non amiamo alzarci presto e poi ormai ci conoscono tutti di che pasta siamo fatti, no?); dunque una riunione comoda, per tutti.

Le bici avevano fatto il lavoro sporco portandoci in breve dall'affittacamere alla sala riunioni del Comune, in leggero anticipo. C'era il tempo di buttare giu' un boccone.
Al bar di fronte, ai tavoli a quell'ora, c'erano tre o quattro gruppetti di persone che intuivamo essere dei nostri. La conferma mi venne da Peter stesso (lo avevo visto in fotografia sul web) seduto tra alcuni di loro, a scherzare.
Di quelli qualche faccia era già vista, ma essenzialmente eravamo circondati da sconosciuti, anche se con un atteggiamento familiare. Fummo i primi a uscire e ad entrare nella sala riunioni messa a disposizione del comune.
Adesso Peter stava entrando: capelli lunghi sotto le orecchie e canuti, barba folta (non troppo incolta) anch'essa bianca, faccia spigolosa e volitiva. Dopo le presentazioni (c'era Genevieve Yeuillaz da Parigi, sua collaboratrice storica), da parte Damiano (Giambelli, del Teatro del Corvo) e di Cristina (Discacciati, idem) che avrebbero fatto anche da interpreti, come sempre in queste situazioni siamo stati noi, uno per uno a presentarci a tutta l'assemblea, fornendo una definizione credibile delle ragioni per le quali eravamo là. A questo simpatico rituale, per rompere il cosiddetto ghiaccio, sono seguiti i progetti che aveva in mente Peter; prima di tutto la costruzione dei puppets, cavalli compresi, con l'esclusivo uso di materiale di scarto, sulla falsariga dei 4 Cavalieri dell'Apocalisse. Avrebbero dovuto essere quattro specie di giganteschi santi, idoli dell'attuale periodo storico. Due li aveva già in testa lui: San Subito e San Pericoloso; gli altri due sono venuti da se', quasi in automatico a furor di popolo: San Precario e San Furbo, quest'utimo poi cambiato in San Lecchino (il dio dei Ruffiani). In secondo luogo avremmo dovuto costruire una sagoma (avete capito bene, una semplicissima sagoma di cartone) per ogni partecipante, con lo scopo di creare la popolazione del Paese di Cuccagna (Lubberland), per cui ognuno di noi avrebbe interpretato un cittadino di Lubberland, evidente rappresentazione farzesca delle attuali popolazioni occidentali, quelle cosidette ricche. Infine avremmo dovuto imparare una canzone a memoria e preparare una scenetta (una volta suddivisi in 7 gruppi) da inserire nello spettacolo finale, dopo la parata con i quattro santi a cavallo.
- Quante settimane abbiamo? - dissi spontaneamente nella direzione di Peter.
Lui sorride mi guarda e continua. Alla fine della riunione avevamo i gruppi che avrebbero costruito i giganteschi puppets alti quasi 4 metri e la professione della nostra sagoma-cittadino (io, essendo nato in una città di mare avevo pensato di costruire un pescatore, ma non lo avevo detto neanche a Patrizia). Le direttive erano state comunicate, il ghiaccio rotto e la conoscenza fatta. Adesso, dall'indomani, ci avrebbe atteso il lavoro.
(1-continua)

Stefano Cavallini
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